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Giovedì 12 Ottobre 2017 18:19

Cavalcando l’onda della vicenda Catalana, con tempismo perfetto il deputato Mauro Pili ha presentato una proposta di legge costituzionale per lo svolgimento di una consultazione referendaria anche nella nostra Isola

di Carlo Patatu

Il deputato sardo Mauro Pili ha presentato alla Camera un disegno di legge costituzionale per un referendum sull’indipendenza della Sardegna. Una proposta che finirà in uno dei tanti cassetti polverosi di Montecitorio. E cioè nel dimenticatoio.

Perché lo ha fatto?

Per farla finita, dice lui, con le discriminazioni in danno dell’Isola e perché lo Stato Italiano non continui, sono parole sue, “a utilizzare la Sardegna come una discarica per i peggiori atti di violenza delle coste sino a perpetuare inquinamenti e morti”. Io, che vivo da sempre in quest’isola, so che inquinamento e quant’altro sono, soprattutto, la conseguenza nefasta di una programmazione miope del governo regionale. Ma anche di politiche attuate da tante amministrazioni comunali, le quali, accogliendo trionfalmente imprenditori rampanti e senza scrupoli, hanno autorizzato, nei rispettivi territori, insediamenti industriali che, nel lungo periodo, hanno prodotto molti danni e pochi benefici.

Quanto alla devastazione i una parte considerevole delle nostre splendide coste, c’è da dire che il merito di quel che finora si è potuto salvaguardare va ascritto principalmente allo Stato. Che ha contrastato talune iniziative allarmanti promosse con leggerezza da Regione e Comuni. Per gli sconci edilizi prodotti a Stintino, Castelsardo, Isola Rossa, La Maddalena, Palau e Olbia, tanto per citarne alcuni, non con lo Stato dobbiamo dolerci, bensì con le maggioranze politiche ingorde che, dal dopoguerra in poi, hanno governato quelle comunità. Che, nel volgere di qualche decennio, hanno autorizzato la cementificazione di chilometri e chilometri di coste, conseguendo il bel risultato di gonfiare i portafogli d’imprenditori avidi e senza scrupoli, lasciando a noi lo scempio di luoghi un tempo paradisiaci. Penso a com’era la spiaggia di Lu Bagnu, quand’ero adolescente.

E ciò accadeva anche allorché Mauro Pili era consigliere regionale e pure Governatore della Sardegna[1]. Ma forse non se ne ricorda più. In quegli anni, il nostro uomo, fra l’altro e in buona compagnia, si è gingillato contribuendo ad approvare la legge istitutiva di altre quattro province[2], in aggiunta a quelle già esistenti[3]. Pensate un po’: otto province per un milione e mezzo di cittadini, più o meno la periferia di Roma. La provincia Ogliastra contava una popolazione di poco superiore a quella dell’agro sassarese. Che bella trovata!

La Sardegna indipendente? Per fare che? Con quali mezzi? E con quali prospettive? Nessuno lo dice. Qualche dato per fotografare la nostra situazione attuale, che pertanto possiamo proiettare nel futuro.

L’Isola conta oggi poco più di un 1.600.000 residenti. Con un indice di natalità pari a 6,7 ogni mille abitanti, un indice di mortalità del 10 per mille e una decrescita della popolazione del -3,3 % per anno. Dai 3,8 nati per donna registrati nel 1952, siamo passati a 1,1 nel 2015. A fronte di un’età media di 45 primavere, registriamo un indice d’invecchiamento del 180%. Il che vuol dire che per ogni cento giovani fra 0 e 15 anni ce ne sono 180 che hanno superato i 65. Ebbene, in costanza della situazione attuale, sostengono i demografi, la Sardegna perderebbe, fra mezzo secolo, oltre 700.000 abitanti, scendendo così sotto la soglia del milione. È chiaro come il sole che siamo un’isola di vecchi[4].

Sul versante economico, le cose non vanno meglio.

I dati forniti da Crenos[5], aggiornati al 2015, fissano il reddito annuo medio dei Sardi in 18.000 euro circa per abitante[6]. Come Libano e Gabon. Il che ci colloca fra le 65 regione più povere dell’Unione Europea, figurando al 212° posto su 271. Il PIL[7] è calato in pochi anni dal 77% al 70% della media europea. Mi corre pure l’obbligo di sottolineare che siamo una regione assistita. Per una serie di ragioni che sarebbe lungo elencare ora, non siamo in grado di produrre alcunché in assenza di contribuzione pubblica. Ciò vale sia per il comparto agro-pastorale che per quelli dell’industria, artigianato, commercio e via dicendo.

Inoltre non bisogna dimenticare che una parte cospicua di quei contributi (statali, regionali ed europei) sovente non sortisce alcun giovamento durevole nel tempo. Da sempre foraggiamo aziende agricole che non riescono a essere competitive e a stare sul mercato con quel che producono. Carenze organizzative, diffidenze ataviche e certa mentalità dura a morire non gli consentono di decollare e di confrontarsi alla pari con altre realtà consimili.

Gli interventi pubblici finalizzati a favorire l’imprenditoria giovanile con contributi a fondo perduto hanno finanziato la nascita di falegnamerie, officine, laboratori fotografici, rivendite varie, pizzerie, gelaterie, calzolerie e una miriade di altre attività. Ma di queste sovente non rimane traccia se non nel breve periodo. Incassato il contributo e fatti trascorrere stancamente il minimo degli anni di esercizio, per la maggior parte chiudono bottega e chi s’è visto s’è visto.

Dobbiamo prendere atto che non siamo un popolo d’imprenditori. Quel mestiere non abita nel nostro DNA, fatte salve le solite lodevoli eccezioni. Infatti, le grosse imprese nate in Sardegna, checché se ne dica, sono dovute a gente venuta da fuori. Può darsi che sbagli, ma credo proprio che continuare a stare sotto l’ombrello protettivo nazionale ci conviene. Pur con i pro e i contro. Da soli non saremmo in grado nemmeno di pagarci le pensioni.

Infine, i nostri soloni regionali, finora, non sono stati capaci nemmeno di sfruttare appieno tutti i privilegi che ci contente l’autonomia con Statuto speciale. Vedasi, al riguardo, il caos dei trasporti all’interno e verso l’esterno dell’Isola. C’è da credere che costoro saprebbero fare meglio con la Sardegna indipendente? Non riesco a crederci. Qualcuno può spiegarmelo bene?

Ecco perché appare demagogica l’iniziativa del deputato isolano, che ha conquistato così le simpatie degli indipendentisti e qualche comparsata nelle TV nazionali. Quel signore intende scardinare l’unità nazionale, frutto di un processo storico lungo e sofferto, costato centinaia di migliaia di morti, dei quali molti sardi.

Mauro Pili ci vuole dividere. E dire il suo partito si chiama Unidos[8]

 


[1] 2001 - 2003.

[2] Le province regionali di Olbia-Tempio, Ogliastra, Carbonia-Iglesias e Medio Campidano furono istituite con la legge regionale 12 luglio 2001, n. 9.

[3] Cagliari, Sassari, Nuoro e Oristano.

[4] A Chiaramonti, in questo scorcio di 2017, sarebbero stati registrati già 27 decessi e 3 sole nascite.

[5] Centro Ricerche Economiche Nord Sud.

[6] Nelle regioni del Nord Italia il dato è più che raddoppiato.

[7] Prodotto Interno Lordo.

[8] Uniti.

 

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