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La Festa del Lavoro che non c’è PDF Stampa E-mail
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Martedì 30 Aprile 2019 20:20

Celebriamo la ricorrenza in un contesto non proprio favorevole, con un alto tasso di disoccupazione e con un calo demografico spaventoso che, a breve, farà sentire alla comunità i propri effetti negativi

di Carlo Patatu

L

'Italia è una Repubblica democratica fondata sul Lavoro. Con questa dichiarazione solenne si apre la nostra Carta Costituzionale, che regola i rapporti fra Cittadini e Stato.

Nata sul finire dell’Ottocento per ricordare le lotte anche sanguinose sostenute dai lavoratori in materia di riduzione dell’orario di lavoro, in Europa la festività del primo Maggio fu ufficializzata dai delegati socialisti della Seconda Internazionale riuniti a Parigi nel 1889 e ratificata in Italia un paio d’anni più tardi.

Nel 1924, il regime fascista ne anticipò la celebrazione, fissandola il 21 Aprile e facendola coincidere col Natale di Roma. A guerra finita, fu riportata alla data originaria: 1. Maggio. Come nel resto del mondo. Nel 1955, il papa Pio XII istituì la festa di San Giuseppe lavoratore. E così anche alla parte cattolica fu data la possibilità di festeggiare il primo Maggio differenziandosi dai socialcomunisti.

Oggi celebriamo questa data con poco entusiasmo e con uno sguardo al futuro non privo di preoccupazioni e incertezze. La disoccupazione giovanile è inchiodata a uno dei tassi più alti in Europa. I nostri ragazzi, completato il ciclo di studi universitari, sono costretti, sovente, ad accontentarsi di lavoretti del tutto insoddisfacenti sia sul versante retributivo che dell’appagamento personale. Chi non ci sta prende la via dell’emigrazione. Sono ormai un esercito i giovani che, spesso forniti di titoli accademici e formazione professionale di prim’ordine, mettono a disposizione di altre comunità internazionali le proprie competenze.

Un tempo era proletario chi aveva come unica risorsa la prole. Che, solitamente numerosa, contribuiva a produrre il reddito familiare e costituiva quello che si chiamava il bastone della vecchiaia. E cioè il sostegno assistenziale a favore degli anziani inabili. Oggi neppure chi proletario non è, disponendo di redditi sufficienti e dignitosi, manifesta interesse a metter su famiglie numerose. Figurarsi i proletari!

Ed ecco che il calo demografico e il saldo costantemente negativo che ne discende pongono un problema in più: fra qualche decennio sarà complicato operare il ricambio nei diversi settori produttivi della comunità nazionale.

Chi ci governa, un po’ a tutti i livelli, è interessato soprattutto alla scadenza elettorale prossima ventura. Pertanto ha l’occhio attento a varare provvedimenti di breve respiro, che siano percepiti positivamente e subito da un elettorato sempre più distratto e credulone. Sul presupposto di cinque milioni di poveri assoluti, è stato varato il reddito di cittadinanza che, a detta di un ministro, aveva abolito la povertà. Poi a richiederlo sono stati poco meno di un milione, con quasi trecentomila dinieghi per mancanza dei requisiti di legge.

E così i promessi 780 euro mensili per tutti si sono rivelati una chimera, avuto riguardo ai tanti paletti che la legge pone ai richiedenti il beneficio e che riducono sensibilmente la cifra propagandata ad abundantiam in campagna elettorale. Meglio così, ha detto qualcuno: ci sarà un risparmio sulla somma stanziata in bilancio. In breve, un tesoretto. Ma quale tesoretto, se lo stanziamento era stato disposto a debito? Insomma, non siamo messi bene.

Con questi pensieri mi accingo a celebrare la Festa del Lavoro, a me tanto cara. Non c’è da essere ottimisti, in un contesto simile. Come si fa a essere ottimisti?

Un politico guarda alle prossime elezioni; uno statista guarda alle prossime generazioni. Il politico pensa al successo del partito; lo statista a quello del proprio Paese. Così affermava De Gasperi. Ma Alcide De Gasperi è morto da un pezzo. Oggi, purtroppo, siamo governati da politici; gli statisti sono una merce rara. Molto rara.

Viva il 1. Maggio!

 

 

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