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Babilonia e il frutto del "peccato".
Scritto da c.coda   
Giovedì 12 Luglio 2018 21:16

Al di là delle cronache del tempo, talvolta curiose (leggasi Babilonia), emerge lo stato umano, più che religioso. Lo strato sociale, quasi penoso, per buona parte delle famiglie, era abbastanza misero. L'abbandono, talvolta forzato, delle proprie virtù, da parte di quelle dieci/dodici fanciulle, denotava, in larga misura, la povertà assoluta e tutta a vantaggio, a piacimento, dei prinzipàles, che soddisfavano le proprie ”voglie”, dentro e fuori dal matrimonio.

Anche la Chiesa, che tanto si preoccupava di “catalogare”, “monitorare”, “condannare” queste situazioni, bollava colui/colei, che era nato fuori sacramento, come “spurius”. Negli atti battesimali questo aggettivo era ben evidenziato, così pure, nei registri comunali, l'acronimo -per la paternità- era N.N. (NESSUNO) anche se, geneticamente, era da tutti conosciuta. La stessa Chiesa, che pretendeva moralità, uguaglianza, denunciava lo stato di “irregolarità” chi intendeva avviarsi al sacerdozio. Ai figli illegittimi le porte del seminario era sbarrate (risanata, mi pare, negli anni '70 del novecento, ma con speciale dispensa).

Così pure le fanciulle incontravano opposizione -quasi un veto- della famiglia dell'innamorato. Non tenevano conto della discriminazione umana che, questi, si portavano appresso per tutta la loro esistenza: erano “ bùldos/bùrdos ” e tali rimanevano. Questi appellativi, ingiuriosi, riecheggiavano e riaffioravano nelle situazioni di difficoltà, di scontri verbali e fisici. Un attacco violento per annientare, per annullare la propria autostima, come se fosse un disonore da portarsi appresso. Diritti negati, una tara irrimediabile e frutto del “peccato”. Come la Chiesa lo circoscriveva.

 
Questo è un commento di "1826: Chiaramonti, paese di lussuria"