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Domenica 05 Aprile 2020 18:18

Per il calendario liturgico, oggi si conclude la Settimana di Passione – Domani avrà inizio la Settimana Santa, che ci accompagnerà alla Pasqua, quest’anno insolitamente magra; più che in tempo di guerra

di Carlo Patatu

O

ggi, Domenica delle Palme, si conclude quella che, secondo il calendario liturgico, è la Settimana di Passione. In verità, la clausura cui mi costringe da tempo la pandemia da Covid-19 ha sbiadito non poco il susseguirsi dei giorni, tutti uguali e monotoni. Indifferenziati tra feriali e festivi.

Lo dico vergognandomene un po’: della ricorrenza odierna mi sono ricordato grazie alla lettura dei giornali. D’altronde, tutte le settimane di questa Quaresima anomala sono state di passione. Soprattutto per chi lavora in trincea per assicurare l’assistenza sanitaria, i servizi essenziali e quanto occorre alla comunità per sopravvivere alla bell’e meglio. Ma anche per chi, talvolta in perfetta solitudine, deve starsene in ospedale o tappato in casa nell’attesa che passi ‘a nuttata.

La Pasqua che si avvicina sarà anch’essa fuori dall’ordinario, stante la chiusura forzata dei luoghi di culto e il divieto assoluto di partecipare a cerimonie e processioni. Le celebrazioni della Settimana Santa resteranno sospese, rinviate a tempi migliori. Se e quando il coronavirus sarà stato debellato e tutti potremo riprendere quello che abbiamo scoperto essere il vero tesoro della nostra esistenza: la normalità.

Pertanto, riprendendo il discorso avviato su queste pagine il 1 Marzo scorso con Sa Caresima di tanti anni fa, propongo ai lettori la seconda parte del capitolo dedicato alle festività pasquali di Chiaramonti nel passato, tratto dal mio libro Scuola Chiesa e Fantasmi[1]. (c.p.)

 

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La giornata del Venerdì Santo si apriva di primo mattino con sa missa ‘e su fue fue[2], seguita da sas chircas mudas[3]. Durante quella funzione, celebrata seguendo canoni inconsueti e per me allora incomprensibili, il prete si allontanava di tanto in tanto dall’altare maggiore e si spostava da una parte all’altra della chiesa, percorrendo alternativamente e per intero le due navate; forse alla ricerca di qualcuno o di qualcosa che, evidentemente, non riusciva a trovare. Da qui la denominazione de su fue fue. Finita la messa, si formavano due cortei distinti, rispettivamente con i simulacri della Madonna addolorata e del Cristo flagellato. A un certo punto, pur avendo seguito percorsi differenti, grazie a una regia sapiente e collaudata dalla consuetudine, le due processioni s’incrociavano nello slargo di Caminu ‘e cunventu[4]. Sempre al solito punto. Ci si fermava per qualche minuto, con le statue tenute immobili dai portatori, l’una di fronte all’altra. Poi i due cortei riprendevano in silenzio il rispettivo percorso, per rientrare in chiesa così come ne erano usciti, ciascuno per conto proprio. In breve: il Cristo e sua madre si erano incontrati, ma non si erano riconosciuti.

Il momento culminante della giornata era nel pomeriggio; quando, nel corso di una cerimonia lunga e complessa, si procedeva alla deposizione di Gesù crocifisso; ovvero a s’iscravamentu[5]. Nella chiesa solitamente affollata, i fedeli seguivano con partecipazione sincera le varie fasi di quel rito antico. Che tutti, ormai, conoscevamo a memoria; ma che continuava a emozionarci come la prima volta. C’è da dire che il personaggio principe di quella rappresentazione sacra non era il Cristo in croce, bensì il predicatore. Era lui il protagonista vero della funzione liturgica del Venerdì Santo; colui che, parlando dal pulpito con voce altisonante, talvolta in lingua sarda e sempre senza microfono, sfruttando l’innata abilità oratoria (oltre che l’arte della retorica appresa in seminario), con accento commosso e a tratti persino indignato, era capace di far vibrare tutte le corde del sentimento in quella platea di persone semplici, devote e composte. Al momento opportuno, si rivolgeva con enfasi a due centurioni, imponenti negli sgargianti costumi orientali e fieri nel portamento, ordinando di levare la corona di spine dal capo di Gesù crocifisso. Similmente procedeva per liberarlo dai chiodi delle mani e dei piedi. Dopo di che li invitava con tono accorato a deporre amorevolmente quel corpo martoriato sulla lettiga, già predisposta al centro della chiesa e ricoperta, a fare da materasso, con innumerevoli mazzetti di fiori campestri. Variopinti e profumati.

Finita la predica, si formava la processione, che si avviava a percorrere le strade del paese, seguendo l’itinerario tradizionale: Piatta, S’ulumu, Carruzu longu, Carrela ‘e s’Avvocadu, Littu, S’istradone e Carrela ‘e cheja[6]. Il simulacro del Cristo deposto era seguito dalla Madonna vestita a lutto; sul petto un cuore d’argento trafitto da sette spade, metafora dei sette dolori. Al ritorno in parrocchia, i fedeli si mettevano ordinatamente in fila e si avvicinavano a turno alla lettiga poggiata su due cavalletti di legno collocati nella navata centrale, fra il pulpito e l’altare maggiore. Quindi, fatto il segno della croce, adulti e bambini baciavano compunti i piedi martoriati del Salvatore. Dopo di che, ricevevano dai priori di Santa Croce (un uomo e una donna) uno dei mazzetti di fiori che i soci di quella confraternita avevano confezionato pazientemente il giorno avanti, legandoli con filo da cucito. Romagliettes, diciamo noi nella variante locale del sardo. Mia madre ne conservava sempre uno nel primo cassetto del comò; l’unico che chiudeva a chiave. Quel romagliette era per lei una specie di reliquia; un oggetto sacro da non profanare e da custodire con cura fino all’anno successivo, quando i solerti priori gliene consegnavano uno nuovo. Quello dell’anno precedente, ormai secco, veniva da lei distrutto bruciandolo con devozione.

Per i giovanotti la musica era diversa. I romagliettes se li portavano a casa anch’essi; ma per tenerceli un solo giorno. La consuetudine voleva che, durante la notte della vigilia pasquale, quei fiori benedetti fossero deposti sul davanzale della finestra della ragazza del cuore. Inutile dire che le signorinette, tutte indistintamente, in segreto ambivano a essere destinatarie del bel gesto, cavalleresco e romantico a un tempo. Invece per i maschietti l’impresa da compiere non risultava sempre facile. Intanto perché si rendeva indispensabile collocare i fiori sulla finestra più alta della casa prescelta, al fine d’impedire che qualcuno li profanasse, portandoli via con facilità per poi riciclarli presso un altro recapito.

Manco a dirlo, nella circostanza ribollivano qua e là gelosie feroci, sempre difficili da governare. Non tornava gradito ad alcuno che un rivale in amore infiorasse la finestra della fanciulla che si desiderava ardentemente far propria. Anche quando, come capitava di frequente, i palpiti del cuore marciavano a senso unico. Ecco perché, onde evitare che l’omaggio floreale fosse profanato dai trafugatori di professione (ce n’era un gruppo molto attivo, in paese), si doveva operare possibilmente a notte fonda; persino in ore antelucane. Confidando di essere stati gli ultimi del giro; e quindi di avere collocato i fiori al riparo da possibili e sgradite manomissioni. L’alternativa era quella di affidarsi a pericolosi esercizi di acrobazia, scalando i canali di scarico delle grondaie per raggiungere finestre o poggioli posti anche al secondo piano; ma non sottovalutando mai l’eventualità di dover fare i conti col padrone di casa. Che, svegliato di soprassalto da improbabili scalatori notturni, poteva non gradire l’impresa; e quindi reagire. Anche in malo modo.

Ma, attenzione! Tante premure, ispirate certamente da sentimenti nobili e rinforzate dalla tradizione, erano riservate esclusivamente alle ragazze geniosas, ossia simpatiche, affascinanti. Gli omaggi floreali, di solito anonimi, non recavano indirizzi di sorta che permettessero d’individuare le destinatarie. Qualche volta venivano accompagnati da bigliettini, ugualmente anonimi, contenenti frasi galanti del tipo non sono come l’ape che va di fiore in fiore, ma sono come l’edera: dove s’attacca muore. Al contrario, per le signorinette pazosas[7], vanitose, superbe, e perciò antipatiche, il copione mutava radicalmente. I giovani che provavano sentimenti di avversione nei loro confronti (perché snobbati, traditi o  respinti) si vendicavano cospargendo mucchi di paglia da lettiera sotto il portone di casa di quelle ragazze. Sottile e sminuzzata, la paglia s’infilava inesorabilmente negli interstizi del selciato, che allora lastricava tutte le strade dell’abitato. Pertanto non riusciva agevole, con un solo intervento, rimuovere ogni pagliuzza in modo radicale e definitivo.

In genere, l’inquietudine dell’attesa finiva col togliere il sonno alle donzelle della mia generazione. Durante la notte del Sabato Santo, esse si ripromettevano di vegliare, coltivando la segreta speranza di sentire, da un momento all’altro, il sospirato brusio che segnalasse la presenza di possibili corteggiatori in azione. Ma, alla lunga, la stanchezza finiva col far premio sul pur generoso desiderio di resistere al sonno incombente.

Ecco perché, la mattina di Pasqua, le ragazze balzavano dal letto di buon’ora e, prima ancora di stropicciarsi gli occhi, correvano ansiose alla finestra. Era irrefrenabile in tutte il desiderio di scoprire ciò che gli aveva riservato la sorte. Gioia grande per chi aveva trovato i romagliettes sui davanzali; musi lunghi se il portone risultava assediato dalla paglia. A questo punto, le destinatarie dell’infiorata puntavano curiose a indovinare chi ne fosse il mittente. Cosa peraltro non sempre facile. Capitava pure allora di amare qualcuno senza essere corrisposti; e quindi di essere oggetto di attenzioni e di desideri non previsti, né sperati. Le cose potevano complicarsi se, come accadeva a casa mia (con quattro sorelle e qualche cugina ospite abituale), ci s’imbarcava in discussioni senza fine per individuare chi fosse la destinataria effettiva del romagliette. Se poi di mazzetti ce n’era più d’uno, le cose si complicavano ulteriormente. Si dava pure il caso che talune ragazze fossero più gettonate di altre. Evidentemente stavano nelle grazie di più pretendenti. Locali e no. Esse, ovviamente, non mancavano di menarne vanto con le amiche fidate. Che, sforzandosi di fingere curiosità e compiacimento, di fatto schiattavano d’invidia.

Del tutto diverso, invece, l’umore di chi doveva fare i conti con l’aborrita paglia. In questo caso, madri premurose (e furenti) si alzavano di buonora e spazzavano con cura la strada al levar del sole, nel tentativo (di solito vano) di rimuovere dal selciato ogni pagliuzza. A dispetto di tanto impegno, qualche residuo, ancorché modesto, resisteva pur sempre, a testimoniare in pubblico tanta disistima.

E così, mentre per le strade si snodava solenne la processione pasquale, al termine della messa cantata delle dieci, invece che a seguire le orazioni e i salmi intonati a gloria dal parroco, i fedeli apparivano più interessati a mandare a mente la lista delle abitazioni marcate con la paglia. Di cui rimaneva comunque una traccia che, per quanto modesta, era sufficiente a mettere alla gogna le vittime di turno. Commenti acidi e maliziosi tenevano banco immancabilmente nelle chiacchiere di paese. Ma soltanto per qualche settimana.



[1] CARLO PATATU, Scuola Chiesa e fantasmi, ed. Gallizzi, Sassari 2007, pagg 109-115.

[2] Alla lettera: la messa del fuggi fuggi.

[3] Le ricerche fatte in silenzio dalla Madonna, per ritrovare il Figlio, tratto in arresto dopo la cena con gli apostoli.

[4] Ora largo Nicolò Vare.

[5] Alla lettera, a schiodare il Cristo; e cioè deporlo dalla croce.

[6] Stando alla onomastica stradale oggi vigente, il corteo, partendo dalla chiesa parrocchiale, si snodava per la via Vittorio Emanuele II (Piatta), piazza Indipendenza (S’ulumu), via Giorgio Falchi (Carruzu longu), largo Azuni (Carrela ‘e s’Avvocadu), via Grazia Deledda (Littu), viale Marconi e piazza Repubblica (S’istradone), via San Matteo (Carrela ‘e cheja); quindi il rientro in chiesa.

[7] Alla lettera: pagliose;  e cioè vanitose, altezzose.

Ultimo aggiornamento Domenica 05 Aprile 2020 18:55
 

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