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Dagli all'ebrea sopravvissuta ai lager! PDF Stampa E-mail
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Venerdì 08 Novembre 2019 19:06

Una senatrice a vita vive sotto scorta, bersagliata com'è, quotidianamente, da improperi e minacce su internet soltanto perché, già perseguitata ferocemente dall’antisemitismo, è riuscita a sopravvivere e a raccontare

di Carlo Patatu

L

a senatrice a vita Liliana Segre è da ieri sotto scorta. Lo ha deciso il prefetto di Milano Renato Saccone, sentito il parere del Comitato per l’ordine pubblico e la sicurezza.

Da qualche tempo, la parlamentare è bersagliata via internet con insulti gravi e minacce di morte, una media di oltre duecento messaggi al giorno. Dei quali, peraltro, lei non era nemmeno a conoscenza, dato che non frequenta la rete. La sua colpa? Essere ebrea e sopravvissuta ai campi nazisti di sterminio.

Ma chi è Liliana Segre?

Milanese per nascita, aveva poco meno di un anno quando perse la madre. Fu allevata da suo padre Alberto e dai nonni paterni. Subito dopo l’emanazione delle leggi razziali fasciste volute da Mussolini nel 1938 fu cacciata dalla scuola; i Segre cercarono rifugio in Svizzera. Furono respinti. Nel Gennaio 1944 furono arrestati, caricati sul treno merci in partenza da Milano Centrale dal famigerato binario 21 e poi internati nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, in Polonia, dove giunsero dopo una settimana di viaggio.

La ragazza non aveva ancora 14 anni.

Giunti a destinazione, Liliana fu separata subito dal padre, che fu ucciso qualche mese più tardi. Sorte analoga toccò ai nonni paterni. Quindi fu assegnata ai lavori forzati presso la fabbrica di munizioni Union, appartenente alla Siemens. Nel corso della prigionia, si salvò da ben tre selezioni. A fine Gennaio 1945, dopo l'evacuazione del campo, affrontò e superò la cosiddetta marcia della morte verso la Germania.

Fu liberata dall'Armata Rossa il primo Maggio 1945 al campo di Malchow, una dipendenza del lager di Ravensbruck. Dei 776 bambini italiani di età inferiore ai 14 anni deportati ad Auschwitz, fu tra i venticinque sopravvissuti.

Al rientro nell'Italia liberata, andò a vivere con gli zii e poi con i nonni materni, unici superstiti della sua famiglia. Nel 1948 , mentre era in vacanza a Pesaro, conobbe Alfredo Belli Paci, anch'esso reduce dai campi di concentramento nazisti per essersi rifiutato di aderire alla Repubblica di Salò. Si sposarono nel 1951 ed ebbero tre figli.

Per parecchi anni se ne stette in silenzio. Poi, cedendo alle insistenze di quanti la invitavano a rendere testimonianza del proprio vissuto, incominciò a raccontare quanto aveva visto e patito durante gli anni orribili della prigionia. Compreso il marchio indelebile dell’infamia inciso sulla propria pelle, ma che oggi è la sua medaglia d’oro: il numero di matricola 75190. Rendendo noti atti ed episodi raccapriccianti che lei riusciva e riesce ancora a raccontare con serenità, senza istigare all’odio, standosene ben lontana dal praticare linguaggi che, in qualche modo, possano indurre o esortare alla rivalsa e alla vendetta.

Tant’è che il 19 gennaio 2018, ricorrendo l'80º anniversario delle leggi razziali fasciste, il presidente della Repubblica Mattarella la nominava senatrice a vita “per avere illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo sociale". È la quarta donna ad assumere tale incarico, dopo Camilla Ravera (1982), Rita Levi-Montalcini (2001) ed Elena Cattaneo (2013).

Come suo primo atto legislativo, ha proposto l'istituzione di una Commissione parlamentare di indirizzo e controllo sui fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all'odio e alla violenza. Proposta approvata a larga maggioranza, ma che ha registrato l’astensione delle Destre.

Apriti cielo!

Si è scatenato, su internet e non solo, un nubifragio con tuoni e fulmini contro questa signora quasi novantenne dal volto sereno, distinta ed elegante, facendole cadere addosso, a cascata, improperi, offese, espressioni sconvenienti e persino minacce di morte. Da qui la decisione saggia di metterla sotto scorta.

Ma che Italia è questa, dove una donna per bene, con un curriculum e un vissuto che avrebbero messo a terra persino un rinoceronte, non è libera di circolare tranquillamente per le strade del proprio Paese? Una signora che, a ben vedere, agli occhi degli stupidi ignoranti che la offendono, ha tre soli torti, ma tutti e tre molto gravi: essere ebrea, avere reso testimonianza delle atrocità subite a opera dei nazi-fascisti ed essere tornata a casa viva, passando per il cancello del campo di sterminio, invece che attraverso il camino di un forno crematorio (vedi Guccini).

Onore a lei, Liliana Segre. L’Italia per bene le vuole bene e l’abbraccia.

 

 

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