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È avvenuto, può accadere di nuovo PDF Stampa E-mail
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Sabato 25 Gennaio 2020 00:00

27 Gennaio, Giorno della Memoria, voluto dalle Nazioni Unite per non dimenticare l’immane tragedia che ha registrato la soppressione di milioni di ebrei, Rom, disabili, comunisti, oppositori del regime e omosessuali nei lager nazisti

di Carlo Patatu

Lunedì prossimo celebreremo il Giorno della Memoria, ricorrendo il 75° anniversario della liberazione di Auschwitz.

Era il 27 Gennaio 1945, quando i soldati sovietici dell’Armata Rossa superarono il cancello del campo di sterminio tedesco in Polonia (quello con la scritta Arbeit macht frei[1]), già evacuato. Quel giorno segnò la fine del più grande e spaventoso genocidio della storia avvenuto in un unico luogo, dove perdettero la vita più persone che in qualsiasi altro lager nazista.

Il Giorno della Memoria è una ricorrenza internazionale che si celebra il 27 gennaio di ogni anno per commemorare le vittime dell'Olocausto. È stato così voluto dalla risoluzione n. 60/7 dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite del 1º novembre 2005. Per non dimenticare l’orrore del genocidio posto in essere dalla follia nazista, grazie anche al supporto vergognoso del Governo fascista italiano (1922-1943) e finalizzato allo sterminio del popolo ebraico, oltre che di Rom, comunisti, omosessuali e quanti mostravano di non concordare con quel programma assurdo e demenziale.

Quel progetto omicida, che andò sotto il nome di “Soluzione finale”, produsse oltre sei milioni di persone passate per le armi, oppure per le camere a gas e poi seppellite in enormi fosse comuni o ridotte in cenere nei forni crematori. Si trattava, in genere, di civili, molti dei quali donne e bambini. Li si teneva rinchiusi nei lager, malnutriti e malvestiti, umiliati e seviziati, esposti a ogni intemperie e sottoposti a turni di lavoro oggi impensabili. Finché riuscivano a tenersi in piedi. Dopo di che giungeva, appunto, la soluzione finale. Il tutto programmato e attuato con rigore scientifico, con la precisione e la meticolosità di cui i tedeschi sono maestri.

A noi, oggi, incombe il dovere di rievocare quei fatti orrendi, richiamandoli alla memoria, rivivendoli e ripensando a quanto è accaduto in quegli anni tristi. Per evitare che le polveri dell’oblio coprano per sempre quella tragedia. Che potrebbe ripetersi ancora. Come ammonisce opportunamente Primo Levi: …dopo il viaggio ad Auschwitz sono cresciuto! Ho visto, ho capito, ho sperimentato una forma di dolore indefinibile, di empatia, di incredulità! Ora capisco meglio la frase: è avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire.

Il che impone l’obbligo di non essere indifferenti di fronte a quanto ci accade intorno; di essere partecipi della vita democratica, perché la Democrazia si vivifica e si rafforza soprattutto con la partecipazione. A questo proposito, mi piace ricordare una poesia attribuita a Bertolt Brecht (1898-1956), ma che risalirebbe a un sermone pronunciato dal pastore Martin Niemöller sull'ignavia degli intellettuali tedeschi al tempo dell'ascesa al potere di Hitler (1933) e delle purghe operate in danno di alcune categorie di cittadini:

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento, perché rubacchiavano.

Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.

Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.

Poi vennero a prendere i comunisti e io non dissi niente, perché non ero comunista.

Un giorno vennero a prendere me e non c'era rimasto nessuno a protestare

Fermiamoci dunque pochi istanti a riflettere sui disastri e le atrocità di cui siamo capaci come uomini dotati di ragione e intelligenza. Nel ricordo di quei milioni di martiri mandati al macello soltanto perché credevano in Dio diverso, o appartenevano a una genia non gradita, oppure avevano idee politiche differenti da quelle allora di moda o un orientamento sessuale non condiviso. Fra quei martiri c'era pure un nostro compaesano: Gavino Tolis (1919-1944), Medaglia d’Oro al Valore Civile. Meditiamoci sopra rileggendo un’altra poesia; questa volta l’autore è Primo Levi:

Se questo è un uomo


Voi che vivete sicuri

nelle vostre tiepide case,

voi che trovate, tornando a sera,

il cibo caldo e visi amici,

considerate se questo è un uomo,

che lavora nel fango,

che non conosce pace,

che lotta per mezzo pane,

che muore per un sì o per un no.

Considerate se questa è una donna,

senza capelli e senza nome,

senza più forza di ricordare,

vuoti gli occhi e freddo il grembo,

come una rana d'inverno.

Meditate che questo è stato:

vi comando queste parole.

Scolpitele nel vostro cuore

stando in casa, andando per via,

coricandovi, alzandovi;

ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa,

la malattia vi impedisca,

i vostri nati torcano il viso da voi.



[1] Il lavoro rende liberi.

 

 

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