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Bettino Craxi: esule o latitante? PDF Stampa E-mail
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Domenica 19 Gennaio 2020 22:04

A vent’anni dalla scomparsa, qualche riflessione sull’uomo politico che, al culmine della carriera negli anni Ottanta, già segretario del PSI e Capo del Governo, è morto ad Hammamet, in terra tunisina, inseguito da mandati di cattura perché condannato per corruzione

di Carlo Patatu

Vent’anni fa, ad Hammamet, moriva Bettino Craxi. Da esule, continuano a ripetere insistentemente familiari e amici. Da latitante, insistono con altrettanta pervicacia gli avversari. Politici e non.

Io ho militato nel Partito Socialista Italiano per quasi trent’anni, rinnovando regolarmente la tessera, partecipando a tante iniziative e ricoprendo modesti incarichi a livello locale e provinciale. Ero molto fiero di condividere le idee di quel partito storico, che si batteva, allora, stando accanto ai deboli e dando voce a chi non ne aveva, pur all’opposizione e contrastando, per quanto possibile, la Balena Bianca democristiana.

Tant’è che, quando nel 1970 fui eletto capo dell’Amministrazione comunale di Chiaramonti, a chi mi definiva sindaco socialista, io replicavo con orgoglio. “No, io sono un socialista sindaco!”. Per me la differenza era notevole. Durante il quinquennio del mandato, cercai di uniformare l’attività svolta in Comune agli ideali cui avevo aderito. Non mi azzardo a dire se ciò ha nuociuto o è tornato a vantaggio di questo villaggio povero e deprivato di tante cose.

Ricordo che, in quegli anni, alla guida della segreteria nazionale si alternarono personaggi del calibro di Pietro Nenni, Giacomo Mancini, Francesco Demartino e Bettino Craxi. C’erano pure punti di riferimento importanti quali Riccardo Lombardi e Sandro Pertini. Gente che coltivava gli ideali del PSI e ne agitava le bandiere fin da quando essere socialisti comportava persecuzioni e carcere duro.

Poi il PSI andò al Governo, sedendo persino sullo scranno più alto di Palazzo Chigi con Bettino Craxi, milanese classe 1934, dall’agosto 1983 all’Aprile 1987. Anni difficili. L’inflazione correva a due cifre e il debito pubblico già aveva scalato vette che parevano irraggiungibili. Craxi, uomo dal piglio deciso e carattere forte, prese saldamente in mano la situazione e si adoperò per la riduzione del deficit; rispose a muso duro agli americani nell’episodio di Sigonella; trattò con tono ruvido il potente alleato democristiano nonostante il proprio 10% o poco più di consenso elettorale; prese di petto Luciano Lama, segretario mitico e prestigioso della CGIL.

Insomma, un caratteraccio. Ma l’uomo mostrava di avere le idee chiare e di sapere il fatto suo. In realtà, Craxi aveva in testa un disegno strategico che teneva conto delle prime crepe che comparivano nel mondo comunista internazionale e delle debolezze della DC, già in fase di logoramento. Aveva capito che l’avvenire della Sinistra lo si poteva giocare unicamente lasciando perdere le utopie rivoluzionarie del gigante comunista per imboccare, pragmaticamente, la strada del socialismo democratico, che aveva come porta bandiera gli stati del Nord europeo.

Ma… c’era un ma.

Bettino Craxi, un po’ come tutti i grandi, non sapeva stare se non in prima fila. Aveva di sé un concetto, non dico alto, ma altissimo. Gli altri contavano meno che niente. Fra lui ed Enrico Berlinguer, all’epoca amato e venerato segretario del PCI, ci fu sempre antipatia. Assoluta e reciproca. Il che impedì a quei due grandi partiti di dialogare con sincerità e volontà per giungere a una condivisione sulle cosa da fare. Un vero peccato! Probabilmente, se i due si fossero guardati in modo diverso, la storia dell’Italia e della Sinistra avrebbe avuto un altro corso.

Ma quelli erano pure gli anni della Milano da bere, degli appalti miliardari, della progressione geometrica degli scandali legati alla corruzione. In breve, dopo l’arresto del mariuolo Mario Chiesa, che Craxi liquidò come mela marcia e isolata all’interno del Partito, si scoprì che il Partito negli episodi corruttivi di cui si discuteva era coinvolto. Altro che, se era coinvolto! Addirittura nella persona del suo segretario nazionale: Bettino Craxi.

I fatti precipitarono, la magistratura fu messa in moto e Craxi subì alcune condanne definitive per corruzione, collezionando così un numero importante di anni di carcere. La sua reazione lo portò a scappare ad Hammamet, vi aveva acquistato una villa per le vacanze estive, dove morì il 19 Gennaio 2000 e dov’è tuttora sepolto.

La Giustizia è stata troppo severa con lui? Non sono in grado di affermarlo.

So, invece, che le sentenze definitive vanno rispettate ed eseguite. Segnatamente da uomini delle istituzioni, soprattutto se importanti e della caratura di Craxi. E se è vero che la magistratura non dava risposte soddisfacenti alle richieste di giustizia, come del resto accade tuttora, è altrettanto vero che anche i socialisti, avendo ricoperto incarichi prestigiosi di governo, di una qualche responsabilità dovevano farsi carico di quelle disfunzioni. Ecco perché io ho valutato con severità la fuga del mio capo socialista all’estero nel momento in cui la Giustizia lo aveva colto con le mani nella marmellata. A mio modesto avviso, avrebbe dovuto affrontare la vicenda a viso aperto e a fronte alta. Invece scelse la via della latitanza.

Ricordo che, nella circostanza, indignato presi carta e penna e inviai a Bettino Craxi un telegramma con questa domanda: “Perché mai costringi me a vergognarmi di essere socialista?”. Dopo di che, insalutato ospite, non mi ripresentai in Federazione a rinnovare la tessera. Con mio dispiacere sommo, avendo abbandonato i compagni di tante battaglie e di altrettante esperienze che si sono rivelate determinanti nella maturazione della mia personalità.

Per concludere, Craxi è stato vittima di se stesso, del suo Ego immenso, smisurato. Al pari di altri grandi uomini. Cito, a titolo di esempio, Cesare, Napoleone, Mussolini e, si parva licet componere magnis[1], Renzi. Tant’è che, nel corso di una vacanza in Tunisia, andai ad Hammamet, ma non volli visitare le tomba, né la casa di quel personaggio, nel quale avevo creduto, che poi mi fece provare una delusione fra le più cocenti della mia vita.

Il fatto è che l’uomo, come sosteneva Aristotele 2.400 anni fa, è un animale politico e non può presumere di fare tutto da solo. Infatti il grande filosofo ripeteva che se uno, entrando in una comunità, pensa di poter fare a meno degli altri, o è una bestia o è un dio.



[1] Se mi è lecito mettere insieme piccoli e grandi. (Virgilio, Georgiche)

 

 

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