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Il caporale Antonio Pinna, morto prigioniero di guerra in Russia PDF Stampa E-mail
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Lunedì 05 Novembre 2018 13:12

I suoi genitori ne attesero invano il ritorno a casa. Tutti, in paese, lo sapevamo disperso; invece fu fatto prigioniero e internato nella regione di Kazan, dove morì a 23 anni non ancora compiuti

di Carlo Patatu

Tiu Nanni Pinna e tia ‘Igliana Satta vissero i loro ultimi anni di vita con la speranza di riabbracciare vivo il proprio figlio Antonio; ma se ne andarono all’altro mondo senza conoscere la verità sulla sua fine tragica.

Lo sapevamo disperso in Russia; così si credeva in paese. Invece il caporale Antonio Pinna morì prigioniero di guerra il 4 Novembre 1942 nel campo 100 di Bielovolsk, regione Kazan, oltre 800 chilometri a Est di Mosca. Non aveva ancora ventitré anni.

La comunicazione ufficiale della sua scomparsa giunse ai familiari superstiti addirittura nel 1994. Cinquantadue anni dopo! Infatti la lettera del Ministero della Difesa, indirizzata Alla Famiglia del Cap.le Pinna Antonio, reca la data del 5 Febbraio 1994.

Vi si legge che soltanto nel 1991, a seguito dei mutamenti politici avvenuti nell’Europa dell’Est, è stato possibile accedere agli archivi segreti di Mosca, dov’è custodita la documentazione inerente ai militari italiani catturati prigionieri e deceduti in territorio sovietico durante la 2^ Guerra Mondiale e fino ad allora considerati dispersi. Dall’esito di tali ricerche risulta che Antonio Pinna, catturato dalle Forze Armate sovietiche, fu internato nel campo di prigionia sopra citato, dove morì sicuramente di stenti o di malattia causata dal Generale Inverno russo.

La nota ministeriale sottolinea inoltre che va abbandonata ogni speranza di poter recuperare i resti mortali del caporale, in quanto i sovietici seppellirono i prigionieri deceduti in fosse comuni, senza distinzione alcuna per la nazionalità di appartenenza. Nell’esprimere la partecipazione al dolore della famiglia Pinna-Satta, lo stesso Ministero comunica che, una volta individuata l’area di sepoltura nel campo di Bielovolsk, provvederà a erigervi dei cippi commemorativi, a perenne ricordo del sacrificio dei nostri soldati. Del che nulla si è saputo. Finora.

Antonio Pinna, che portava il nome del nonno materno, era nato a Chiaramonti il 14 Novembre 1919. Fu battezzato dal vice parroco don Nicola Urigo il giorno 20 successivo ed ebbe come padrini il nobile dott. Gavino Grixoni e sua sorella donna Cicina. Fu cresimato ugualmente a Chiaramonti il 29 Novembre 1937 dall’arcivescovo Arcangelo Mazzotti, essendo parroco il dott. Pietro Dedola, e gli fece da padrino Ambrogio Catta di Perfugas.

Fu arruolato poco più che ventenne. Lasciò il paese per non farvi più ritorno. I suoi genitori sapevano che faceva parte del corpo di spedizione in Russia. A guerra finita, dopo che furono rientrati in paese i soldati superstiti e i prigionieri di guerra, a tiu Nanni e a tia ‘Igliana fu comunicato che il loro figlio risultava disperso. Tutto qui.

Io, all’epoca, frequentavo le ultime classi della scuola elementare. Il mio maestro Pasquale Brau non mancava di tenerci informati su quanto accadeva in paese e fuori relativamente alla guerra appena conclusa. In quegli anni ricordo che rientrarono dalla prigionia inglese in Africa tiu Nicolinu Accorrà, tiu Luchinu Casu, tiu ‘Ainzeddu Cajula, tiu Cente Cossu, tiu Andria Pinna (fratello maggiore di Antonio) e altri di cui non so dire il nome. La popolazione li accolse facendo festa e celebrando funzioni religiose di ringraziamento.

Ma dalla Russia nessun prigioniero rientrò a Chiaramonti. Si sapeva soltanto che Antonio Pinna era l’unico compaesano coinvolto in quella disastrosa spedizione a non avere fatto ritorno in Patria. In Russia era stato spedito pure il carabiniere chiaramontese Giommaria Pulina, mio zio materno. Per due anni, nulla si seppe di lui; tant’è che i miei nonni avevano già perso la speranza di rivederlo. Invece zio Giommaria rientrò in Italia, a guerra ancora in corso, appena in tempo per fare da bersaglio a un mitragliatore aereo tedesco, che lo fulminò, nel Febbraio 1945, mentre era alla guida di un mezzo militare fra Vicenza e Valdagno. Lasciando soli la moglie e un figlio in tenera età. A meno di due mesi dalla fine del conflitto. Quando si dice la sfiga!

Dei dispersi russi si parlò molto, sia in paese che altrove, in quanto non furono pochi gli italiani che, a guerra finita, preferirono restarsene in quelle terre, dove circostanze drammatiche li avevano portati a familiarizzare con la gente del luogo, a stringere amicizie e persino legami sentimentali. Vittorio De Sica ne diede testimonianza con un bel film, I girasoli, prodotto nel 1969 e magistralmente interpretato da Sophia Loren e Marcello Mastroianni. Così si era sperato per il caporale Antonio Pinna. Che fosse ancora vivo e con una famiglia in quelle terre lontane. Invece anche quella illusione cadde. La nota ministeriale di cui ho dato conto ha messo la pietra tombale sulla sua tragica vicenda di soldato fedele che si è immolato insieme ad altre centinaia di migliaia di giovani. Ai quali noi dedichiamo un ricordo distratto una volta l’anno: il 4 di Novembre.

A questo punto, sarebbe opportuno collocare una targa marmorea sulla Tomba dei Combattenti del nostro cimitero, per ricordare anche quel giovane caporale chiaramontese sepolto anonimo in una fossa comune. In un lembo di terra lontana. Il Comune potrebbe provvedervi. Con modica spesa.

 

Ultimo aggiornamento Lunedì 05 Novembre 2018 20:58
 

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