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Alla cicogna non piace Chiaramonti PDF Stampa E-mail
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Lunedì 28 Gennaio 2019 13:22

Ancora il segno meno sui saldi demografico e migratorio di questo piccolo comune dell’alta Anglona – Ne nascono pochi e se ne vanno in molti

di Carlo Patatu

Fatti i conti, al 31 Dicembre scorso Chiaramonti contava 1613 abitanti (797 maschi e 816 femmine). Dieci in meno rispetto all’anno precedente, ventisette paragonando il dato col 2016.

Continua, pertanto, l’agonia di questi villaggio. Lenta ma inesorabile. Una fase calante che ha origini lontane e che, avviatasi dopo il censimento del 1951, quando il paese contava 2694 residenti, pare non volersi arrestare. Da allora in poi abbiamo registrato un calo notevole delle nascite, a fronte del pressoché costante numero dei decessi e l’aumento degli emigrati rispetto a chi decideva di stabilirsi da queste parti.

Insomma, Chiaramonti ha un bel panorama, un clima gradevole, è abitato da gente cordiale; ma non è attrattivo. Pare non esercitare alcun fascino, non solo nei confronti dei forestieri; ma nemmeno su chi ci vive, posto che non siamo ben disposti a far figli se non per lo stretto necessario. E anche meno. L’indice di natalità è inchiodato a poco più del 6 per mille.

Se diamo uno sguardo ai dati fornitici dal Servizio Demografico del Comune, che ringraziamo, non ci viene di certo il buonumore. Nel corso del 1918 le nascite sono state 12 (8 maschi e 4 femmine) a fronte di 18 decessi (7 maschi e 11 femmine). Gli immigrati sono stati 21 e gli emigrati 25. In sintesi, ne sono morti 6 in più di quanti ne sono nati e se ne sono andato altrove 4 in più rispetto a quelli che si sono stabiliti qui. Di matrimoni ne sono stati celebrato 6, di cui 3 col rito civile e altrettanti con quello concordatario. E cioè metà davanti a un prete e metà alla presenza del sindaco. L’Ufficio della Stato Civile ha registrato un solo caso di divorzio.

Può una comunità che fa registrare dati di questo genere guardare al futuro con ottimismo? No, non può. L’età media della popolazione si avvicina paurosamente al mezzo secolo, mentre l’anno passato l’indice di vecchiaia è salito a 256. Il che significa che per 100 giovani da 0 a 15 anni ce ne sono 256 che hanno superato il 65° di età. Continuiamo a essere un paese di vecchi, dunque. E i vecchi, si sa, vivono di memorie, non di speranze. Pongono alla comunità problemi colossali di ordine sanitario e assistenziale, anche se, con le loro pensioni, sovente garantiscono ai giovani un sostegno significativo sul versante economico.

La carenza di lavoro resta sempre una patologia divenuta ormai cronica, aggravata dalla crisi del comparto agro-pastorale, dalla frenata brusca delle attività nel campo dell’edilizia, oltre che dalla gestione non sempre corretta delle pur numerose strutture turistiche e dei trasporti.

Quale la sorte del nostro paesello?

La perdita di una decina di abitanti per anno induce a temere che, nel lungo periodo, questa comunità potrebbe finire con l’estinguersi, se non ci sarà un ricambio armonico. Il mio auspicio, ovviamente, è che ciò non accada. Ma gli auspici, come pure gli auguri, in questo caso contano meno del tre di picche.

 

 

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