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Compriamoci lo stabilimento della “Siciliana” PDF Stampa E-mail
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Mercoledì 14 Marzo 2018 16:52

L’imponente struttura, un tempo vanto della Siciliana Pecorini di Fumera&Puglisi, è in vendita all’asta, dopo il fallimento della Cooperativa San Giuseppe, che l’aveva acquisita negli anni Ottanta del Novecento

di Carlo Patatu

Compriamoci la “Siciliana”! E perché no? Ormai la vendono a un prezzo stracciato, appetibile e accessibile. E allora via! Un po’ d’iniziativa e la cosa è fatta.

Il caseificio costruito a Chiaramonti, rione Codinas, nei primi anni Sessanta del Novecento era di proprietà della ditta Siciliana Pecorini di Fumera&Puglisi. Il cav. Raffaele Puglisi Cosentino, ricco e potente notabile catanese, aveva convinto il comm. Armando Fumera (compare de ozu santu), già sindaco di Chiaramonti e industriale rampante nel settore caseario, a fondare insieme quella società. Che operò con grande successo; ma solo per pochi anni.

Fu, quello della Siciliana (così la chiamavamo qui in paese), un modello di iniziativa industriale gestita con criteri razionali e con strutture moderne. Pensate che, in quello stabilimento, nei periodi di massima raccolta del latte, si registravano tre turni di lavorazione. H24 si direbbe oggi. Con ricadute altamente positive sull’occupazione e l’indotto locali. In breve, la Siciliana a Chiaramonti come la Fiat a Torino.

Verso la fine degli anni Sessanta, per motivi che mai sono stati chiariti a sufficienza, i due soci litigarono e se ne andarono ciascuno per proprio conto. Il cav. Puglisi riscattò l’intero stabilimento liquidando la quota di proprietà al comm. Fumera. Che costruì frettolosamente un proprio locale nella via Dante Alighieri, chiuso alcuni anni fa dall’ultimo proprietario Salvatore Fumera, ormai anziano e malandato in salute.

La Siciliana continuò a operare per qualche anno. Ma dovette poi chiudere per insorte difficoltà di gestione che il proprietario catanese incontrava in un ambiente che, se pure non ostile, lui lo sentiva estraneo rispetto a quello in cui era solito muoversi; e cioè quello dell’amata Sicilia. Pertanto decise di chiudere l’attività e di mettere in vendita lo stabilimento.

Per iniziativa anche dell’amministrazione comunale, nel 1971 nacque la cooperativa San Giuseppe, che riaprì i cancelli della struttura ex Siciliana e riprese la lavorazione del latte conferito dai quasi 500 soci. Dopo qualche anno, e non senza tensioni e polemiche, la cooperativa acquistò l’impianto e lo tenne in produzione per un paio di decenni. Ma la scarsa capacità di gestione di cui diedero prova i dirigenti della società portò la San Giuseppe al fallimento. E da qui alla messa all’asta del caseificio.

L’ultimo avviso del Tribunale pubblicato qualche mese fa sulla Nuova Sardegna indicava, se non ricordo male, una base d’asta pari a 150.000 €. Al momento quella pratica è stata sospesa dal giudice per verificare alcuni dati catastali che risulterebbero non rispondenti al vero. Ma ritengo che, a breve, l’avviso d’asta ricomparirà sul giornale. E, questa volta, con una base di certo inferiore ai 150.000 € già previsti in passato.

È possibile che a Chiaramonti non ci sia una mezza dozzina di imprenditori che, accollandosi un investimento di trentamila euro a testa, prendano possesso di una struttura che, ancora in buone condizioni, di euro ne vale più di un milione?

Commercianti, falegnami, meccanici, muratori, impresari edili troverebbero in quei locali ampia disponibilità di spazi per lavorarci e depositarvi materiali, macchinari e quant’altro. Costoro ne trarrebbero vantaggio e noi, come comunità, vedremmo rivivere un gigante che aveva dato benessere a questo paese, per alcuni anni. Inoltre verrebbe disinnescata una bomba ecologica, avuto riguardo all’amianto che ricopre quella che doveva essere una porcilaia. E che va rimosso al più presto. La spesa, mi ha assicurato uno che se ne intende, non arriverebbe a 40.000 €.

E allora?

Chi ne ha interesse ci faccia sopra un pensierino. Poi vada subito a caccia di soci volenterosi e… arditi.

 

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