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Sabato 20 Gennaio 2018 13:33

Testimonianze concrete e visibili di amicizia e fratellanza che, di questi tempi, a Chiaramonti si sono affievolite parecchio, fino a scomparire quasi del tutto

di Carlo Patatu

Mi accade spesso (ci accade) di recriminare sul fatto che la cosiddetta fratellanza di un tempo sia ormai acqua passata. Da parecchio. E che ciascuno di noi, rinchiuso nel proprio egoismo, non vede e non sente quanto gli accade intorno. O, forse, non vuole vedere né sentire.

Le nostre case, in genere sufficientemente ampie e confortevoli, offrono un comodo rifugio a questa sorta di individualismo trionfante, che ci mette in ambasce non appena qualcuno o qualcosa pare attentare alla nostra tranquillizzante sicurezza. Ciò che accade al di là del nostro giardinetto è cosa che non ci riguarda. Videant Consules! E cioè ci pensino il Comune, la Regione, il Governo. Io che c’entro?

L’antica solidarietà, la mutualità tradizionale sono un qualcosa che staziona soprattutto nei ricordo dei vecchi. E io sono fra questi. Ma qualche traccia resta ancora. La consuetudine di scambiarsi sos signales in sas dies nodidas[1], se pure attenuata resiste. Non so dire fino a quando, ma resiste ancora. E meno male.

Eppure un tale costume già manifestava segnali di scricchiolamento oltre un secolo fa. Ce ne rende testimonianza Giorgio Falchi (1843-1922) in un passo delle sue cronache. Mi pare doveroso riportarlo per intero, a testimoniare che anche nel passato remoto le cose non stavano sempre come ci piacerebbe ricordare.

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“Sos signales[2].

“Sebbene nel giorno d’oggi i vincoli d’affetto tra gli stessi parenti sieno oltremodo affievoliti, purtuttavia non lasciano ancora di scambiarsi dei rigali nelle maggiori solennità dell’anno.

“Infatti nella festa d’Ognissanti usano di rigalare papassini (pabassinos), in quella del Natale una specie di berlingozzi[3] (cozzulos de pistiddu[4]), nell’occasione che uccidono il maiale carne porcina, nel carnevale frittelle (frisciolas) nella Pasqua di Risurrezione pan di semmola e formaggelle (lotturas e cozzulas de simula e casadinas), nel Corpus Domini latte quagliato (giagadu), giuncata, fozzatas (caccio cavallo a pera) od in forma di treccia e di campanelli (trizzas, corrias, campanas de casu cottu). E finalmente durante l’anno carne di porchetta, d’agnello o di capretto, nonché vino e frutta diverse.

“Ora non è a dire con quanta cura ed abilità le massaie confezionano le predette leccornie, sia per far mostra della loro abilità, come ancora acciò non vi siano superate dalle altre o non offrano pretesto alle altrui critiche”.[5]

 


[1] Scambiarsi i doni in occasioni particolari.

[2] Traduzione letterale: i segnali (di amicizia e di fratellanza); e cioè i doni che, nelle cerchie familiare e amicale, ci si scambia in occasione di ricorrenze particolari (Natele, Carnevale, Pasqua), oppure quando ricorrono circostanze tristi o liete (matrimoni, lutti, battesimi, etc.).

[3] Termine usato in Toscana per indicare le ciambelle croccanti esternamente e soffici all’interno.

[4] Dolce tipico realizzato con una sfoglia sottile di pasta dolce, la quale racchiude un cilindro di marmellata realizzata con sapa d’uva e semola (pistiddu).

[5] Cfr. C. PATATU, Chiaramonti – Le cronache di Giorgio Falchi, ed. Studium adp, Sassari 2004, pag. 303.

Ultimo aggiornamento Sabato 20 Gennaio 2018 13:54
 

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