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Giovedì 15 Febbraio 2018 19:50

La piramide demografica per età va capovolgendosi: abbiamo più nonni che figli, più figli che nipoti

di Carlo Patatu

Chiedo ai lettori di fare con me un salto all’indietro; di tornare ai tempi delle diligenze, quando due o tre pariglie di cavalli erano i soli motori di quelle scatole di legno con quattro ruote. Il vetturino brandiva con generosità la frusta, che era l’acceleratore di quel romantico mezzo di trasporto.

Ebbene, la comparsa del motore a scoppio mise in crisi le carrozze. Che furono soppiantate, nel breve periodo, da nuovi mezzi di locomozione: il treno e l’automobile.

Eppure ci fu qualcuno che si adoperò per contrastare, inutilmente, l’entrata in scena dei nuovi autoveicoli. Una prima reazione fu quella di aggiungere una pariglia di cavalli alla diligenza, ritenendo che, col potenziamento della trazione a quattro zampe, fosse possibile vincere la partita. Non fu così. Si trattò di un tentativo tanto ingenuo quanto disperato. Oltre che inutile. Ebbe successo, invece, chi smise di affittare cavalli e aprì un’officina meccanica; chi si riciclò impiantando rifornitori di carburante in luogo delle stazioni di sosta.

In breve, vinse la partita chi, guardando un po’ più in là del proprio naso, riuscì a interpretare i segnali del futuro, invece che starsene arroccato sulle posizioni del presente. Ebbe successo chi, dotato di antenne sensibili, fu in grado di avvertire i segni del cambiamento, adeguandovisi con la necessaria flessibilità; tentando, semmai, di cercarvi un tornaconto e dando sfogo all’inventiva, alla fantasia.

Perché dico queste cose?

Perché la storia e la letteratura c’insegnano che, in presenza di novità sconcertanti; di fronte a situazioni che ci mettono largamente al di fuori di quella che consideriamo la nostra quotidianità, il quadro stabile della nostra esistenza, noi reagiamo con atteggiamenti dettati da certo automatismo (che sa di riflesso condizionato di sapore pavloviano), piuttosto che dall’uso della ragione. Che pure ci è stata fornita da Madre Natura in quantità e qualità non proprio disprezzabili.

Quello che voglio dire è che, in realtà, quando ci si pone il problema del futuro e del nuovo, lo affrontiamo con tentativi di riprodurre il passato. O comunque di conservare il presente così com’è.

Abbiamo difficoltà ad adattarci alle novità.

Se guardate i primi disegni delle automobili, vi accorgete che esse altro non erano che carrozze senza cavallo. Non erano altro. Uno strumento nuovo che veniva inserito dentro il vecchio sistema. Perché non ce la facciamo a inventarci compiutamente il futuro, a predirlo. Perché è oggettivamente difficile.

È tutto evidente che il fenomeno dell’immigrazione (ma è il caso di parlare di migrazione, considerate le dimensioni bibliche e difficilmente controllabili dell’evento), l’immigrazione, dicevo, la stragrande maggioranza di noi la vive con grande ansia e dando risposte che appaiono come il frutto di un riflesso condizionato, piuttosto che di una disamina serena e meditata.

Un mio caro amico, il compianto prof. Marcello Lelli dell’Università di Sassari, trattando di queste cose faceva riferimento a una malattia diffusa; ma che il sistema sanitario nazionale non riconosce e per curare la quale nessuna farmacia fornisce il farmaco adeguato: lo shock da futuro.

Dunque lo shock da futuro: quando ci troviamo ad agire in condizioni di anormalità, non sempre comprendiamo bene quello che ci accade intorno. Io, dalla mia scrivania, vedo il mio studio in un certo modo. Ma, se qualcuno fa capolino dietro la porta, o se tutt’a un tratto manca la luce, l'equilibrio che si era formato nella mia mente cambia. Non di molto, è vero; ma quanto basta per costringermi ad aggiustare la mia visuale, per infilare nel panorama iniziale anche quel qualcuno che sta per entrare o la nuova condizione venutasi a creare con lo spegnimento delle lampade.

Il processo conoscitivo, come sappiamo, è una successione di aggiustamenti e riaggiustamenti, dato che l’ambiente circostante cambia in continuazione. Piaget[1] ce lo ha insegnato. Di solito, l’aggiustamento è semplice, non particolarmente difficoltoso. Se in questa stanza entra una persona, la cosa è pressoché normale. In fondo, la porta è il luogo dal quale io mi aspetto che entri qualcuno.

Talvolta, invece, l'aggiustamento è traumatico.

Per esempio, se vedessi entrare dalla porta un nugolo di vespe, ebbene mi troverei in imbarazzo. Avrei una prima reazione emotiva, non conoscitiva. Sarei colto dall’ansia. Sicuramente manifesterei atteggiamenti dettati dall’istinto, più che dalla ragione. E volti non tanto a capire, ma a difendermi, in qualche modo. Poi, piano piano, ragionerei, valuterei la situazione. Quindi capirei e mi comporterei di conseguenza.

Pensate a quanto fu complicato il processo conoscitivo per gli inglesi e gli spagnoli, quando sbarcarono sulle coste dell’America o dell’Africa e ci trovarono uomini di un altro colore. Si aspettavano persone come loro; e invece s’imbatterono in gente con la pelle di un colore diverso. Un trauma. Un trauma al quale reagirono come sappiamo. Gli spagnoli e gli inglesi, ma un po’ tutti quelli che (non aspettandoselo) si trovarono in situazioni analoghe, entrarono in agitazione e reagirono con violenza. Che poi è la stessa cosa che farei io con le vespe, se dovessero ronzarmi intorno, qui e all’improvviso.

Conoscere, dunque, è cosa complessa che crea difficoltà. Tuttavia si tratta di complicazioni che, solitamente, riusciamo a superare. A volte agevolmente, come quando vediamo uno che entra in una stanza; a volte, sia pure con uno sforzo maggiore, ci abituiamo al fatto che dalla porta è comparso un qualcosa di strano, di non previsto. Conoscere, l’abbiamo appreso sui manuali degli specialisti, è riuscire a condurre l'ignoto dentro i quadri del noto. Introduciamo una cosa, che non sappiamo che cos'è, dentro quello che già conosciamo. E in tal modo ce ne impossessiamo, la facciamo nostra.

Ma, talvolta, ci troviamo di fronte a qualche avvenimento che trasforma questo processo, da ordinato e normale, in traumatico. Pensate, per esempio, a cosa accadrebbe se, invece di vedere entrare in camera nostra un uomo bianco o nero, ne vedessimo uno blu. O verde. O uno con tre gambe! Cioè se, all'improvviso, ci trovassimo di fronte, non a una novità accettabile e facilmente comprensibile; ma a tante cose diverse! Avremmo grosse difficoltà a capire.

Ecco, questo è lo shock da futuro. Questo condiziona non poco certi nostri atteggiamenti emotivi quando si parla di immigrati e non solo. Ma, ne sono certo, impareremo. Impareremo a nostre spese.

La piramide demografica italiana per età va capovolgendosi: abbiamo più nonni che figli, più figli che nipoti. Ecco, tutto ciò può piacere oppure no. Ma questa è la realtà. Del che dobbiamo tenere conto, quando immaginiamo il nostro futuro. Ed ecco che appare senz’altro fuori luogo la pretesa di essere sempre noi i migliori, i detentori di verità assolute. Noi sempre nel giusto e gli altri no.

Non è così. Non sempre.



[1] Jean Piaget (Neuchâtel 1896 - Ginevra 1980), psicologo, biologo, pedagogista e filosofo svizzero.

 

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