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Andàmus a iscultare PDF Stampa E-mail
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Martedì 04 Dicembre 2018 10:33

Una consuetudine curiosa e ormai scomparsa voleva che, a Chiaramonti e nei primi di Dicembre, calate le tenebre, la gente se ne andasse in giro a origliare sotto le finestre – Per carpire segreti o formulare vaticini e congetture

di Carlo Patatu

Non si parlava ancora di intercettazioni telefoniche; ma qui ci si spiava ugualmente. Con un metodo sicuramente primitivo; però efficace. Il quale consentiva di acquisire informazioni anche di prima mano. Oltre che soddisfare più d’una curiosità e, all’occorrenza, affidarsi addirittura alla cabala.

"Ajò coma', andàmus a iscultàre"[i].

L'invito, per quanto strambo possa apparire al giorno d’oggi, era invece d'uso comune ai tempi della mia infanzia. In genere erano le donne a proporlo. Ma c’è da dire che nemmeno gli uomini disdegnavano di praticare quella consuetudine; ma guardandosi bene dall’ammetterlo in pubblico. Avevano più d’una ragione di vergognarsene, essendo tale usanza considerata da tutti “roba ‘e feminas[ii]. Un vezzo marcatamente femminile. L’uomo stava (doveva stare) un gradino più in alto. La stagione delle pari opportunità era ancora di là da venire.

Ecco perché, calate le tenebre, gruppuscoli di due o tre persone si aggiravano furtivi per i vicoli del centro storico. Quelle ombre si muovevano guardinghe, con fare circospetto e passo felpato, pronte a sostare, in silenzio e a orìja paràda[iii], nei pressi d’una finestra o d’un portone. A origliare. Il buio, che regnava pressoché assoluto nei carruggi e negli angoli riposti dell’abitato, favoriva il procedere circospetto di quelle specie di fantasmi, che si materializzavano ora qua ora là; per poi spostarsi, lesti ma con movenze sempre ovattate, da un uscio all’altro. Da una finestra all’altra delle case circostanti. Ovviamente se con affaccio dal piano terra.

Siffatta abitudine, che ora pare strampalata anche a me che l’ho vissuta, in passato era molto diffusa. Nessuno se ne meravigliava. Né la considerava sconveniente. Faceva parte delle consuetudini locali; e pertanto della normalità. Un calendario non scritto, ma a tutti noto, ne collocava lo svolgimento nelle serate dei primi tre giorni di Dicembre (su mèse 'e Nadàle[iv]). Subito dopo cena. Il buio delle strade ormai deserte, appena interrotto qua e là da rari coni luminosi prodotti dalla luce avara e tremula dei lampioni dell'illuminazione pubblica, assicurava riservatezza e anonimato a chi non sapeva resistere alla smania irrefrenabile di ficcare il naso, o meglio le orecchie, in casa d'altri.

Le donne, giovani o anziane che fossero, s’infagottavano in uno scialle di lana. Che nascondeva provvidenzialmente volto e forme di quelle pettegole impiccione. Quanto agli uomini, "su cappottìnu de furèsi cun su cugùddu”, il classico giaccone nero di orbace col cappuccio calato sulla fronte, li difendeva con efficacia da una possibile quanto improbabile identificazione. Era essenziale non farsi riconoscere dai rari passanti che, sia pure eccezionalmente, poteva accadere d'incrociare dopo l'imbrunire. A quell’ora la gente, per lo più, se ne stava rintanata in casa. Godendosi il tepore del focolare e al sicuro fra le mura domestiche, con l’uscio chiuso a doppia mandata, i chiavistelli bloccati a dovere e, dove c’era, la stanga robusta messa di traverso al portone. A quel tempo, specie durante la brutta stagione non era igienicosalutare andarsene in giro nelle ore notturne. E non soltanto per il freddo. Le occasioni d'incorrere in brutti incontri o di assistere casualmente a qualche fattaccio non erano infrequenti. Pertanto, le si doveva mettere nel conto. Meglio evitarle, se possibile.

Poiché la radio rappresentava un bene ancora inaccessibile ai più e della televisione non si conosceva nemmeno il nome, le lunghe e noiose serate invernali le si trascorreva in famiglia. Al caldo e in santa pace. Seduti accanto al camino scoppiettante o in cerchio attorno al braciere. Un paio di nostre vicine, anziane e sole, dopo cena venivano di frequente a passare qualche ora in nostra compagnia. In attesa che il sonno tentatore prendesse il sopravvento. D'inverno era d’uso cenare presto; ci sedevamo a tavola che era ancora giorno. Pertanto, di tempo da dedicare al dopo cena non ne mancava. Anzi, talvolta ce n'era pure troppo. Il passatempo preferito consisteva nello stare insieme. A raccontare e a raccontarsi. Talvolta, specie quando mancava la luce elettrica per via di un temporale, si giocava a tombola. A lume di candela era più facile combinare qualche imbroglio. Anche se la posta era sempre molto, molto modesta. Le puntate erano mucchietti di fave, lenticchie o fagioli. Le nostre fiches[v]. I numeri già estratti li coprivamo sul tabellone con pezzettini di carta, che uno starnuto provvidenziale, emesso al momento opportuno, mandava all’aria in men che non si dicesse. Col conseguente spegnimento della fiammella esile della candela stearica. Ciò accadeva immancabilmente quando ci rendevamo conto che nonno Pulina, pur non essendo esperto, era sul punto di fare tombola. Lui, che era un furbacchione di vecchia scuola, si rendeva conto subito delle nostre magagne, innocenti ma non troppo. Eppure stava ugualmente al gioco, facendo finta di niente. Quel caro e indimenticabile vecchio, più che dalla vincita eventuale, si sentiva ripagato dalla gioia che leggeva sul volto dei nipoti impertinenti e presuntuosi, che credevano (ah! l’ingenuità) di avergliela data a bere. Senza contare che era sempre lui a finanziare le nostre poste. Quindi si riprendeva da capo.

In quelle serate interminabili, più spesso s’ingannava il tempo chiacchierando di tutto un po'. Gli argomenti spaziavano dai fatti del giorno al pettegolezzo di strada. Qualche maldicenza su questa o quella, su questo o quello tenevano banco. Anche a lungo. Dipendeva dalla circostanza. Riscuotevano attenzione e interesse particolari le rivisitazioni di vicende legate a fatti di sangue accaduti in tempi recenti e remoti. Come pure le storie terrificanti di fantasmi che si credeva comparissero un po’ ovunque, a mezzanotte e dintorni, per poi dileguarsi alle prime luci del giorno. Misteriosamente come s’erano materializzati. Si trattava, mi sentivo raccontare, di anime in pena che, errando all’infinito, senza pace e per ogni dove, diffondevano tutt’intorno alti lai per il castigo tremendo ed eterno cui erano state dannate nell’aldilà. Roba da fare accapponare la pelle. Figurarsi le ansie e le paure patite da noi bambini nell’ascoltare quel genere di favole. Mi pare di avvertire ancora adesso i brividi che mi solcavano la schiena nel sentire quelle storie terrificanti. Altro che Biancaneve, i sette nani e la strega cattiva!

Ricordo che, fra le vicine di casa, la frequentatrice più assidua di quelle sedute invernali era tìa Maria Pedrùzza[vi], nostra dirimpettaia che viveva con una nipote rimasta orfana. Entrambe si trattenevano spesso e volentieri da noi. Gradivano molto la nostra compagnia, allegra e chiassosa. E noi la loro, garbata e discreta. Esse apprezzavano il calore, anche umano, che a casa mia non mancava mai. Tìa Maria Pedrùzza era una simpatica vecchietta che, tenendo sul grembo una chiave enorme che apriva e chiudeva il vecchio uscio di casa sua, era ciarliera e chiacchierava di buon grado. Conosceva un’infinità di fatti e fatterelli dei tempi andati. Noi l’ascoltavamo a bocca aperta, curiosi, divertiti o spaventati, a seconda dell’argomento. Ma la donna era immancabilmente ben disposta a lasciarsi vincere dai primi assalti del sonno incombente. E così, fra una chiacchiera e l’altra, finiva col reclinare il capo, addormentandosi sulla sedia e perdendo così larga parte della conversazione. Di tanto in tanto, anche per effetto di un qualche nostro scherzo irriguardoso (il bersaglio preferito era la chiave gigantesca, che tentavamo inutilmente di sottrarle per nasconderla da qualche parte), si svegliava di soprassalto e, comprensibilmente disorientata, si appigliava alla prima parola che le riusciva di captare. Il che le procurava certo smarrimento che contagiava subito gli astanti. Non mancando di destare ilarità fra noi piccoli. Scoppiavamo immancabilmente in risate fragorose e irriguardose, gelate all’istante dall’intervento censorio di mia madre. Ci fulminava col suo sguardo severo. Che non ammetteva repliche. Sia lei che mio padre nutrivano per quella vecchietta affetto filiale e grande rispetto. Come noi, del resto. Ma eravamo bambini e non avevamo la più pallida idea di che volesse dire portare sulla gobba il fardello degli anni. Con tutto quel che ne segue.

Così, di solito, trascorrevamo le serate invernali in famiglia. Fatta eccezione per il sabato, dedicato al bagno. In assenza di acqua corrente in casa, di docce o vasche (tutta roba che per noi proletari di paese non faceva parte nemmeno del futuribile), una bagnarola di lamiera zincata risolveva il problema. Vi entravamo uno per volta, a turno, incominciando da mia sorella Giovanna, che era la minore. Sul tripode del camino stava ben saldo un grande paiolo di rame pieno d’acqua che ribolliva in continuazione. E che, con un tegame capace, mia madre riversava nella “vasca da bagno” miscelandola con altra fredda appena attinta dal pozzo in cortile. Lo sciampo, identico per corpo e capelli, altro non era se non una scheggia di sapone grezzo prodotto in casa mediante la saponificazione degli avanzi del grasso di maiale miscelati alla soda caustica. Si viveva in regime di grande austerità. Che per noi, invece, era la normalità assoluta. Niente schiume, lavande o profumi di sorta. A bagno ultimato, l’unico lusso accordato era una bella, sana e odorosa spolverata di borotalco. Ragioni anagrafiche mi concedevano il privilegio di essere l’ultimo a fare il bagno. Poiché l’operazione andava avanti per qualche ora (a entrare a turno nella bagnarola eravamo in sei), non restava altro tempo da dedicare alle conversazioni usuali. Per cui, dopo un’asciugatura frettolosa, tutti a nanna. Ancorché recalcitranti.

Tornando alle spiate notturne, qualcuno, ora, potrebbe chiedersi ragionevolmente perché mai si volesse intercettare in modo così platealmente sleale le chiacchierate casalinghe e private degli altri. Quale ragione potesse spingere persone adulte, di sani principi e anche di buona famiglia, a carpire di soppiatto quanto si diceva privatamente all’interno di mura domestiche estranee. Pura curiosità. O semplice gusto per il pettegolezzo. Ma, sotto sotto, talvolta poteva esserci pure qualche motivo d’interesse. Materiale e persino sentimentale. Era infatti d’uso che, nell'intimità familiare, si discettasse fra coniugi di proposte di acquisto o vendita di beni, case, terreni, bestiame. Inoltre dall’ascolto furtivo di quei discorsi si pretendeva anche di trarre auspici su questioni di cuore. Su ipotetici progetti matrimoniali. Dei quali, in larga parte, avevano ancora competenza primaria, se non proprio esclusiva, sos mànnos[vii]. E cioè i genitori dell’una e dell’altra parte. Nel qual caso, al fine di formulare un pronostico attendibile non era tanto importante l’oggetto in sé della conversazione, quanto lo sviluppo che via via conseguiva dallo svolgersi del discorso. Segnatamente la conclusione.

Qualche esempio.

Ascoltando di soppiatto un colloquio confidenziale fra adulti, venni a sapere che una volta la spiata andò di traverso a una signorina attempata che, pur in possesso di velleità residue che non intendeva soffocare, di fatto veleggiava alla grande verso lo zitellaggio. Nella circostanza, aveva scoperto che la conversazione, carpita con l’orecchio attento incollato a una finestra, la riguardava personalmente. Quando si dice il caso! Gli ignari interlocutori (udite, udite!) questionavano, ridendone di gusto, delle sue incursioni notturne e furtive nella camera da letto di un vedovo benestante e anzianotto; ma ancora voglioso e disponibile. Uno di quelli che a letto ti promettono il mondo e poi ti lasciano con un palmo di naso. Inutile dire che, sentendosi tirata in ballo, quella pettegola indiscreta ci rimase male. Molto male. Tant’è che, capita l’antifona, invitò lestamente l'amica accompagnatrice a cambiare postazione. L’argomento appena ascoltato, sbottò con aria seccata, era del tutto privo d’interesse. Sperava che l'altra non avesse udito e compreso alcunché. Al contrario, l'amica aveva sentito e capito tutto. Altro che se aveva capito. E bene aveva afferrato quanto era stato detto al di là di quella finestra. Ma stette ugualmente al gioco e, facendo finta di niente, assecondò l’amica ferita nell’orgoglio. Cambiarono postazione. Ma, intanto, l’ascolto successivo aveva ormai perso d’interesse. Manco a dirlo, l’umore era cambiato. Pessimo.

Quanto alla consuetudine di trarre auspici dalle spiate, posso riferire di una ragazza che, come accadeva alle sue coetanee, fantasticava giorno e notte su un improbabile principe azzurro. Sognato e risognato; ma che non si decideva a passare davanti alla porta di casa sua. E a bussarvi. Frattanto gli anni passavano senza portarle buone nuove, mentre lei già cominciava a darsi pensiero. Con buona ragione, devo dire. L’idea di rimanere zitella e d’inacidirsi senza avere provato le ebrezze dell’amore la faceva sentire in ambasce. Di tanta ansia non mancava di mettere a parte le amiche del cuore. Che la ricambiavano con espressioni d’incoraggiamento e d’augurio, accompagnate dai rituali sospiri di partecipazione alle sue ansie. Non so dire quanto sinceri. Ebbene, vinta anch’essa dalla curiosità e dal desiderio di uscire da quella sgradevole situazione di stallo, decise di andare a iscultàre. Nel corso di una di tali escursioni notturne, stette a origliare accanto a un portone. Scelto a caso, ovviamente. Per ricavare dalla conversazione in corso un qualche vaticinio sul possibile concretizzarsi di almeno una delle fantasticherie che da tempo la tenevano in uno stato d’angoscia. Oltre il portone, padre e figlio discutevano, fra un bicchiere e l'altro, del recente acquisto di una cavalla alla fiera del bestiame di Perfugas. Il vecchio rimproverava accalorato il giovane figlio, colpevole di avere scelto una puledra che, pur elegante nel portamento e armoniosa nelle linee, era orba dall'occhio sinistro. Gli imputava di non essersene accorto. Di non avere vagliato la situazione a dovere. In breve, di avere portato a casa una giumenta di scarto, ma pagandola per buona. Da qui la censura del genitore. Più che ragionevole, oltre che meritata.

Quel discorso mise in agitazione la donna, che ascoltava vivamente impressionata e col fiato sospeso. E che, da quel momento, non riuscva a schiodarsi di testa la fissazione che le sarebbe toccato in sorte un marito cieco! E così fu. O meglio, lo fu in parte. L'uomo che poi le fece la corte e la portò solennemente all’altare era bello, affettuoso, di buona famiglia e con una posizione economica eccellente. Ma era guercio. Il che, alla fin fine, risultò del tutto ininfluente sul piano dei sentimenti e della vita matrimoniale. Frequentando quel giovane, la ragazza ebbe modo di apprezzarne le doti, che non erano poche. Insomma, non le riuscì difficile innamorarsene. Gli volle bene, gli fu fedele e condusse con lui un’esistenza felice. Ricambiata oltre misura.

Un caso fortuito?

Certamente si, dico io. È ovvio che la cabala, a mio parere, non c’entrava per niente. Ma nessuno, proprio nessuno, fu capace di togliere dalla mente di quella brava donna la veridicità e l’affidabilità del presagio colto ascoltando di soppiatto un discorso fra due persone a lei del tutto estranee. Nella notte di un 1. Dicembre di tanti anni fa.

 

Cfr. CARLO PATATU, Il paese che non c'è più, Grafiche Essegi srl, Perfugas 2016, pagg. 143-153



[i] Orsù, comare, andiamo a origliare!

[ii] Cose da donne.

[iii] Con le orecchie tese.

[iv] Il mese di Natale.

[v] Gettoni.

[vi] Maria Pietruccia. Cfr. CARLO PATATU, L’assalto alla carrozza postale in Scuola Chiesa e Fantasmi, ed. Gallizzi, Sassari 2007.

[vii] Gli anziani, gli adulti della famiglia.

 

Ultimo aggiornamento Martedì 04 Dicembre 2018 10:48
 

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