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Dopo il coronavirus saremo migliori? PDF Stampa E-mail
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Sabato 28 Marzo 2020 16:30

Pronti a emozionarci e a dare il meglio di noi stessi in circostanze eccezionali, rallentiamo poi il passo e torniamo a praticare le antiche abitudini – Dal passato impariamo poco o niente

di Carlo Patatu

P

assata la tempesta del Covid-19, niente sarà più come prima? Saremo diventati migliori? E, quel che più conta, avremo imparato la lezione?

A queste domande, poste con fastidiosa ma comprensibile insistenza dai conduttori agli ospiti di turno nei dibattiti televisivi, sovente sentiamo rispondere di sì. Le esperienze che viviamo da un paio di mesi in qua, affermano gli interrogati, non possono non lasciare traccia. Pertanto sì. Saremo migliori di prima, senza dubbio. Faremo tesoro della dura lezione del coronavirus, che mette sottosopra il pianeta.

Tali risposte giungono pertanto a conferma dell’antico detto non tutti i mali vengono per nuocere. D’altra parte, anche Manzoni conclude “I promessi sposi” affermando che i guai, …quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce e li rende utili per una vita migliore.

A mandare a carte quarantotto l’ottimismo manifestato dai più nel corso delle discussioni in tv, Giovedì sera ci ha pensato quel giamburrasca di Massimo Cacciari, ospite di Lilli Gruber a Otto e mezzo.

“Ma quando mai! - è sbottato il filosofo veneziano -; non avremo imparato un bel niente, al di là di certa partecipazione che, nel periodo caldo, emotivamente ci coinvolge tutti”.

La sortita di Cacciari mi ha dato da pensare non poco. E dico subito, per quel che vale il mio parere, che concordo con lui. Purtroppo! Tante vicende nostrane, accadute nel passato recente e remoto, stanno a confermarlo. Ribadisco: purtroppo!

L’Italia ha un territorio fragile, più volte tormentato da alluvioni e terremoti che, insieme a danni incalcolabili alle strutture viarie, al patrimonio edilizio e non solo, hanno mietuto migliaia e migliaia di vite umane. Talvolta, quei guai sono frutto di cause naturali estranee alla nostra volontà; ma talaltra, mi affido ancora a Manzoni, …vengono bensì spesso perché ci si è dato cagione.

E così mi tornano alla memoria le numerose alluvioni che hanno devastato città e campagne del Bel Paese e i terremoti che stravolgono periodicamente intere regioni. Nel 1951 e 1966, le alluvioni nel Polesine furono causa di migliaia di sfollati, morti e feriti. Nel 1963 il disastro del Vajont rase al suolo alcuni centri abitati del fondo valle, provocando un’ecatombe. L’esondazione dell’Arno del 1966 produsse danni enormi a Firenze e al patrimonio artistico nazionale che vi si conserva. Il terremoto di Messina del 1908 provocò oltre centomila morti. Analoga tragedia colpì l’Abruzzo nel 1915. Nel 1976 fu la volta del Friuli e nel 1980 dell’Irpinia, con la memorabile ed estemporanea sfuriata di Pertini. Mi fermo qui perché altri e parimenti gravi disastri sono accaduti successivamente e fanno parte del nostro vissuto personale.

Bene. Quelle tragedie ci hanno insegnato qualcosa? Anche allora si disse che niente sarebbe stato come prima; che la lezione non doveva essere dimenticata; che il Governo avrebbe adottato ogni intervento necessario a riportare ordine nei territori devastati e a prevenire altre possibili malesorti, sempre in agguato.

E poi? E poi niente. O meglio, poco si è fatto. Tanto poco che ogni successivo accidente ci ha trovati scarsamente preparati, costretti a inseguire col fiatone gli eventi. Che ci precedono sempre, ma marciando più veloci di noi.

Il governo e la messa in sicurezza del territorio sono cose di cui si discute a parole, che poi non si traducono in atti concreti. Continuiamo a inquinare i fiumi, l’aria e il mare; a disboscare le montagne, a edificare senza criterio lungo i pendii e accanto ai corsi d’acqua. Analogo ragionamento vale per le aree a rischio di terremoto. In materia di Sanità, negli ultimi venti anni, sono stati cancellati decine di migliaia di posti letto negli ospedali; le politiche dei governi succedutisi hanno castigato pure la Scuola, la Giustizia, la sicurezza, destinandovi stanziamenti che diminuivano di anno in anno. La Ricerca è stata penalizzata e sono stati umiliati i cosiddetti “professoroni”, mortificando le competenze all’insegna dell’uno vale uno.

Quando poi il disastro accade, non resta che affidarci ai santi, invocandoli e portandoli persino in processione. Insomma, poco è cambiato, su questo versante, nel corso dei secoli. Già Omero, nel primo libro dell’Odissea, fa dire al re degli Dei, nel corso di un’assemblea sul monte Olimpo:

Poh! - disse Giove -, incolperà l’uom dunque

sempre gli Dei? Quando a se stesso i mali

fabbrica, de’ suoi mali a noi dà carco

e la stoltezza sua chiama destino.

Ecco perché, sperando di sbagliarmi, non credo proprio che, superata la pandemia da coronavirus, ci ritroveremo migliori di prima. Siamo un popolo di centometristi, amava ripetere Indro Montanelli. Abbiamo lo scatto bruciante, poi ci fermiamo. Un popolo serio, invece, dovrebbe avere le doti del maratoneta. Pertanto, finita l’emergenza, continueremo, con le nostre furbate, a comportarci da irresponsabili. Proprio come abbiamo fatto finora. Superata questa fase drammatica, vedremo se il Governo opererà guardando al futuro o tenendo lo sguardo rivolto al passato. Vedremo se saranno adeguatamente riabilitate la competenza e il merito, insieme alla Scuola, alla Ricerca, alla Sanità, alla Giustizia, alla Pubblica Sicurezza, alla manutenzione del territorio e a quant’altro occorre per fronteggiare agilmente le calamità prossime venture, che di certo non mancheranno.

Ricordate Leopardi?

Passata è la tempesta,

odo augelli far festa e la gallina,

tornata in su la via,

che ripete il suo verso…

Dunque, tutto tornerà come prima? Spero di no, ma temo di sì.

 

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