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Trent’anni fa, a Berlino io non c’ero PDF Stampa E-mail
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Mercoledì 13 Novembre 2019 20:50

La caduta del Muro ha preceduto di poco lo sgretolarsi dell’impero sovietico, che pareva indistruttibile e destinato a durare chissà quanto – Fallito miseramente il progetto di chi, innalzando muri, credeva e crede di fermare le idee del mondo in movimento

di Carlo Patatu

I

l telefono di casa squillò di buon mattino il 10 Novembre di trent’anni fa. M’investì la voce inconfondibile del mio caro amico e collega Andrea Suelzu:

Prepara la valigia, dobbiamo partire subito!”.

“Partire? Ma per andare dove?”

A Berlino, naturalmente. Hai visto alla televisione cosa succede da quelle parti?”

“Embè? E noi che ci andiamo a fare?”.

Come sarebbe che ci andiamo a fare? Non ti sorride l’idea di assistere a un qualcosa che mi ricorda molto la caduta dell’Impero Romano? Non possiamo mancare a questo appuntamento con la storia. Domani potremo dire: io c’ero!”.

Aveva ragione lui e io torto.

In quella circostanza, non andai a Berlino. Motivi familiari e di servizio me lo impedirono. Andrea, invece, ci andò e tornò a casa con un pezzo di muro. Per ricordo, mi disse.

Lui c'è stato, io no.

In effetti, il mio amico aveva visto giusto: la caduta di quei 150 chilometri e passa di barriere che cingevano d’assedio il settore occidentale della città fu solo l’antipasto del crollo, ben più clamoroso, dell’impero sovietico, avvenuto un paio d’anni più tardi. Con tutto quello che ne è conseguito. L’assetto geopolitico di due continenti si era modificato in misura inimmaginabile, con una velocità sorprendente e imprevedibile.

A Berlino, invece, ci sono andato una decina d’anni più tardi. Del muro della vergogna ho visto quanto è possibile vedere tuttora; e cioè alcuni tratti lasciati in piedi apposta come patrimonio dell’umanità, quale testimonianza di un progetto folle e infame realizzato dalla dittatura comunista nei primi anni Sessanta del Novecento. Per il resto, vidi una Berlino ricostruita sapientemente grazie al contributo di idee dei più prestigiosi architetti del mondo. Fra i quali il nostro Renzo Piano, cui fu affidata la risistemazione di Potsdamer Platz, già attraversata dal muro e diventata terra di nessuno.

Confesso che la visione di ciò che resta di quella barriera divisoria, che pretendeva di porre un ostacolo insormontabile alle idee per impedirne la libera circolazione, mi ha commosso. Ho toccato quei lastroni di cemento col rispetto che si deve a una reliquia preziosa e ho sostato in silenzio per qualche tempo.

Poi, visitando il Museo del Muro nei pressi di quello che fu il checkpoint Charlie in Friedrichstraße, ho avuto modo di vedere immagini e ascoltare suoni inerenti a storie e accadimenti incredibili registrati nei 28 anni che quel confine infame aveva diviso la capitale storica della Germania. Filmati a colori e in bianco e nero che riprendevano chi tentava la fuga scavalcando l’ostacolo. Talvolta riuscendoci e altre no. L’assalto festoso dei berlinesi che, armati di picconi, martelli e financo di tronchi di legno, si affannavano per abbattere quello sbarramento innaturale e antistorico.

Ho potuto riascoltare il concerto improvvisato dal celebre violoncellista russo Mstislav Leopol'dovič Rostropovič che, già esule a Parigi perché in dissenso col governo comunista, noleggiò un aereo per festeggiare l’evento a Berlino con la gente. Suonando Bach per la strada, sotto il muro.

Anche lui c’era, io no.

Che mente è quella di chi presume di sbarrare il passo alle idee, alla cultura e al progresso che avanza con passo impetuoso innalzando muri, seppure di cemento e alti quattro metri? Il fatto è che a Berlino, dopo la guerra, due mondi si confrontavano, faccia a faccia. Due vetrine aperte al mondo: quella dell’Occidente democratico, capitalistico e quella del mondo comunista, retto da un regime dittatoriale, dove il dissenso era vietato, perseguito e punito. Severamente.

Il mio albergo stava dalla parte Est della città, oltrepassata la Brandenburger Tor (Porta di Brandeburgo), più in là del viale Unter Den Linden (Sotto i Tigli), poco distante da una stazione della metropolitana. Ebbene, era facile capire quando il treno aveva passato quella che un tempo fu la linea che divideva in due la città: a Ovest le stazioni erano più moderne, più illuminate, più colorate, più gradevoli a vedersi. Per contro, quelle del settore orientale, come pure gli edifici, apparivano di un grigiore e di una monotonia esasperanti.

Eppure la mania d’innalzare muri, disporre cavalli di frisia e srotolare chilometri di filo spinato per dividere persone e cose pare tornar di moda. C’è ancora, anche da noi, chi crede di poter fermare un mondo in movimento, a riprova che l’esperienza berlinese non gli ha insegnato un bel nulla.

Comunque, credo che avrei fatto bene ad accogliere l’invito del mio caro amico e partecipare a Berlino, armato di zaino e martello, a quella festa storica e irripetibile.

Invece oggi mi tocca dire, non senza rimpianto: io non c’ero. Il che mi dispiace.

 

 

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