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Personaggi: Don Christòvulu[1] - prima parte PDF Stampa E-mail
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Giovedì 11 Aprile 2019 16:49

Entrato in seminario dopo la laurea in Giurisprudenza, divenne canonico predicatore della cattedrale San Nicola di Sassari – In vecchiaia si ritirò a Chiaramonti, suo paese natio – Alla fine degli anni Trenta, fondò l’asilo infantile, di cui fu il primo presidente

di Carlo Patatu

F

ra i preti da me frequentati, il canonico Cristoforo Grixoni fu, senza dubbio, il più simpatico. Lo conobbi quando, già avanti negli anni, si ritirò a vita privata a Chiaramonti, suo paese natio. Qui trascorse gran parte della vecchiaia. Suo padre Francesco[2], nobile cavaliere del Regno, nonché medico condotto di questo comune negli anni a cavallo fra l’Ottocento e il Novecento, aveva sposato Vittoria Falchi Madau[3], che gli diede quattro figli: Giovannico[4] (divenne generale medico), Cristoforo, Gavino[5] (anch’esso fu nostro medico condotto negli anni Trenta e Quaranta) e Cicina[6].

In paese nessuno gli si rivolgeva chiamandolo monsignore, sebbene si compiacesse di ostentare, nelle feste comandate, la tonaca con asole cremisi e un cappello nero a larghe tese, foderato di pelo lucido e con l’immancabile grappolo di pon pon, ugualmente cremisi e pendenti sulla sinistra, testimoni della sua ascesa nella gerarchia ecclesiastica della diocesi turritana. Gli piaceva (ed esigeva) che i chiaramontesi lo chiamassero semplicemente don Christòvulu. Non mi fu chiaro se per manifesta umiltà o per la benevola concessione di un privilegio riservato ai soli compaesani; oppure per rimarcare le proprie ascendenze nobiliari. Alle quali, forse, teneva più che al prestigioso titolo di monsignore.

Era entrato in seminario da adulto, dopo essersi laureato in giurisprudenza nella nostra Università. Presi i voti, proseguì gli studi fino a conseguire una seconda laurea, in sacra teologia. Uomo di grande cultura, svolse la sua missione sacerdotale soprattutto a Sassari, dove prestò servizio presso l’infermeria militare durante la prima guerra mondiale e, come canonico predicatore della cattedrale, dal 1913 fino ai primi anni Quaranta. Quindi rientrò definitivamente a Chiaramonti, dove visse nel palazzotto di famiglia insieme al fratello Gavino (vedovo), alla sorella Cicina (rimasta zitella) e alla fedele domestica Mariangela. Parsimoniosi in maniera di sicuro eccessiva, tutti e tre (ma anche Mariangela, che ne aveva subito l’influenza, non scherzava) apparivano costantemente impegnati a risparmiare su tutto. Sempre e comunque. Eppure non era proprio il caso, essendo essi proprietari di un patrimonio terriero considerevole, con tanche fertili ed estese per centinaia di ettari, con boschi e frutteti rigogliosi. Invece quei signori trascorrevano le serate invernali più spesso a luci spente, infilando un rosario dietro l’altro, seduti a cerchio nel soggiorno austero, illuminato dalla tremula fiamma del caminetto. Una volta, durante la celebrazione della messa solenne per la festa di San Matteo apostolo, patrono di Chiaramonti, don Christóvulu se ne uscì di chiesa platealmente e nel bel mezzo di quella funzione religiosa, sbraitando contro il predicatore. Che, essendo forestiero e dovendo illustrare la figura del santo, prima gabelliere e poi apostolo di Cristo, non si trattenne dallo scagliare anatemi contro chi amava accumulare sulla terra danaro e ricchezza. Non sapendo, l’incolpevole oratore, che il nostro canonico aveva la coda di paglia.

Don Christóvulu, nel rispetto delle ultime volontà espresse dallo zio materno Giorgio Falchi[7], fondò l’asilo infantile[8], dove i bambini della mia generazione trascorsero gli anni spensierati della prima infanzia. Nell’edificio, appositamente costruito grazie alla munificenza di quel suo zio benefattore, era stata realizzata anche una cappella, piccola, accogliente e dotata di tre banchi con inginocchiatoio. Qui le suore si raccoglievano in preghiera più volte al giorno. Il canonico vi celebrava la messa ogni mattina, alle sette e mezzo in punto. Estate o inverno, non faceva differenza. Io, che posso vantare alcuni anni di esperienza fatta da chierichetto, per centinaia di volte ebbi l’occasione di assisterlo nelle funzioni religiose. Era un predicatore irruente e affascinante. Di quelli capaci di andare dritti al cuore di chi ascolta. Riusciva a far vibrare le corde di tutti i sentimenti. Anche i più riposti e segreti. Possedeva la dote rara di modulare le omelie sulla capacità di comprendonio dei fedeli che aveva di fronte, ponendosi spesso i loro problemi e agitandone le proteste. Non tralasciava mai di esprimersi in sardo, servendosi di un lessico colto ma efficace. Per essere certo che tutti capissero. Soprattutto quando trattava i temi a lui più cari: il benessere spirituale e l’incolumità fisica dei bambini; gli sprechi in famiglia e lo sperpero del danaro. Pubblico o privato che fosse.

Quando toccava quei tasti, si accalorava in modo anche eccessivo e riusciva comunque a infondere nell’uditorio una certa suggestione. Io, come tanti altri fedeli del resto, lo ascoltavo a bocca aperta, sebbene non mi riuscisse bene di comprendere cosa mai ci fosse da sprecare in tempo di guerra. Le privazioni imposte dalle circostanze erano all’ordine del giorno, disponevamo appena del necessario; del superfluo non c’era manco l’ombra! Al riguardo, poi, eravamo già sufficientemente catechizzati in famiglia. Per cui non scordavamo mai i precetti insistentemente ribaditi dalle nostre madri; compresi quelli di raccogliere anche le briciole del pane e di toglierci le scarpe, prima di abbandonarci agli scorrazzamenti durante il gioco. Sapevamo che non potevamo (non dovevamo) consumare le suole preziose di cuoio. Ma tant’è.

Suor Armela (Carmela), cuoca umile e solitaria nella mensa dell’asilo infantile, oltre che badare ai fornelli si faceva carico di tenere in ordine la cappella. Che profumava di pulito. I paramenti sacri sempre stirati con cura; le tovaglie di cotone candido, finemente rammendate per farle durare il più a lungo possibile, si modellavano morbide e senza la benché minima piega sulla mensa dell’altare, sormontata da due ordini di gradini rivestiti in marmo di Carrara. Qui, allineati con precisione e simmetria maniacali, stavano sei candelieri di ottone lucido e altrettanti vasi con fiori sempre freschi. Alle estremità del primo gradino, un angelo per parte (dal volto proprio angelico) a reggere altrettante aste dorate che sostenevano grappoli di lampadine. Che suor Armela accendeva soltanto in occasione di funzioni solenni.

Don Christóvulu era riverito dalle suore, che gli si rivolgevano chiamandolo monsignore, con deferenza massima e atteggiamento cerimonioso. Per contro, esse venivano ricambiate con certo fare sbrigativo e non sempre cortese. Il canonico era di modi spicci e non amava le mezze misure. Talvolta rimproverava con asprezza quelle pie donne. Anche per motivi banali. In particolare, gli capitava di andare su tutte le furie se la bolletta della luce elettrica, di entità sempre modesta a dire il vero, superava una certa soglia. Non voleva sentire ragioni. Risparmiare, risparmiare, risparmiare! In qualunque modo e in ogni circostanza. A quelle monache, tanto povere quanto rassegnate, aveva vietato persino di usare il ferro da stiro elettrico che un’anima buona aveva regalato all’asilo. Dove funzionava anche una scuola di ricamo, cucito e rammendo frequentata con profitto dalle ragazze del paese. Tant’è che le suore, confidando nella comprensione del buon Dio, piuttosto che in quella del loro severo monsignore, provvidero a disobbedire al canonico (ma in forma molto riservata), facendosi installare una presa di corrente nel laboratorio, opportunamente celata alla vista da un grosso armadio. L’operazione andò a buon fine grazie anche alla complicità di mio padre, elettricista dell’azienda elettrica locale[9]. Don Chistóvulu non smise mai di sbraitare per l’entità di quelle bollette, che a suo giudizio erano sempre e comunque salate; ma se ne andò all’altro mondo senza accorgersi dell’imbroglio subito per via del ferro da stiro. Alle suore, oltre al rimorso per quell’azione, meritoria ma riprovevole, rimaneva pur sempre la seccatura di sobbarcarsi la fatica di spostare, al bisogno, quell’armadione; oltre che di stare costantemente all’erta, per evitare visite estemporanee non gradite da parte del canonico.

Ma la gente perdonava volentieri a don Christòvulu la sua inclinazione naturale verso la parsimonia, che quell’uomo riusciva a materializzare risparmiando pure sulla tonaca che indossava giornalmente, sdrucita in più parti. Unta e bisunta sul pettorale, la sua sottana era divenuta ormai lucida in prossimità delle tasche e della lunga teoria di bottoni che spuntavano dalle asole cremisi. Quella veste talare era particolarmente bersagliata, sul davanti, da un profluvio di spruzzi di saliva che la dentiera del monsignore, in parte sdentata e in continuo saliscendi perché fuori assetto, provocava in quantità esorbitanti. Eppure, appena apriva bocca per parlare, i fedeli mettevano da parte ogni altra considerazione e restavano inchiodati sui banchi della chiesa ad ascoltarlo, ammaliati dalle sue espressioni colorite, estasiati dalle rappresentazioni efficaci e immediate che sapeva mettere insieme.

Erano seguite con particolare attenzione le sue celebri prediche del Venerdì Santo, durante la cerimonia de S'scravamentu. Affabulatore abile e regista attento qual era, guidava con perizia i movimenti e gli atti di due confratelli di Santa Croce; austeri e compassati, questi impersonavano i centurioni Giuseppe di Arimatea e Nicodemo[11]. A loro si rivolgeva dal pulpito esprimendosi pure in sardo, con accento solenne e tono da tragedia greca. Li invitava a liberare il capo del Cristo dalla corona di spine, per deporla in un paniere impreziosito da un drappo di lino candido e ricamato, che noi chierichetti porgevamo con la solennità dovuta a quegli attori dai costumi sgargianti e multicolori. Quindi ordinava a Giuseppe di Arimatea di prendere le tenaglie per estrarre con dolcezza il chiodo della mano destra; e di reggerla con garbo e delicatezza quella mano che aveva benedetto le folle, accarezzato i bambini, moltiplicato i pani e i pesci, accarezzato la Maddalena. Insomma, una rappresentazione sacra degna di tribune più prestigiose; e della quale, purtroppo, oggi resta solo un ricordo pallido. Che peraltro va sbiadendosi inesorabilmente. E che svanirà con la scomparsa della ormai esigua schiera dei superstiti che ebbero l’occasione di assistere a quelle sacre rappresentazioni. Di quegli avvenimenti, ahimè, non resterà più nulla. Di macchine fotografiche in chiesa, allora, neanche a parlarne. Cineprese e registratori erano ancora di là da venire.

 

1 - continua

 

Cfr. CARLO PATATU, Scuola Chiesa e Fantasmi, ed. Gallizzi, Sassari 2007, pagg. 151-160



[1] Il canonico Cristoforo Grixoni (1874-1957). Cfr. CARLO PATATU, Chiaramonti - Le cronache di Giorgio Falchi, ed. Studium adp, 2004.

[2] Il dott. Francesco Grixoni nacque il 1835 e morì nel 1906. Cfr. nota che precede.

[3] Nacque il 1852 e morì nel 1910. Cfr. nota che precede.

[4] Nato il 1870, morì nell’anno 1942; è sepolto a Sassari. Cfr. nota che precede.

[5] Nato il 1881, morì a Sassari nell’anno 1970, ma riposa nel cimitero di Chiaramonti.

[6] Francesca, nota Cicina (1876-1975).

[7] Il dottor Giorgio Falchi (1843-1922). Cfr. CARLO PATATU, Chiaramonti - Le cronache di Giorgio Falchi, ed. Studium adp, 2004.

[8] Cfr. CRISTINA URGIAS, L’educazione cattolica dell’infanzia a Chiaramonti 1921-1970, ed. Associazione Culturale Alcide De Gasperi, Sassari 2004, pag. 68

[9] La ditta Budroni & Rottigni, sorta negli anni Venti del Novecento per iniziativa degli imprenditori Antonio Luigi Budroni (1885-1964) e Mario Rottigni (1905-1980), gestiva l’azienda elettrica, un mulino per i cereali e un frantoio per le olive. Mio padre Giovanni Patatu (1908-1995), dipendente di quell’azienda fin dalla sua costituzione, era un po’ il factotum: dal Lunedì al Venerdì macinava grano e orzo; la mattinate del Sabato le dedicava a ravvivare la superficie rotante delle mole; il Sabato pomeriggio e la giornata intera della Domenica lo vedevano impegnato nella manutenzione delle linee elettriche esterne e degli impianti domestici, oltre che nella lettura dei contatori e nell’esazione delle bollette a scansione mensile. Tempi duri!

[11] Erano impersonati, allora, dal priore della stessa confraternita Andrea Carboni junior (1901-1951) e da Tomasino Brunu (1889-1979).

 

Ultimo aggiornamento Giovedì 11 Aprile 2019 17:28
 

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