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Il tempo ha dato ragione ai vandali di Carrucana PDF Stampa E-mail
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Lunedì 16 Aprile 2018 18:29

Agosto 1975: a Martis, i proprietari del terreno manomisero i resti della foresta pietrificata e li ammucchiarono - Solo quell’atto inconsulto riuscì a richiamare l’attenzione di Comune e Soprintendenza

di Carlo Patatu

Pubblicando sul proprio profilo Fb le foto di alcuni reperti della foresta pietrificata di Martis-Carrucana, Gian Piero Unali mi ha richiamato alla memoria quanto accadde in quel sito 43 anni fa e che produsse cumuli improvvisati e disordinati di tronchi d'albero giganteschi pietrificati.

Facciamo un po’ di passi indietro.

Martis, fine Agosto 1975. Il sindaco Giulio Biddau, di recente elezione, venne a sapere che numerosi resti di una foresta pietrificata disseminati nella tanca di Carrucana, posta a valle del paese e raggiungibile in pochi minuti a piedi, erano stati manomessi. Scandalo, indignazione, rabbia. Il paese era in subbuglio; manco a dirlo, diviso fra colpevolisti e innocentisti. Che poi altri non erano se non quelli che, rispettivamente, avevano votato contro Biddau e coloro che, invece, lo avevano sostenuto alle elezioni.

All’epoca, ero corrispondente della Nuova Sardegna dai comuni dell’Anglona. Pertanto, subito informato dal sindaco, andai a vedere e diedi notizia dell’accaduto in un servizio pubblicato il 24 Agosto su quattro colonne, a pagina 7 del giornale.

Cos’era successo?

I fratelli Fara, proprietari del terreno su cui gravava da anni un vincolo della Soprintendenza alle Antichità, stufi di subire quello che, forse, ritenevano un sopruso, avviarono il motore del trattore e diedero la caccia ai tronchi giganteschi sparsi qua e là. E che, preziosi agli occhi degli esperti dei Beni Culturali poco o nulla dicevano a chi la tanca intendeva sfruttarla a dovere; magari ponendola a semina di cereali o erbaio.

Fu così che, grazie all’azione di una pala robusta, i fusti di quella che, qualche milione di anni fa, doveva essere una foresta in piena regola, furono spinti e ammucchiati in diversi punti di raccolta. Come gli agricoltori sono soliti fare durante le operazioni di spietramento di un terreno che intendono arare.

Giulio Biddau rilasciò dichiarazioni di fuoco, come son soliti farei sindaci; soprattutto se di prima e fresca nomina. Vergogna! I vandali che avevano manomesso un patrimonio di valore inestimabile erano addirittura martesi! Il vice sindaco Nicolino Migaleddu rincarava la dose, sottolineando che la foresta pietrificata di Carrucana era una delle testimonianze più interessanti del Pliocene in Sardegna. Più serafico, invece, uno dei proprietari del terreno, se ne uscì così: “Eh! Quanto fracasso per quattro pietre! In fin dei conti ci devono ringraziare per averle riportate alla luce”.

In effetti, il tempo diede ragione a loro. Ai Fara, intendo dire. La giustizia fece il suo corso, ma non ricordo come si concluse il procedimento. La Soprintendenza si fece carico di segnalare al Ministero dei Beni Culturali l’urgenza d’intervenire e, un anno dopo, a seguito di un sopralluogo effettuato da un ispettore ministeriale, fu disposto al riguardo un finanziamento considerevole. Inoltre, molti vennero a conoscenza di quel sito proprio in virtù della sua violazione.

Successivamente, il sindaco Cecchino Sini fece elaborare da un architetto uno studio per ridistribuire sul terreno i tronchi già ammucchiati e realizzarvi una struttura per convegni e manifestazioni all’aperto. La Soprintendenza si oppose, motivando il diniego con l’esigenza di lasciare i reperti dove stavano. Non era proprio il caso di procedere ad altra manomissione arbitraria.

Sotto l’amministrazione di Piero Solinas (mi pare), l’Unione dei Comuni realizzò alcune strutture in legno di fattura pregevole e la sistemazione dell’area circostante. Qui annualmente, a Maggio, i martesi usavano festeggiare la Primavera con una sagra campestre che richiamava tanti visitatori. La si celebra ancora quella festa? Non so.

So, invece che i resti della celebre e celebrata foresta pietrificata di Carrucana sono ancora là, ammucchiati proprio come e dove li avevano collocati in forma spontanea i proprietari della tanca, intenzionati a compiere un’operazione di bonifica che, per contro, dai più fu classificata come atto vandalico.

Probabilmente, senza quel danneggiamento, i reperti se ne starebbero ancora sottoterra, facendo capolino qua e là come rocce affioranti. Per ironia della sorte, il tempo e le istituzioni hanno dato ragione ai vandali.

 

 

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