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Emozioni con Piero Marras a Martis PDF Stampa E-mail
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Domenica 03 Dicembre 2017 19:28

Organizzato dal Comune nell’ambito del Progetto Ethnos, il concerto del cantautore nuorese ha riscosso molti consensi, sottolineati da applausi prolungati

di Carlo Patatu

Piero Marras sempreverde. Un artista molto amato in Sardegna e non solo. Un intrattenitore affascinante, un testimone del suo tempo.

Ecco perché ieri sera, a Martis e nell’accogliente sala convegni di Sa tanca ‘e Idda, ho trascorso quasi tre ore di puro godimento, ammaliato dalle canzoni e dalle parole con le quali quell’uomo intrigante ha incantato la folla di spettatori convenuti da vari centri dell’Anglona per ascoltarlo. E applaudirlo.

C’è da dire, in primis, che, da oltre una dozzina d’anni e sul finire dell’autunno, il Comune di Martis regala al pubblico anglonese pregiate e gradite strenne natalizie. E cioè serate musicali e appuntamenti con la prosa che, nell’ambito del Progetto Ethnos, hanno visto sfilare sul palco della bella sala polivalente artisti di prim’ordine del Gotha nazionale e internazionale.

Tanto per dire, il piccolo Comune di Martis ci ha offerto l’occasione di assistere spettacoli che spaziano dal jazz alla musica classica, dal rock agli spirituals, alla poesia, alla letteratura, al teatro, offrendo al pubblico anglonese il piacere di applaudire mostri sacri quali Paolo Fresu, Bachisio Bandinu, Arnoldo Foà, Mario Cerri, Katia Ricciarelli, Paola Gassman. E mi fermo qui.

Ieri sera è stato il turno di Marras, al quale gli organizzatori davano la caccia da lungo tempo. E così, accompagnandosi col piano o con la chitarra, ha cantato una lunga serie delle sue più belle creazioni musicali. Partendo dal primo repertorio in lingua italiana per passare poi a quella sarda. Marcata dall’inconfondibile accento barbaricino.

Cucite l’una all’altra da un discorrere seducente che fungeva da filo conduttore, via via si sono snodate le musiche e i testi poetici della sua produzione. E che hanno raccontato, in forma sempre elegiaca, talune vicende della nostra Sardegna. Tristi e liete.

Si sono così materializzati nella sala in penombra i fantasmi non ancora fugati della tragedia di Osposidda; Durusia con l’ormai famoso binicheddu ‘e Buddusò. Ha fatto pure capolino l’invocazione a Mère Mànna perché provveda a ubriacare questo mondo strambo con una cascata di acquavite, costringendolo così a far festa ballando in cerchio. E quindi la richiesta a rundinedda rundinedda per sapere se ritornerà in primavera a inventare un nuovo giorno.

Da alcuni decenni, Piero Marras canta i nostri dolori, i nostri lutti, le nostre speranze. Canta una Sardegna povera, talora allegra e talaltra crudele, come in L’hana mortu cantande[1], dove fa una riflessione amara sull’odio atavico e sulla totale assenza di pietà per la giovane vita di un uomo, lontano dall'essere considerata, in senso cristiano, come dono divino. La poesia mette in risalto la scarsa considerazione di cui gode questo dono incomparabile che è la vita, da parte di questa società arcaica[2].

In breve, ieri sera ho provato grandi emozioni, ascoltando ammaliato l’aedo nuorese. Tant’è che avrei voluto unirmi a lui nel canto. Ma la voce e il contesto me lo hanno sconsigliato. E meno male.


[1] Su versi di Pietro Mura, poeta di Isili (Nu), scomparso nel 1966.

[2] Cfr. L’hana mortu cantande di Salvatore Patatu.

Ultimo aggiornamento Domenica 03 Dicembre 2017 22:24
 

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