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XXV Aprile, Festa della Liberazione PDF Stampa E-mail
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Venerdì 24 Aprile 2020 00:00

Per la prima volta, a Chiaramonti, la ricorrenza fu celebrata nel 1973, con una cerimonia laica e la deposizione di un mazzo di garofani rossi sul monumento ai Caduti

di Carlo Patatu

D

omani ricorrerà il 75° anniversario della fine della 2a Guerra Mondiale (1940-1945) e della liberazione dell’Italia dal regime nazi-fascista. A Chiaramonti, tale data storica fu celebrata, per la prima volta, nel 1973. Con quasi trent’anni di ritardo. Di precedenti non ho notizia, né so indicare le ragioni di tanta distrazione. Fino ad allora, l’unico appuntamento importante era stato il 4 Novembre, a ricordare la fine della 1a Guerra Mondiale (1915-1918).

Ebbene, nel 1973 ero sindaco del mio paese, a capo di una maggioranza di sinistra e indipendenti, con all’opposizione i democristiani. Grazie al consenso unanime dei due gruppi consiliari, fu promossa la celebrazione anche del XXV Aprile, con una cerimonia spartana ma partecipata dalla popolazione, autorità, partiti politici, associazioni e comunità scolastiche in prima fila.

Il corteo, partito dalla Casa Comunale, si diresse verso il monumento ai Caduti, dove il Sindaco depose un mazzo di garofani rossi e pronunciò un discorso. Niente messa, né benedizioni e rinfreschi. Si trattava di una cerimonia laica e popolare che si svolgeva in tempi duri, agitati da forti tensioni ideologiche e dalla strategia della tensione, funestati da attentati e stragi devastanti, crisi economica e petrolifera. Del che il tono polemico del testo che segue rende ampia testimonianza.

Nel ricordo di ciò che la data del XXV Aprile rappresenta per gli italiani, propongo a chi ne ha interesse la lettura del testo di quel discorso celebrativo[1]. (c.p.)

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Chiaramonti, Monumento ai Caduti, li 25.04.1973

Cittadini!

La data del XXV aprile, chissà perché, non è mai stata ricordata, a Chiaramonti, col dovuto rilievo; non ci siamo mai sentiti in dovere di celebrare con la necessaria solennità questo giorno che, senza ombra di dubbio, ha coronato uno dei più fulgidi periodi della nostra storia.

Questo giorno che nel 1945, quando io ero ancora alunno di terza elementare e facevo le mie prime esperienze storiche sui libri ancora ornati di fasci e gagliardetti; e sui quali le immagini del duce campeggiavano ancora con tutta la loro convincente forza propagandistica, nonostante la dittatura fascista fosse stata ormai liquidata, segnò la clamorosa disfatta degli eserciti nazi-fascisti operanti in Italia e la definitiva liberazione della nostra Patria da una infame dittatura. Che ci aveva riportato indietro di parecchi secoli nel cammino della civiltà e del progresso. Questa data, dicevo, deve essere necessariamente e solennemente ricordata agli italiani che quei giorni hanno vissuto e a quegli altri che, come me, di quei giorni hanno soltanto sentito parlare. O ne hanno letto sui libri di storia e sui giornali.

Un'Italia divisa da odi e rancori, umiliata più volte e tradita nelle sue aspirazioni aveva finalmente trovato la forza di scuotersi dal giogo dittatoriale, di prendere coscienza della propria condizione, di muoversi prima in sordina e poi con azioni sempre più vaste, per giungere, proprio il XXV aprile del 1945, a spazzare via dal nostro suolo le ultime resistenze dell'esercito tedesco e di quello della Repubblica di Salò; per riconquistare quella libertà che fascisti e nazisti sembravano avere cancellato per sempre.

E oggi, ripensando ai tristissimi fatti e avvenimenti di quei giorni, fatti ed episodi che ritornano alla nostra mente un po' velati dal tempo trascorso, che appaiono quasi incredibili a chi, come me, non li ha direttamente vissuti, per la violenza e la ferocia che in essi si è manifestata; ebbene, non possiamo fare a meno di sentirci sdegnati e pieni di meravigliato stupore, nello stesso tempo, per tutto ciò che è accaduto alla nostra Italia nell'infausto ventennio fascista.

Eppure ci sono documenti che, in tutta la loro crudezza e senza possibilità di equivoci, ci dicono che quegli avvenimenti tristi, umilianti, feroci, incredibili, sono stati una realtà, una dura realtà; sono accaduti veramente, anche se la nostra intelligenza, oggi, quasi si rifiuta di credere che degli uomini dotati di ragione possano essere arrivati a tanto.

Nel 1922 i fascisti, con Mussolini in testa, conquistarono il potere grazie soprattutto all'inettitudine di un re che era piccolo non soltanto di statura e che si lasciò intimidire da una banda di violenti picchiatori, di facinorosi e politicanti da strapazzo, con molta boria in corpo e poche idee in testa. Conquistarono il potere, i fascisti, con la violenza, che del resto è parte integrante di quella ideologia; con lo scopo dichiarato di mettere ordine in Italia, di ridare impulso all'economia che andava a rotoli, di far marciare in orario i treni. Ma soprattutto i fascisti avevano come obbiettivo immediato la messa in atto di una politica di conquiste che restituisse all'Italia quel prestigio che, a loro dire, le era stato tolto a seguito di una pace ingiusta e disonorevole al termine della prima guerra mondiale.

E su questa strada i fascisti, ammaliati dai focosi quanto ridicoli discorsi del duce, s’incamminarono, spazzando via con la violenza e con fredda determinazione tutti gli ostacoli che si frapponevano alla realizzazione dei loro tristi progetti. E non si fermarono mai, essi fascisti! Armati di manganello e di olio di ricino, spalancando le porte delle patrie galere e additando la strada del confino a quelle persone che si opponevano a un tale regime, essi hanno iniziato a sgovernare l'Italia. Un'Italia forzatamente in camicia nera, fregiata di patacche e gagliardetti; un’Italia che, al canto di marce cadenzate, sfilava al passo romano, convinta di avere ricevuto da Dio chissà quali alti e onorevoli destini. E il duce, che veniva presentato alle masse, attraverso la fittissima propaganda, come un nuovo Cristo salvatore della Patria in pericolo, veniva osannato, riverito, acclamato come forse nessun altro lo è stato prima di lui. Si voleva ridare ordine e prestigio con la violenza, negando persino la libertà di pensiero e di opinione. Si voleva ricostruire un'Italia nuova e grande, picchiando, uccidendo o mandando in galera tutti coloro che, per un motivo o per l'altro,  non erano d'accordo con chi stava al potere. La libertà era morta, amici miei, uccisa dalle squadracce fasciste che ne impedivano la men che minima libertà di espressione o manifestazione.

Eppure, molti italiani di allora, ammaliati dalle marcette, dai gagliardetti, dalle divise e dai saggi ginnici, non si rendevano conto della gravità dei fatti e, ubriacati dalle tonanti parole di Mussolini, continuavano ad acclamare, a marciare, a riverire le aquile imperiali facendo il saluto romano. E uomini come i fratelli Rosselli, come Giovanni Amendola, Giacomo Matteotti, Gaetano Salvemini, Pietro Nenni, Palmiro Togliatti, Alcide De Gasperi, Giuseppe Saragat e tanti altri che avevano tentato di opporsi a quel regime di violenza e di depravazione, furono barbaramente assassinati o costretti a prendere la via dell'esilio, dove si adoperarono per organizzare quella resistenza, prima ideale e poi armata, che doveva contribuire in misura determinante a ripulire l'Italia dal fascismo.

Ma gli episodi di violenza, nel ventennio fascista, non si contano. Sono rimasti tristemente famosi i massacri compiuti dall'esercito nazista, con la complicità dei fascisti, nell'estate del 1944 a Sant'Anna di Stazzema in Toscana, dove furono uccisi tutti gli abitanti, compresi i vecchi e i bambini, a colpi di mitragliatrici e con bombe a mano; e a Marzabotto, nei pressi di Bologna, dove fra il 28 e il 30 settembre 1944 furono trucidate settecento persone, compresi il prete che celebrava la messa, le donne e i bambini ammazzati nel camposanto, scovati casa per casa anche nella campagna circostante. Storia di sofferenze inumane e di oscuri eroismi fu anche quella dei prigionieri e deportati italiani negli orribili campi di concentramento tedeschi e condannati ai lavori forzati.

Triste e dura vita è sempre quella di coloro che la sorte della guerra fa cadere in prigionia; ma la crudeltà della prigionia inflitta dai tedeschi e dai fascisti nell'ultima guerra, la fredda e sistematica ferocia dei comandi che vi sovrintendevano, la perversa malvagità, la brutalità, il sadico arbitrio di molti comandanti e aguzzini in sottordine furono tali da fare impallidire ogni ricordo precedente. Si è calcolato che oltre quarantamila militari italiani deportati in Germania siano morti. Quarantatremila furono i prigionieri politici, dei quali morirono oltre ottomila. Tra i morti, come tra i sopravvissuti, non si contano gli esempi luminosi di eroico martirio, di serena fortezza, di semplice e sublime grandezza d'animo.

Questi episodi rimangono come documenti di infamia per la Germania nazista e per i suoi complici italiani, i fascisti. E noi che oggi abbiamo in parte riconquistato la nostra libertà, pagandola a caro prezzo, condanniamo come perturbatrice nefasta degli animi una formula politica che erige un partito o un uomo a salvatore della patria; e che sulla patria vuole accordargli un dominio senza confini né di spazio, né di tempo; e che a tutti contende il diritto di contrapporsi e di sostituirlo. Di una formula che, in altre parole, rinnega ed esclude il beneficio delle lotte politiche e dell'avvicendamento dei partiti al potere. Una tale situazione trasformerebbe la nostra Italia in una unica grande prigione di coscienze e di pensiero. Fosse questa prigione della coscienza del mio paese la più fastosa, la più illuminata, la più ampia, sembrerebbe sempre angusta e opprimente a quanti più della vita amano la libertà; perché dove non c'è libertà non c'è vita vera.

Eppure, o amici, nonostante l'orrore e la morte disseminati per l'Europa intera dalla dissennata politica fascista; nonostante l'Italia abbia fatto una tragica esperienza nell'arco di un intero ventennio, c'è da stupirsi che, ancora oggi, ci sia chi, ispirandosi all'ideologia fascista, pretenda di girare le piazze d'Italia cianciando di libertà e di democrazia, chiedendo voti al popolo italiano niente di meno che all'insegna dell'ordine e della Costituzione. Sì, o amici, il fascismo che credevamo debellato e che ritenevamo di avere gettato nel carro dell'immondizia, non è ancora scomparso; i fascisti che prima si presentavano sotto le insegne del Msi, oggi si trincerano sotto l'emblema della Destra Nazionale, quasi per farci credere che essi, in sostanza, nulla hanno a che fare col fascismo di passata memoria. Perché non hanno il coraggio di presentarsi col loro vero volto, anche se, come accade di frequente, si scoprono da soli, appaiono in tutta la loro reale figura di violenti picchiatori, dinamitardi, incendiari e assassini di agenti di quelle forze dell'ordine che, a parole, essi pretendono di voler difendere.

I fatti di Brescia dei giorni scorsi, i depositi di armi e munizioni scoperti con sempre maggiore frequenza negli arsenali fascisti, i tentativi finora non riusciti di abbattere lo Stato costituzionale e repubblicano, ci dicono molto chiaramente che dietro l'emblema della Destra Nazionale si nasconde sempre la squadra del manganello e dell'olio di ricino; si nasconde la politica autarchica; si nasconde la guerra!

Gridiamoglielo in faccia, a questi fascisti in edizione 1973, che essi non hanno niente da insegnarci, che essi hanno trascinato il nostro paese in un'infinità di avventure che, non soltanto hanno tolto la libertà ai cittadini italiani, ma che hanno impedito all'Italia di tenere le relazioni di cultura col resto d'Europa; che hanno create la famosa economia autarchica che ci ha fatto scendere di molti punti nell'elenco dei popoli civili, ponendoci fra i paesi sottosviluppati, con almeno mezzo secolo di ritardo rispetto ad altre nazioni.

Ricordiamogliele a questi sporchi fascisti, a questi massacratori e torturatori di italiani, che l'Italia non ha bisogno di loro. Noi non vogliamo glorie imperiali, non vogliamo posti al sole, non vogliamo i balilla che marciano a passo cadenzato, fucile in spalla, alla conquista di non si sa bene quali ideali. Non abbiamo bisogno di fascisti, perché siamo contro la violenza, contro le dittature, contro le guerre. Contro tutte le guerre. Abbiamo un concetto diverse della libertà, del progresso civile e della giustizia sociale.

Perciò Almirante e i suoi camerati dovrebbero oggi chiudersi in un silenzio che sarebbe tanto più opportuno e dignitoso quanto più fosse vero e duraturo. Essi ripetono oggi la stessa strategia di cinquant’anni fa, in combutta con uno sparuto manipolo di sentimentali monarchici, coi quali si sono uniti e lanciano alte grida per farsi coraggio, per apparire più forti e temibili. Anche oggi, o amici di Chiaramonti, assistiamo a questo fatto curioso: troviamo accomunati, uniti negli stessi intenti e nelle stesse manifestazioni violente quelli che sono gli eredi diretti di Vittorio Emanuele III e di Benito Mussolini: i monarchici e i fascisti vanno a braccetto come nel 1922! Hanno costituito un unico partito che, molto pomposamente, hanno chiamate Destra Nazionale e si sono abbracciati per tentare, ancora una volta, la conquista del potere con l'intimidazione e la violenza. Assistiamo oggi alla riunificazione tra le stesse forze che furono responsabili dei disastri occorsi all'Italia, che furono responsabili delle guerre e di quella triste politica che, per tanti anni, hanno attuato nel nostro Paese.

E allora noi diciamo che non possiamo essere d'accordo con quella gente. Diciamo che non possiamo seguirli sulla strada che essi insistentemente ci additano, perché quella strada la conosciamo bene tutti: giovani e anziani. Gli anziani per avere toccato e spesso pagato nella loro carne e con la loro carne i frutti di una tale nefasta politica. I giovani neppure, perché ho la certezza che la gioventù di oggi sia di gran lunga migliore di quanto i signori fascisti immaginano.

Noi crediamo ancora nei sentimenti che nascono prepotenti e irrefrenabili nella gioventù di oggi, per quanto essa sia contestatrice e che purtroppo contesta, probabilmente e spesso, per colpa di una classe dirigente che non ha saputo offrirgli le alternative e le condizioni che essa gioventù giustamente attendeva. E se noi vogliamo combattere e debellare il fascismo, questo cancro che rischia di avvelenare la nostra società civile, pur corrotta e compromessa, non dobbiamo ricorrere alla violenza; non possiamo usare le loro stesse armi, perché noi abbiamo una diversa formazione intellettuale e una diversa coscienza democratica.

Per combattere il fascismo, amici di Chiaramonti, noi dobbiamo lottare giorno dopo giorno per la costruzione di una società di uomini liberi, per la costruzione di una società di eguali; per la realizzazione di quelle riforme che devono tradurre in pratica quotidiana tutti quei sacrosanti principi che sono esposti con belle parole nella nostra Carta Costituzionale. Perché il fascismo, cari miei, non è soltanto quello della Destra Nazionale; anzi direi che quello è il meno pericoloso, perché ne conosciamo le origini e l'attività quotidiana. Si può essere fascisti anche militando in partiti democratici; si può essere fascisti facendo il gioco di chi sta al potere per difendere interessi particolari; si può essere fascisti anche leccando i piedi ai potenti di turno; e di leccapiedi, purtroppo, l'Italia è piena.

Ecco perché occorre stare molto attenti a cogliere la gramigna che nasce in mezzo al grano buono e che rischia di compromettere tutto il raccolto. Per questo motivo, invitiamo aggi tutti gli italiani sinceramente democratici, a operare veramente e con entusiasmo per la realizzazione di un mondo migliore; facendola finita, una volta per sempre, con gli intrighi da sacrestia e coi giochi da corridoio, che possono tornare utili a questo o a quell'uomo politico; che possono far piacere a questa o a quella famiglia; ma che si traducono in danno spesso irreparabile per la società in generale e per la nostra Regione Sarda in particolare.

Il fascismo si combatte stando uniti, come ci hanno insegnato gli artefici della lotta partigiana, combattendo tutti in prima linea, senza eccezione alcuna, per il bene collettivo e non estraniandosi perché si ha paura di compromettersi esponendosi alle ire e alle vendette dei potenti di turno. Chi si estrania dalla lotta quotidiana non assolve il proprio dovere di cittadino; chi invece si  dedica a distruggere ciò che gli altri tentano  di  costruire, cercando di stare nell’ombra, criticando e maldicendo, sparlando e calunniando, infangando chi non è presente e non ha la possibilità di difendersi; ebbene, questi è vigliacco e, come tale, non ha diritto di cittadinanza in un consorzio di persone civili. Anche in questo modo si può fare il gioco dei fascisti, che hanno sempre puntato sulle discordie, sul malcontento, sulle divisioni e su una scarsa coscienza politica dei cittadini, oltre che sull’ignoranza più in generale.

Rendiamo omaggio alle vittime del fascismo, agli eroi della Resistenza, proponendoci di essere più coerenti con noi stessi, di chiedere soltanto ciò che ci spetta e di lottare fino in fondo per ottenerlo; proponiamoci di partecipare più attivamente alle vicende politiche e amministrative della nostra Nazione e del nostro Comune, affinché possiamo discutere serenamente e con cognizione di causa di tutte quelle cose di cui spesso parliamo per averne sentito dire e sulle quali talvolta avanziamo giudizi avventati e temerari.

Noi crediamo che questo sarebbe un buon modo di continuare l'azione iniziata dai nostri partigiani con la resistenza al fascismo; e crediamo inoltre che la Resistenza non sia ancora finita, per cui la nostra vigilanza e la nostra presenza attiva devono essere continue e senza sosta. La libertà e la democrazia non sono beni che si conquistano una volta per tutte; sono beni che si conquistano giorno per giorno, spesso a costo di duri sacrifici. Soprattutto a carattere personale. Perché la libertà non è questa di cui noi oggi crediamo di godere: una libertà che ci consente appena di parlare (e non sempre) senza essere ascoltati; una libertà che ci fa perdere anche il posto di lavoro, se talvolta non stiamo attenti a come parliamo e contro chi parliamo. Ebbene, questa è una libertà che esiste soltanto di nome e non di fatto.

Amici, noi diciamo che ci sentiremo realmente liberi soltanto quando tutte le persone che ci circondano saranno altrettanto libere. Potremo dire di essere veramente liberi soltanto quando la nostra libertà e la nostra dignità di uomini e di cittadini e i nostri diritti umani saranno riflessi nella coscienza libera di tutti e ci saranno confermati e riconosciuti da tutti. Così confermata da tutti, la nostra libertà personale si estenderà all'infinito. Perché la libertà dei cittadini non è un fatto individuale, ma un prodotto collettivo.

Questa è la libertà che noi vogliamo, e questa libertà i fascisti, per quanto ciancino diversamente, non ce la possono e non ce la vogliono garantire. Per questa libertà noi, oggi e domani, ci battiamo e ci batteremo sull'esempio di quegli italiani, taluni famosi ma per le più sconosciuti, che per la libertà hanno donato tutto di se stessi.

Viva la Resistenza, viva l'Italia repubblicana!



[1] Cfr. CARLO PATATU, Sindaco controvoglia, ed. Nuova Stampa Color, Muros 2011, pagg. 53-57.

Ultimo aggiornamento Venerdì 24 Aprile 2020 11:11
 

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