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No alla violenza, anche linguistica PDF Stampa E-mail
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Sabato 11 Maggio 2019 12:34

Ogni giorno di più ci accade di assistere a episodi di violenze fisiche e linguistiche – Non sappiamo discutere senza ricorrere al turpiloquio e alle offese personali, che non risolvono i problemi, ma li accentuano

di Carlo Patatu

Q

ualche esempio di quanto ci raccontano pressoché quotidianamente i telegiornali, oltre che la stampa nazionale e locale.

Squadristi nostalgici inneggiano a Mussolini col saluto romano davanti alla sua tomba nel cimitero di Predappio. Gruppi di facinorosi, che si definiscono fascisti nel terzo millennio, impediscono a italiani come loro di occupare case popolari assegnate dal sindaco nel rispetto della legge. Ronde di squadracce armate di bastoni prendono possesso dei quartieri periferici delle nostre città. Allo scopo, dicono, di “ristabilire l’ordine”. Purtroppo, a costoro il ministro dell’Interno fa l’occhiolino.

Ma, insomma, cosa accade in questo nostro povero Paese? Siamo in presenza di un ritorno o di una rinascita del fascismo?

Personalmente, per quel che può valere la mia opinione, non credo che il fascismo possa tornare. O rinascere. La storia – sosteneva Marx - si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa. Se così fosse, ora saremmo nella fase della farsa. Il che non è consolante.

In ogni caso, gli atti di violenza squadrista, accompagnati da certo linguaggio volgare e offensivo ricorrente anche nel mondo politico, sono segnali inquietanti. Un certo allarme dovrebbero pur destarlo. Invece, il mito dell’uomo forte che risolve i problemi con uno schiocco delle dita resiste ancora e, stando ai sondaggi, affascina non poco una fetta consistente dell’elettorato. Salvo, poi, a piangere, inutilmente, sul latte versato.

Credo, pertanto, che dovremmo prestare maggiore attenzione a questi episodi di aggressività, non mancando di ricordare che la democrazia e la libertà non sono beni che si conquistano una volta per tutte; ma che vanno coltivati con pazienza e passione. Tutti i giorni.

Mi viene in mente, al riguardo, la storiella della rana bollita raccontata da Chomsky.

Ma chi era costui? Noam Chomsky, filosofo, linguista e anarchico statunitense, in forte polemica col proprio governo ai tempi della guerra del Vietnam, con quell’apologo sottolineava la capacità dell’uomo di adattarsi a situazioni spiacevoli e deleterie senza reagire, se non quando è troppo tardi.

Immaginate - diceva Chomsky - un pentolone pieno d’acqua fredda nel quale nuota tranquillamente una rana. Il fuoco è acceso sotto la pentola, l’acqua si riscalda pian piano. Presto diventa tiepida. La rana la trova piuttosto gradevole e continua a nuotare. La temperatura sale. Adesso l’acqua è calda. Un po’ più di quanto la rana non apprezzi. Si stanca un po’, tuttavia non si spaventa. L’acqua adesso è davvero troppo calda. La rana la trova molto sgradevole, ma si è indebolita, non ha la forza di reagire. Allora sopporta e non fa nulla. Intanto la temperatura sale ancora, fino al momento in cui la rana finisce – semplicemente – morta bollita. Se la stessa rana fosse stata immersa direttamente nell’acqua a 50° avrebbe dato un forte colpo di zampa, sarebbe balzata subito fuori dal pentolone”.

Morale del racconto: mai abbassare la guardia! Bisogna saltare fuori dalla pentola, finché si è in tempo. Non si tratta di fuggire, ma di affrontare la situazione ed esaminare le possibili soluzioni, prima che sia troppo tardi.

Al riguardo, concludo con un’altra citazione. È di Emil Gustav Friedrich Martin Niemöller (1892 - 1984), teologo e pastore protestante tedesco, comandante di sommergibili U-Boot nella prima Guerra Mondiale e decorato con Croce di Ferro. Fu oppositore fiero del nazismo. Quell’uomo soleva ripetere:

"Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c'era rimasto nessuno a protestare".

 

 

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