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Le ciaramelle PDF Stampa E-mail
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Scritto da Carlo Patatu   
Martedì 19 Dicembre 2017 00:29

di Giovanni Pascoli[1]


Un sapore antico, atmosfere d’altri tempi, ricordi d’infanzia, di banchi di scuola rustici e scomodi, con ribalte sovente sgangherate, sulle quali noi scolari scrivevamo chini sul quaderno, intingendo, di tanto in tanto, il pennino nel calamaio incastrato sul banco, alla nostra destra. E chi era mancino? Peggio per lui. Doveva arrangiarsi.

Questo e altri sentimenti, che vanno dalle fantasticherie alla malinconia, mi richiamano alla mente i versi antichi di Giovanni Pascoli, letti e riletti, mandati a memoria da insegnanti occhiuti e severi. E mai dimenticati.

Ebbene, vagando con la fantasia fra questi ricordi, porgo ai nostri lettori i migliori auguri di buon Natale e buon Anno nuovo. Ho sempre dubitato sull’efficacia degli auguri. Fin da bambino. Tuttavia non mi sono mai tratto dal farli. Anche perché so che scaldano il cuore di chi li riceve e rasserenano chi li porge. (c.p.)

---


Udii tra il sonno le ciaramelle,

ho udito un suono di ninne nanne.

Ci sono in cielo tutte le stelle,

ci sono i lumi nelle capanne.


Sono venute dai monti oscuri

le ciaramelle senza dir niente;

hanno destata ne' suoi tuguri

tutta la buona povera gente.


Ognuno è sorto dal suo giaciglio;

accende il lume sotto la trave;

sanno quei lumi d'ombra e sbadiglio,

di cauti passi, di voce grave.


Le pie lucerne brillano intorno,

là nella casa, qua su la siepe:

sembra la terra, prima di giorno,

un piccoletto grande presepe.


Nel cielo azzurro tutte le stelle

paion restare come in attesa;

ed ecco alzare le ciaramelle

il loro dolce suono di chiesa;


suono di chiesa, suono di chiostro,

suono di casa, suono di culla,

suono di mamma, suono del nostro

dolce e passato pianger di nulla.


O ciaramelle degli anni primi,

d'avanti il giorno, d'avanti il vero,

or che le stelle son là sublimi,

consce del nostro breve mistero;


che non ancora si pensa al pane,

che non ancora s'accende il fuoco;

prima del grido delle campane

fateci dunque piangere un poco.


Non più di nulla, sì di qualcosa,

di tante cose! Ma il cuor lo vuole,

quel pianto grande che poi riposa,

quel gran dolore che poi non duole;


sopra le nuove pene sue vere

vuol quei singulti senza ragione:

sul suo martoro, sul suo piacere,

vuol quelle antiche lagrime buone!

 

 

Giovanni Pascoli

[1] Nato a San Mauro di Romagna il 31 Dicembre 1855 e deceduto a Bologna il 6 Aprile 1912.

Ultimo aggiornamento Sabato 23 Dicembre 2017 13:26
 

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