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Restauro discutibile e imbarazzante PDF Stampa E-mail
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Mercoledì 24 Gennaio 2018 20:45

I lavori corposi eseguiti nella chiesa parrocchiale di Chiaramonti negli anni 1967-1970 ne stravolsero l’impianto originario con l’abbattimento della cantoria, del pulpito, delle balaustre e non solo

di Carlo Patatu

A integrazione di quanto, qualche settimana fa, ha scritto Claudio Coda su quella che fu la cantoria della chiesa parrocchiale, aggiungo poche note inerenti alla fine ingloriosa di quel bel manufatto. Per dire subito che i reperti fotografati da Coda appartennero alla cantoria in questione.

Eletto Sindaco nei primi di Giugno 1970, presi possesso del mio ufficio il 1. Agosto successivo, dopo avere giurato fedeltà alla Repubblica nelle mani del Prefetto di Sassari. Ebbene, uno dei miei primi atti fu quello di presenziare al collaudo, svolto da un ingegnere incaricato dalla Regione, dei lavori di restauro della chiesa citata, eseguiti nel triennio precedente e portati a termine nella Primavera di quell’anno.

Confesso che restai basito nel constatare di persona cosa aveva prodotto quell’intervento maldestro di risanamento. La bella e artistica cantoria in legno sovrastante la bussola del portone principale era scomparsa. Sparito pure il pavimento di mattoni ottagonali di ardesia coordinati con tronchetti quadrati di marmo di Carrara. Sparito l’altare di San Giuseppe-Santa Lucia, primo sulla navata destra. Sparite le pedane in marmo di tutti gli altari laterali e i due baldacchini sovrastanti rispettivamente l'altare maggiore e il pulpito. Scomparsi il pulpito marmoreo e la relativa scala a chiocciola di accesso. Nessuna traccia delle due balaustre che chiudevano l’abside con l’altare maggiore. Sparite, infine, le porte monumentali della sagrestia principale e di quella, più piccola, riservata alla Confraternita Santa Croce. Lungo le pareti perimetrali dell’aula, una zoccolatura in marmo beige. Che, in sardo, potremmo definire in colore de cane fuènde.

Poco tempo dopo, col parere favorevole di un’apposita commissione diocesana, disposi con un’ordinanza la messa in sicurezza della ormai pericolante chiesetta di San Giovanni. Con la previsione di abbatterla, se chi ne aveva la proprietà (l’arcivescovo di Sassari) non avesse ottemperato a eliminare il pericolo di crolli con possibili danni a persone e cose.

Ebbene, i cittadini di quel quartiere insorsero compatti, opponendosi alla demolizione. Chiesi allora l’intervento della Soprintendenza ai Monumenti, che dispose un sopralluogo incaricandone l’architetto Croci. Il quale, dopo avere bene osservato quel che ancora restava del tempio, disse queste testuali parole: “Caro Sindaco, nello squallore di questa piazza, l’unica nota degna di considerazione è costituita dalla chiesetta. Pertanto non ne sarà autorizzata la demolizione; ma con l’impegno, da parte della Soprintendenza, di assegnare al Comune un adeguato finanziamento”.

Ovviamente provvidi a revocare l’ordinanza e a delimitare con apposita recinzione l’edificio. Del finanziamento promesso ebbi notizia di lì a poco. Ma la pratica ebbe un corso lungo e tortuoso. Tant’è che i lavori furono portati a termine solo nel 1983!

Tutto ciò per dire che l’architetto Croci, nel corso del sopralluogo, osservò che, all’interno della chiesa di San Giovanni erano state accatastate le colonne in legno della ex cantoria cui fa riferimento Claudio Coda. Inoltre vi erano stati depositati pure altri pezzi in legno di quel manufatto, comprese varie parti della elegante balaustra.

L’architetto mi chiese da dove provenissero quei materiali. Al che il parroco, che presenziava all’incontro, disse che si trattava della vecchia cantoria della parrocchiale, demolita nel corso dei lavori di ristrutturazione conclusi pochi mesi prima. Il dott. Croci fece una smorfia e replicò: “Ovviamente senza il benestare della Soprintendenza! Ah! È proprio vero che i veri saccheggiatori delle chiese non sono stati i barbari, ma i preti”.

Dico pure che quei materiali di risulta ricavati dalle varie demolizioni eseguite nella parrocchiale (porte in castagno delle due sacrestie, scala a chiocciola del pulpito, cantoria, balaustre in marmo e altro) furono motivo (non il solo, a dire il vero) di frizione fra me e il parroco. Il quale ne rivendicava il diritto di possesso, trattandosi di prodotti provenienti da una proprietà della Chiesa. Io sostenevo, invece, che ne potesse reclamare l'appartenenza il Comune, che aveva eseguito, diretto e finanziato i lavori, sia pure beneficiando di un contributo regionale.

Pro bono pacis e per evitare ulteriori contrasti col prete, lasciai correre e mi disinteressai della questione. Sbagliando, devo convenire. Quei reperti continuarono a restare dov’erano. Probabilmente, quando molti anni dopo furono avviati e portati a termine i lavori di restauro della chiesetta di San Giovanni, furono depositati altrove. Ecco perché qualche pezzo è finito nel caseggiato della ex scuola media.

Concordo con Coda nel dire che i pezzi residui della bella e vecchia cantoria della chiesa di San Matteo andrebbero recuperati, rimessi in ordine e collocati da qualche parte. La sala del Consiglio comunale potrebbe essere un luogo adatto.

Un’ultima cosa, per concludere. Lo scempio perpetuato nella parrocchiale fu operato dall’amministrazione comunale col benestare di chi reggeva la parrocchia, oltre che della Curia diocesana. Ma, soprattutto, nel disinteresse totale di noi chiaramontesi. Senza muovere un dito, accettammo la mutilazione di un monumento importante e prestigioso di questa comunità.

 

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