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1946: al voto! Per la prima volta tutti PDF Stampa E-mail
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Lunedì 26 Febbraio 2018 19:40

72 anni fa, furono ammesse a votare per la prima volta anche le donne - I due seggi elettorali di Chiaramonti furono allestiti entrambi nella chiesa del Rosario, all’epoca sconsacrata

di Carlo Patatu

Il 10 Marzo 1946, tre mesi prima dello svolgimento del referendum Monarchia-Repubblica[1] e delle votazioni per l’Assemblea Costituente, si tennero le elezioni amministrative per eleggere il primo consiglio comunale a suffragio universale. Senza limiti di censo e con la partecipazione al voto anche delle donne.

Le campagne referendaria ed elettorale si svolsero finalmente alla luce del sole, con comizi pubblici tenuti da oratori che arringavano la folla dalle finestre che si affacciavano in Carrela ‘e cheja[2]. I due seggi elettorali furono allestiti nella chiesa del Rosario, già sconsacrata perché utilizzata come mensa militare durante la presenza dei soldati nel 1943[3] e poi adibita a cinema parrocchiale[4].

Rudimentali transenne, montate frettolosamente con tavole da muratore ancora infarinate di calce, permisero di dividere l’interno della chiesa in due parti distinte, cui si accedeva da ingressi separati: alla sezione n. 1 dal portone principale; alla n. 2 da una porta secondaria posta sul lato sinistro. I seggi erano presieduti da Matteo Quadu[5], all’epoca giudice conciliatore, e dall’insegnante Pasquale Brau.

Agli scrutatori e al presidente era proibito allontanarsi dal seggio. Nemmeno per un attimo. Tutti dovevano essere presenti per l’intera durata delle operazioni di voto e di spoglio delle schede. Disposizioni severe e restrittive imponevano una tale regola assurda. Che poi fu modificata; ma che all’epoca doveva essere rispettata alla lettera. Ricordo che, in quei giorni fatidici, mia madre m’incaricò di portar da mangiare a mio padre[6], nominato scrutatore nel seggio presieduto dal signor Brau, allora mio maestro di quarta elementare.

Le strade attigue alla via Rosario erano animate da un andirivieni di persone col certificato elettorale a portata di mano. Le donne apparivano più impacciate degli uomini, essendosi trovate, di punto in bianco, a fare i conti con un’esperienza nuova, che vedeva riconosciuto anche a loro (ma senza che ne comprendessero appieno il motivo) un diritto al quale avevano avuto accesso, fino ad allora, soltanto i loro padri, i mariti, i fratelli. E cioè quello di esprimere liberamente il voto tracciando una croce sulla scheda elettorale.

In luogo delle autovetture, che ancora non c’erano, in quelle strade si contavano decine di cavalcature bardate a dovere e con le briglie debitamente annodate a sas lorigas[7]. Intere famiglie di allevatori e contadini, che a quel tempo vivevano stabilmente in campagna e che si muovevano di rado per venire fino in paese, si erano messe ordinatamente in viaggio per raggiungere i seggi. Che furono presi letteralmente d’assalto da quei Cittadini con la C maiuscola, divenuti d’un tratto tanto importanti da vedersi blanditi da solerti galoppini elettorali.

Lunghe file di elettori si dipanavano dai due ingressi della piccola chiesa, sotto l’occhio vigile e discreto delle forze dell’ordine. Le operazioni di voto andavano a rilento e richiedevano tempi lunghi. Votanti e scrutatori erano ancora alle prime armi e dovevano fare pratica. Ci voleva pazienza. Ma di pazienza la gente ne aveva fin troppa, allora.

Inaspettatamente, da noi il referendum Monarchia-Repubblica registrò la sconfitta dei Savoia. In controtendenza rispetto al resto della Sardegna, a Chiaramonti i repubblicani la spuntarono sui monarchici. A dispetto della propaganda martellante, sostenuta da persone anche influenti, e degli inviti pressanti a pregare per il re rivolti persino dal pulpito.

Lo scarto dei voti non fu grande; ma di certo significativo per un paese piccolo e povero, da sempre succubo del fascino e del potere esercitato da poche famiglie dominanti. All’elezione dei deputati dell’Assemblea Costituente prevalse la lista della Democrazia Cristiana, dove figurava un candidato locale, l’avvocato Battista Falchi[8]. Che risultò eletto. Con lui raccolse una messe di preferenze, a Chiaramonti come nel resto della Sardegna, il capolista Antonio Segni, leader della DC sassarese e futuro Presidente della Repubblica[9].

Alle elezioni comunali furono presentate tre liste: la prima dalla Democrazia Cristiana, che conquistò la maggioranza con dodici consiglieri su quindici, eleggendo così il sindaco nella persona del dottor Gigi Madau[10]. Vice sindaco fu designato Sebastiano Puggioni[11], anima della sezione locale di quel partito. Del gruppo di maggioranza fecero parte anche Tore Rottigni, Francesco Ruiu, Gavino Canopoli, Giovanni Agostino Canopoli, Andrea Urgias fu Antonio, Baingio Murgia, Gavino Denanni fu Matteo, Giovanni Michele Scanu, Salvatore Lezzeri noto Faricu e Salvatore Quadu noto Foe.

Dei tre seggi riservati alla minoranza, due furono conquistati dalla seconda lista (civica), composta da sardisti, socialisti e repubblicani; vi furono eletti Andrea Accorrà e Pinuccio Bajardo. La terza, varata dai comunisti, riuscì a portare in comune un solo consigliere, Nino Soddu. Dei 1.447 elettori iscritti negli elenchi comunali, si recarono a votare in 1.113.

L’affluenza alle urne fu pari al 77%. Non male, per quei tempi.

 

Cfr. C. PATATU, Scuola Chiesa e Fantasmi, ed Gallizzi, Sassari 2007, pagg. 21-24


[1] Referendum e votazioni per eleggere l’Assemblea Costituente si tennero contestualmente Domenica 2 Giugno 1946.

[2] Lo slargo antistante la chiesa parrocchiale.

[3] Cfr. Il tenente dei carabinieri, pagina 86.

[4] Cfr. Don Masala, pagina 53 .

[5] Matteo Quadu (1872-1958).

[6] Giovanni Patatu (1908-1995).

[7] Sa loriga era un anello di ferro che scorreva dentro un altro anello più piccolo e solidale con una mensola fissata a una parete. Una specie di parcheggio per le cavalcature che, così assicurate, non potevano allontanarsi.

[8] Battista Falchi (1904-1988) sedette sui banchi di Montecitorio dal Luglio 1946 al 27 Giugno 1947, quando interruppe il mandato parlamentare dimettendosi irrevocabilmente. Per sua scelta, non fu ricandidato; dopo di che si ritirò dalla vita politica attiva.

[9] Nato a Sassari nel 1891, morì a Roma nel 1972. Fu eletto Capo dello Stato nel 1962 e si dimise due anni dopo per gravi motivi di salute.

[10] 1902-1974 - Già commissario prefettizio e podestà durante ilo ventennio fascista.

[11] Noto Bucianu (1904-1971).

Ultimo aggiornamento Lunedì 26 Febbraio 2018 20:10
 

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