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Martedì 07 Novembre 2017 20:06

Le elezioni siciliane sono forse la conferma di quanto, una sessantina di anni fa, Tomasi di Lampedusa scriveva sul conto dei propri conterranei? Le premesse sembrano esserci tutte, o quasi

di Carlo Patatu


Domenica scorsa si è votato in Sicilia.

Da poco meno di una settimana mi trovo a Catania, per una breve visita ai miei affetti più cari: figlio, nuora e nipoti. Ho avuto modo, pertanto, di respirare l’aria della vigilia elettorale e del post elezioni.

Ebbene, sia in un caso che nell'altro, in giro non ho colto segnali riconducibili a una partecipazione emotiva all'evento che determinerà l’assetto e le politiche dell’amministrazione regionale nel prossimo quinquennio. Al bar, nei negozi, dal giornalaio, dal verduraio, in autobus e metropolitana, come pure per la strada, nei discorsi che mi è stato dato di ascoltare non ho colto alcunché inerente alla consultazione elettorale in corso. Se non avessi seguito i notiziari alla televisione, non mi sarei accorto di quanto accadeva nei seggi disseminati nell'Isola.

Domenica ho pranzato in una trattoria di Aci Trezza, con vista sui faraglioni celebrati da Verga. Nella sala affollata, la gente mangiava di gusto prelibatezze culinarie e discuteva rumorosamente di tutto un po’. Ma non di politica, né dell’invito a votare. Insomma, avevo quasi l’impressione che la chiamata alle urne fosse cosa che non riguardava chi mi stava intorno.

Ecco perché non mi ha sorpreso la scarsa partecipazione al voto; e cioè che oltre il 50% degli isolani aveva snobbato schede, urne e seggi, preferendo dedicarsi ad altro.

Il motivo di tanta indifferenza?

Io non me la so spiegare e, pertanto, non sono in grado di darne conto ad altri. Mi affido, dunque, a ciò che Giuseppe Tomasi di Lampedusa (Palermo 1896 - Roma 1957) scrisse nel “Gattopardo” a proposito dei propri conterranei.

Attenzione, siamo nel feudo Donnafugata ed è il protagonista del romanzo, Fabrizio principe di Salina, che parla col cavaliere piemontese Aimone di Chevalley, incaricato da Vittorio Emanuele II di offrirgli il seggio di senatore nel nuovo Regno d’Italia che andava costituendosi. Siamo nel 1860 ed è in corso la Spedizione dei Mille:

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Il sonno, caro Chevalley, il sonno è ciò che i Siciliani vogliono, ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare, sia pure per portar loro i più bei regali.

I siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti: la loro vanità è più forte della loro miseria, ogni intromissione di estranei sia per origine sia anche, se si tratti di Siciliani, per indipendenza di spirito, sconvolge il loro vaneggiare di raggiunta compiutezza, rischia di turbare la loro compiaciuta attesa del nulla.

Crede davvero, Chevalley, di essere il primo a sperare di incanalare la Sicilia nel flusso della storia universale? Chissà quanti musulmani, quanti cavalieri di re Ruggero, quanti scribi degli Svevi, quanti baroni angioini, quanti legisti del Cattolico hanno concepito la stessa bella follia; e quanti viceré spagnoli, quanti funzionari riformatori di Carlo III; e chi sa più chi siano stati? La Sicilia ha voluto dormire, a dispetto delle loro invocazioni; perché avrebbe dovuto ascoltarli se è ricca, se è saggia, se è onesta, se è da tutti ammirata e invidiata, se è perfetta, in una parola?

In Sicilia non importa far male o far bene: il peccato che noi siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di “fare”.

Siamo vecchi, Chevalley, vecchissimi. Sono venticinque secoli almeno che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche civiltà eterogenee, tutte venute da fuori già complete e perfezionate, nessuna germogliata da noi stessi, nessuna a cui abbiamo dato il “la”; noi siamo dei bianchi quanto lo è lei, Chevalley, e quanto la regina d’Inghilterra; eppure da duemilacinquecento anni siamo colonia. Non lo dico per lagnarmi: è in gran parte colpa nostra; ma siamo stanchi e svuotati lo stesso.

Io appartengo a una generazione disgraziata, a cavallo fra i vecchi tempi e i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni. Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti, gattopardi, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra.

Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi [1].

 



[1] Cfr. GIUSEPPE TOMASI DI LAMPEDUSA, Il Gattopardo, Feltrinelli Editore, Milano 1958.

 

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