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Giù le mani dal XXV Aprile PDF Stampa E-mail
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Mercoledì 24 Aprile 2019 14:22

La celebrazione della ricorrenza non è appannaggio della Sinistra né della Destra: deve essere una festa che appartiene a tutti gli italiani, nel ricordo della fine di una dittatura ventennale e di una guerra che ha causato morti e distruzioni inenarrabili

di Carlo Patatu

Domani celebreremo la ricorrenza del XXV Aprile. Taluni si chiedono se abbia ancora un senso festeggiare l’evento, a distanza di oltre settant’anni. Io credo che di senso ne abbia ancora; pertanto continuerò a coltivare il ricordo di quel giorno fatidico che, nel 1945, segnò in Italia la fine dell’occupazione nazista e della cosiddetta Repubblica di Salò.

Alla caduta di Mussolini, decretata dal Gran Consiglio del Fascismo la notte del 25 Luglio 1943, fece seguito l’armistizio dell’8 Settembre, firmato a Cassibile (Siracusa) dal generale Giuseppe Castellano, a nome del governo

italiano presieduto dal maresciallo Pietro Badoglio, e Walter Bedell Smith a nome del generale Eisenhower, comandante delle truppe Alleate (Stati Uniti, Regno Unito e Francia).

I nazisti di Hitler, sentitisi traditi dall’alleato italiano, occuparono militarmente la Penisola. Il re Vittorio Emanuele III e la sua corte, cui si accodarono Badoglio e i suoi ministri, fuggirono precipitosamente e vergognosamente a Brindisi, lasciando Roma indifesa. In breve, l’Italia si ritrovò divisa in due.

Dopo lo sbarco in Sicilia e ad Anzio, sia pure con fatica e a costo di morti e distruzioni, gli alleati riconquistarono la Penisola, avvalendosi anche della collaborazione preziosa delle formazioni partigiane. Che, soprattutto al Nord, operarono con maggiore incisività e grande successo. Tant’è che, nelle prime settimane dell’Aprile 1945, città come Torino, Milano, Genova e tante altre insorsero e cacciarono i tedeschi.

Mussolini, ridotto ormai a fantasma di se stesso e a capo di un governo fantoccio, fu catturato mentre fuggiva in Germania in divisa nazista e passato per le armi da un gruppo di partigiani. Insomma, quella data rappresenta la fine di un buco nero nella nostra storia millenaria. Di un ventennio governato da una dittatura che aveva gettato alle ortiche i principi fondamentali della convivenza democratica: l’uguaglianza, la libertà e la fraternità seminati in Europa dalla Rivoluzione Francese.

Chi erano i partigiani? Erano di Destra o di Sinistra?

Erano italiani, donne e uomini che si facevano strada portando alta la fiaccola della Libertà. Con tutto quel che ne consegue. C’erano fra loro comunisti, socialisti, cattolici, liberali, democratici, fascisti pentiti e quant’altri rifiutavano la dittatura con le sue arroganze, le violenze e le sopraffazioni.

Bene fece il Governo De Gasperi, nel 1946, a dichiarare per legge festa nazionale la data del XXV Aprile. Nel ricordo dei tanti caduti e dei molti che avevano languito per anni nelle carceri, al confino e nei campi di sterminio, rei unicamente di pensarla diversamente da chi sedeva a Palazzo.

Ecco perché questa data appartiene a tutti gli italiani. Nessuno in particolare se ne può appropriare. Nessuno può disconoscerla, perché segna le fine di un’epoca infausta e l’inizio di un’altra, nata con la Costituzione repubblicana.

Spiace registrare che il Ministro dell’Interno l’abbia liquidata come un derby fra comunisti e fascisti.

Non è così.

Oltre che studiando la storia a Scuola, ho imparato a rispettare e ad amare tale ricorrenza leggendo libri e riviste contenenti testimonianze di prima mano raccontate dai protagonisti, uomini e donne di diverse tendenze politiche. Tant’è che, divenuto sindaco del mio Comune il 1. Agosto 1970, proposi al Consiglio comunale, che si espresse favorevolmente con voto unanime, di celebrare ogni anno la ricorrenza del XXV Aprile con manifestazioni che videro la partecipazione attiva di tutte le formazioni politiche locali e delle Scuole. In forma laica e con l’intervento massiccio della cittadinanza. La tradizione continua ancora.

Per concludere e con l’invito a meditarci sopra, riporto i nomi dei nostri fratelli chiaramontesi scomparsi durante l’ultima guerra (1940-1945). Il loro sacrificio consente a noi il diritto di dire liberamente come la pensiamo. Il che non è poco.


Morti in combattimento:

Appuntato Finanziere Giovanni Antonio Brunu

Appuntato Carabiniere Giovanni Piga

Carabiniere Giommaria Pulina

Finanziere Giovanni Gavino Tolis, medaglia d’oro al valore Civile


Morti in campo di prigionia in Russia:

Caporale Antonio Pinna


Dispersi:

Soldato Sebastiano Brundu

Soldato Francesco Budroni

Soldato Nicolò Murru

Soldato Francesco Nela

Soldato Stefano Solinas.

 

 

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