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E la luce fu… anche a Chiaramonti PDF Stampa E-mail
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Mercoledì 14 Novembre 2018 19:43

L’energia elettrica fece capolino in paese negli anni Venti del Novecento, grazie all’iniziativa di due imprenditori locali: Antonio Luigi Budroni e Mario Rottigni

di Carlo Patatu

L’energia elettrica arrivò a Chiaramonti verso la metà degli anni Venti del Novecento, grazie alla genialità di due imprenditori locali: Antonio Luigi Budroni e Mario Rottigni. Si provvide subito a illuminare le strade, sia pure con una luce fioca fioca; quanta ne producevano le lampade da venticinque candele (oggi si dice watt), collocate basse su mensole murate alle facciate delle case.

Le utenze domestiche, nella stragrande maggioranza, funzionavano a forfait; e cioè senza il contatore. Pagando una quota fissa mensile, l’utente aveva l’illuminazione elettrica in casa durante le sole ore notturne. Più o meno dal tramonto del sole fino all’alba. All’accensione e allo spegnimento provvedeva manualmente mio padre, elettricista dell’azienda Budroni&Rottigni, azionando mattina e sera un interruttore rudimentale a coltello installato nella cabina di trasformazione, costruita appena a valle de Su monte ‘e cheja. A breve distanza da quella che era la casa dei Madau.

quota mensile per la fornitura della corrente elettrica a forfait era rapportata alla potenza richiesta. Chi pagava per venticinque candele poteva utilizzare una sola lampadina di quella potenza. Se di lampadine ne aveva diverse dislocate in più ambienti, poteva tenerne accesa soltanto una per volta. In breve, doveva spegnerla in camera da letto prima di accenderla in cucina. Se, poniamo, il contratto di fornitura prevedeva cento candele, si poteva accenderne una sola di pari potenza, oppure due da cinquanta; o quattro da venticinque.

Agli abusi immancabili, che nei primi tempi furono scoperti e sanzionati severamente solo dietro segnalazione riservata (dei vicini ficcanaso), i gestori del servizio rimediarono poi installando nelle case un limitatore. Che entrava in azione se la potenza utilizzata superava quella contrattuale. In presenza di violazioni da parte di qualche furbastro, quell’aggeggio infernale provocava l’interruzione a singhiozzo dell’energia elettrica. E così le lampadine si accendevano e si spegnevano in continuazione. Tant’è che dopo pochi minuti finivano con l’andare fuori uso. Fulminate irrimediabilmente. Ai malcapitati toccava restare al buio fino a quando non le sostituivano con altre nuove di zecca. Che avevano comunque vita breve. La qualità dei filamenti a carbone non era delle migliori.

Le utenze a contatore funzionavano un po’ come adesso; ma si trattava di un lusso che soltanto le famiglie più agiate, o con salario fisso di un certo peso, potevano permettersi. Ecco perché, in quegli anni, era usuale trascorrere le lunghe serate invernali standosene in casa, seduti a cerchio intorno al focolare e lasciando alla sola fiamma del caminetto il compito di fornire un minimo di luce tremula, che proiettava sulle pareti ombre inquietanti. Quanto bastava per evocare fantasmi e provocare paure irrazionali. L’accensione della lampada elettrica, dopo cena, era riservata di solito alla camera da letto in cui riposavano i bambini in tenera età. Una luce accesa, diceva mia nonna, allontana il demonio dai giacigli dei neonati.

Le strade interne erano ricoperte di selciato. Lungo l’asse longitudinale, una specie di canaletta favoriva il deflusso delle acque piovane e di ogni altro liquido riversatovi dalle finestre.

Il servizio di raccolta dei rifiuti era affidato a un carretto tirato da un ronzino ansimante e ossuto, guidato pazientemente da tiu Luiginu. Al passaggio di quel barroccio, le massaie uscivano di casa e vi scaricavano il secchio dei rifiuti accumulatisi il giorno precedente. Compresi quelli prodotti dalla pulizia delle stalle, sempre attigue alle abitazioni, ma sovente comunicanti. L’allevamento del maiale per il consumo domestico era un’attività che impegnava pressoché tutte le famiglie.

Durante le belle giornate autunnali, il maiale veniva portato per alcune ore all’aperto. Chi non aveva un cortile lo sistemava lungo la via. A prendere il sole, che teneva asciutti e sani i piedi del suino e ne rendeva più gustosa la carne. Una catena, legata saldamente a una delle zampe anteriori dell’animale, terminava all’altro capo con un anello, che andava infilato in un piolo piantato saldamente nel selciato. Il maiale aveva così uno spazio di libertà di forma semicircolare, limitato a un paio di metri di raggio. Pertanto i giochi all’aperto dei bambini si svolgevano in ambienti che oggi bolleremmo come degradati; ma che allora rappresentavano l’assoluta normalità. Come pure del tutto normale appariva il lezzo prodotto dalle feci e dalle urine di quell’animale onnivoro. Che assolveva due funzioni essenziali per l’economia domestica: forniva in gran quantità grassi e proteine per la dieta alimentare (del maiale non si buttava via niente) e, in concorrenza con le galline che razzolavano liberamente per la strada, divorava i rifiuti biologici e gli avanzi che si producevano in famiglia. Alleggerendo così il gravame di chi doveva provvedere al servizio di nettezza urbana. Non esistevano i netturbini; con una ramazza robusta, ciascuno provvedeva a pulire il tratto di strada prospiciente la rispettiva abitazione.


Cfr. CARLO PATATU, Scuola Chiesa e Fantasmi – L’educazione di un laico chiaramontese, ed. Gallizzi, Sassari 2007, pagg. 25-27.

 

Ultimo aggiornamento Mercoledì 14 Novembre 2018 20:57
 

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