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Un ordine di servizio molto… liberale PDF Stampa E-mail
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Venerdì 22 Marzo 2019 00:00

Diramato da una multinazionale svizzera alla fine del 19° secolo, contiene disposizioni che, anche a quel tempo, erano da considerarsi scandalose e inaccettabili

di Orazio Porcu

Qualche anno fa, un caro amico, alto dirigente di una multinazionale svizzera, ben conoscendo le mie opinioni in materia di conflitti sociali e di lotta di classe, mi fece avere il documento che trascrivo integralmente, senza cambiare una virgola, nella convinzione che possa suscitare la curiosità di altri lettori.

“Un ordine di servizio del 18 89”. All’attenzione del personale:

1 – Il timore di Dio, le buone maniere e la puntualità sono condizioni indispensabili per il personale di un’azienda ben organizzata.

2 – Da oggi in poi, il personale deve essere presente al lavoro dalle ore 6 del mattino fino alle ore 6 della sera. Alla domenica saranno effettuate delle visite in chiesa. Le preghiere, comunque, saranno recitate ogni mattina nell’ufficio principale.

3 – Siamo fiduciosi che tutti i dipendenti effettueranno le ore di straordinario che la compagnia riterrà necessarie.

4 – Della pulizia degli uffici saranno responsabili gli impiegati più anziani. Ogni giovedì il personale sarà presente 40 minuti prima delle preghiere e resterà a disposizione anche dopo la chiusura degli uffici.

5 – Saranno indossati abiti semplici: sono proibiti colori vivaci. Il personale deve vestire in modo modesto. In ufficio è proibito l’uso di berretti o di mantelli con cappuccio, visto che è a disposizione del personale una stufa. In caso di condizioni meteorologiche particolarmente avverse, saranno permessi cappelli e sciarpe. Ogni impiegato deve portare ogni giorno due chili di carbone per alimentare la stufa.

6 – È proibito parlare durante le ore d’ufficio. Un impiegato che fuma, beve alcolici, frequenta sale da biliardo o ritrovi politici compromette il suo onore, il suo credito, la sua probità e la sua reputazione.

7 – È permesso consumare qualche genere alimentare fra le ore 11,30 e mezzogiorno senza peraltro interrompere il lavoro.

8 – In presenza di clienti, di membri della direzione o di rappresentanti della stampa, il comportamento del dipendente dev’essere rispettoso e modesto.

9 – Ogni dipendente deve preoccuparsi della propria salute. Lo stipendio non sarà corrisposto in caso di malattia e, pertanto, si consiglia al personale di risparmiare una parte considerevole dello stipendio per i giorni di malattia e per evitare di divenire un peso per la comunità quando sarà inabile al lavoro.

10 – Infine, vorremmo attirare l’attenzione di tutto il personale sulla liberalità delle nuove disposizioni. In cambio ci attendiamo un sensibile aumento della produzione.

Sulle prime, a me sembrò un’abile, intelligente, beffarda parodia del trattato di economia politica “La ricchezza delle nazioni” di Adam Smith, la ricchezza della Svizzera fondata su questi rapporti di lavoro; ma l’amico che me ne aveva fatto omaggio, persona di assoluta affidabilità, mi dava conferma sull’autenticità del documento. E allora non potevo non pensare al canto degli anarchici e dei fuorusciti italiani in fuga da Lugano in quel passo che dice “E’ falsa la leggenda del tuo Guglielmo Tell”. Il “regalo” era accompagnato da un biglietto semiserio dal quale traspariva un invito, non tanto velato, a un confronto tra i sistemi socio-economici di Italia e Svizzera.

Nessun confronto era proponibile: né per condizioni storiche (eravamo alla fine XIX secolo), né per situazione istituzionale (la Svizzera, Stato federale e l’Italia, monarchia conservatrice e reazionaria), né, tanto meno, per situazione culturale (per la nostra tradizione il denaro considerato “sterco del diavolo”, per il giansenismo svizzero l’accumulazione di denaro considerato dovere morale per il progresso della comunità).

C’era poi un aspetto che io ritenevo insormontabile: le condizioni di lavoro, se risultato del confronto, anche duro, tra capitale e lavoro (dal salario, agli orari, alla sicurezza, alla previdenza) sono conquiste definitive. Se, invece, consentire ai dipendenti migliori condizioni di lavoro è un atto di mera liberalità in cambio del quale l’azienda si attende un sensibile aumento della produzione (punto 10 dell’ordine di servizio), non sono conquiste definitive ma concessioni precarie: gli atti di liberalità possono essere concessi e, con la stessa facilità, revocati.

Noi, vecchi sudditi del Regno di Sardegna, conoscevamo bene questo meccanismo perché persino un re, dopo aver concesso, con un atto di grande liberalità, lo Statuto, non impiegò troppo tempo a revocarlo! In sostanza, il rapporto di lavoro, se risultato di atti di pura liberalità, rimane, per il dipendente, un rapporto di sostanziale permanente inamovibile sudditanza. Se poi le disposizioni dei numeri 4, 5, 6 e 7 sono da considerare frutto di un mero atto di liberalità, i precedenti rapporti di lavoro non dovevano essere molto lontani da condizioni di brutale sfruttamento.

Con queste considerazioni chiudemmo il nostro amichevole e franco confronto.

 

 

 

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