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Venerdì 22 Maggio 2020 12:40

Il ricordo di Franco Migaleddu, amico caro e compagno di tante avventure giovanili – Prese la via dell’emigrazione e girò il mondo a bordo di navi mercantili; riposa a Genk in Belgio

di Salvatore Patatu

H

o sempre avuto un grande rispetto per i morti e, ancora oggi, tutte le domeniche, vado a visitare gli amici e i parenti passati a miglior vita, nel cimitero di Sassari, dove riposano anche mio figlio Manuel e mia moglie Pina. Ma questa abitudine, la metto in pratica in qualunque parte del mondo mi trovi, se so che c'è sepolto qualcuno che conosco.

Sono stato a Genk, in Belgio, quattro volte, per tenere conferenze nel locale circolo Sardo, intitolato a Grazia Deledda. In una di queste occasioni, ho deciso di andare a visitare due compaesani, sepolti nel piccolo cimitero di un paese vicino. Ho contattato l'amico chiaramontese Fausto Migaleddu, che da molti anni vive in Belgio e gli ho chiesto la cortesia di accompagnarmi a visitare suo fratello Franco e sua sorella Luisa, morti lì alcuni anni or sono. Fu un momento di grande tristezza e di comprensibile malinconia. Con Franco, che aveva un anno più di me, ho passato gli anni della mia infanzia, dividendo il poco che avevamo e sorreggendoci vicendevolmente nei momenti di bisogno e di sconforto. In pratica, siamo cresciuti insieme fino alla maggiore età.

Era stato molto più sfortunato di me, in quanto rimase orfano di padre in tenerissima età e la vita,  per lui, non era stata facile per niente. Fin da bambino, infatti, contribuiva alla conduzione economica della famiglia, formata da cinque figli, due dei quali molto piccoli. Io appartenevo a una famiglia non agiata, ma neanche povera, ed avevo la fortuna di avere entrambi i genitori, che ho conservato fino alla mia piena maturità. Mia madre era una donna alta e massiccia, inflessibile e severissima, anche se piena di dolcezza nei momenti che contano. Mi proibiva nel modo più assoluto di allontanarmi da via La Marmora, dove allora abitavamo. Era il luogo dove il mio mondo conosciuto iniziava e finiva. Questo fatto ostacolava lo sviluppo della mia conoscenza e l’incremento delle mie esperienze, ma dilatava di molto i confini della mia fantasia, che galoppava a briglia sciolta, diventando straripante. Al di fuori di questi confini, immaginavo ci fosse un mondo segreto, misterioso e affascinante, che sognavo tutte le notti. Il mio amico Franco Migaleddu contribuiva in modo notevole ad arricchire questi miei sogni, in quanto mi raccontava che, quando andava a far legna nelle campagne di Baddes e Corrales, gli sembrava di essere sotto i cieli della California e del Texas, luoghi che potevamo ammirare nei fumetti, che ci scambiavamo quasi quotidianamente: sos albos, li chiamavamo.

Franco si divertiva a descrivermi il Rio Bravo di Corrales e il Colorado River di Baddes, dove si potevano trascorrere momenti indimenticabili, ammirando i canyon, simili a quelli dell’Arizona, o i dintorni del Little Big Horn, teatro della famosa battaglia tra il generale Custer e gli indiani di Sitting Bull. Li ho sognati anche a occhi aperti, ma riuscii ad andarci solo dopo tanto tempo, quando gli anni della maturità avevano sconvolto le sfumature e i contorni dei sogni dell’infanzia.

Franco andava lì per lavorare sodo ed io lo invidiavo, perché non potevo godere delle bellezze che lui, con garbo mi raccontava, nascondendo decisamente le sofferenze e i sacrifici che era costretto a sopportare.

Io dovevo accontentarmi delle poche cose che avevo a mia disposizione: un cortile, col pozzo e un albero di fichi, sul quale mi arrampicavo come se fossi nella giungla, novello Tarzan.

Quando avevo undici anni, mio padre prese in gestione il cinema Fontana insieme ad un socio, ed io ero riuscito a coinvolgere Franco, allora dodicenne, in modo che avesse l'ingresso gratuito. Ero riuscito a farlo nominare responsabile del ritiro della pellicola, che arrivava con vari mezzi e lui si occupava di portarla al locale di Caminu de Cunventu. Era un ragazzo di buon carattere, volitivo, forte e tenace, abituato alla fatica e al lavoro duro.

Man mano che crescevamo, i nostri rapporti si rafforzavano, nonostante io avessi cominciato a sedici anni, in forte ritardo, a frequentare le Scuole Medie a Nulvi. Per pagarmi gli studi, avevo preso l'appalto delle letture dei contatori dell'energia elettrica e Franco, di sua iniziativa, qualche volta mi aiutava, rendendomi il lavoro più leggero e facendomi acquistare tempo, che passavamo insieme poi divertendoci in vari modi. Eravamo due dei pochi ragazzi, che possedevano la bicicletta, due ferrivecchi che avevamo ricevuto in regalo, lui da un cugino della madre ed io dalla madrina di una delle mie sorelle. Ad entrambe le biciclette avevamo imposto lo stesso nome: Gilda, in ricordo del personaggio di un film, che avevamo visto insieme, interpretato dalla bellissima e avvenente Rita Hayworth. Quando la prestavamo a qualche amico maldestro e poco pratico, gli dicevamo: "Mi non m'isvergines a Gilda, mih!”

Insieme a tanti altri amici andavamo a mettere i romaglietti, la sera della vigilia di Pasqua, alle ragazze, che intendevamo corteggiare. L'elenco era piuttosto nutrito e occorreva tutta la notte per completare il giro. Rimase famosa una frase che lui scrisse a una ragazza, che qui chiamo con un nome di comodo: “Mariella, ti amo come il fulgor dell'Arizona!” Aveva scritto, influenzato dalla nostra cultura western.

Eravamo compari di fogarone. Lo eravamo diventati saltando insieme il falò, che noi giovani preparavamo tutti gli anni il giorno della vigilia della festa di San Giovanni, il 23 giugno, davanti al Monumento ai Caduti. Fra compari c'era una fratellanza e un rispetto straordinario, a cominciare dal fatto che ci davamo del voi.

Ne abbiamo combinate di tutti i colori, ma una è degna di essere raccontata. A fianco del bar di tiu Lumbardu, c'era un lungo sgabello, in cui sostavano per buona parte della giornata quattro pensionati, uno dei quali era tiu Maieddu, che arrotondava la magrissima pensione lavorando come uomo di fatica nella locale caserma dei Carabinieri. Quest'uomo, quando giocavamo a pallone per strada, cercava sempre di sequestrarcelo e, una volta, addirittura lo afferrò, tolse di tasca la sua fedele pattadesa, e lo ridusse a brandelli. Io e Franco non avevamo sopportato di buon grado l'azione, anche se il pallone non era nostro, e aspettavamo l'occasione per vendicarci.

Tre metri al di sopra dello sgabello, in cui i vecchietti sedevano, c'era un enorme cartello pubblicitario in lamiera rossa, inchiodato al muro, su cui c'era scritto: Campari - L'aperitivo. I quattro vecchietti, allegramente seduti al di sotto, discutevano animatamente e, di tanto in tanto, litigavano alzando le voci. Forse per il ruolo che assolveva in caserma, tiu Maieddu era quello che gridava di più e questo lo rendeva ancora più antipatico.

Un giorno io e compare Franco, seduti sul muro perimetrale dei giardini pubblici, insieme ad altri due amici, a pochi metri dai vecchietti, assistemmo a un litigio più prolungato del solito e, tutto a un tratto, a me balenò l'idea che il momento di vendicarci di tiu Maieddu era arrivato. Mi alzai in piedi e dissi a Franco e agli amici di aspettarmi due minuti, che andavo a comprare un oggetto. Lì vicino, sotto la casa parrocchiale, c'erano tre magazzini. Uno era di proprietà della parrocchia, dove il prete aveva sistemato la sede dell'Azione Cattolica, con tanto di biliardino. Gli altri due appartenevano a un privato, che li aveva affittati; uno a un barbiere e l'altro a una negoziante di frutta e verdura. Andai in questo negozio e chiesi di darmi un bel pomodoro. La padrona mi chiese se lo volevo per fare il sugo o per mangiare crudo a insalata. Io le dissi per il sugo, il più maturo possibile. Non me lo fece neanche pagare. Franco era bravissimo a tirare i sassi, per cui, tornai da lui e gli dissi che doveva tirare il pomodoro, centrando in pieno il viso antipatico di tiu Maieddu, proprio quando aumentava il tono della sua sgradevole voce.

”E come faccio? È lì davanti a noi a pochi passi e si accorge subito che sono stato io! Non posso farlo senza che lui mi veda”.

"Voi, caro compare, adesso entrate dentro i giardini e vi mettete dietro questa siepe di ligustro, che è alle nostre spalle. E da lì lo centrate come un tacchino!”

Compare Franco non si fece pregare, prese il pomodoro, entrò dentro i giardini, si posizionò dietro la folta ed alta siepe, in pratica a due metri da me e dagli altri due amici che, insieme, pregustavamo già la scena. Noi tre eravamo posizionati bene in vista, di modo che i vecchietti non potessero pensare che a tirare il pomodoro era stato uno di noi.

Compare Franco, arrivato sul posto, mi disse che, stando dietro il ligustro non vedeva i vecchietti. Allora io gli chiesi se vedeva la grossa Ci della scritta Campari del cartellone pubblicitario. Lui mi disse di sì.

"Allora, compa', centrate quella Ci  e il pomodoro, dopo essersi spiaccicato sulla lamiera, cadrà proprio sulla testa di tiu Maieddu”.

Franco non se lo fece ripetere due volte, tirò con la massima violenza il pomodoro maturo, che, dopo aver sostato una frazione di secondo sul cartellone, per caduta iniziò la discesa verso il basso, mentre le campane della vicina chiesa cominciavano a suonare i rintocchi di mezzogiorno. Tiu Maieddu, sentito il primo tocco, batté le mani dicendo: “Beh, ora de ustare est mih!” E il pomodoro gli cadde tra le mani, che contribuirono a schiacciarlo ulteriormente e a spargere i semi ed il sugo dappertutto, rendendo le parti basse e le mani del povero vecchio, simili a un tegame di ravioli ben conditi, ma senza formaggio.

Compare Franco si spostò leggermente per vedere se aveva colpito in pieno il bersaglio e vide tiu Maieddu, che estraeva di tasca il famigerato coltello rompipalloni. Franco, credendo che lo volesse utilizzare contro di lui, sparì in un battibaleno, negli anfratti di Funtana Noa e lo rivedemmo la sera tardi. Invece tiu Maieddu utilizzò il coltello per motivi meno vendicativi, in quanto non capì, e non lo capirà neanche in seguito, da quale orto gli fosse arrivato il pomodoro maturo. Con la pattadese, il pensionato tentò, per quanto gli era possibile, di raschiare il sugo che era andato a impiastricciargli tutti gli abiti che aveva addosso.

Una volta diventati grandi, io e Franco ci siamo perduti di vista. Io andai a studiare a Sassari e lui s'imbarcò, realizzando il sogno più grande della sua vita: diventare un marinaio giramondo. Dopo molti anni, lo vidi a Santa Giusta una sola volta nel 1990. Poi non lo vidi più e seppi della sua morte dopo alcuni anni.

Degli amici di allora, in Sardegna siamo rimasti solo io e Filippo, gli altri emigrarono giovanissimi e, tranne Claudio, che attualmente vive in provincia di Como, gli altri sono tutti morti: in Olanda, in Belgio, in Australia, in Francia, in Veneto, in Lombardia, a Bologna, a Roma...

Quando arrivai alla sua tomba, rimasi a lungo in silenzio, fotografai la lapide e, col pensiero, tentai di trasmettergli il ricordo di questo e di altri episodi della nostra giovinezza e la sua fotografia sembrò sganciare un mesto sorriso.

Ultimo aggiornamento Sabato 23 Maggio 2020 12:27
 
Commenti (3)
Commento
3 Domenica 24 Maggio 2020 20:25
Dominique

Caro Tore, con grande piacere ho letto una fase di vita della tua gioventù che hai reso viva insieme al tuo amico! Sono sicura che ti ha sentito quando sei andato a salutarlo sulla sua tomba! Tanti saluti. Dominique

Foto di Franco Migaleddu
2 Sabato 23 Maggio 2020 12:04
Tore Patatu

Caro Mario, purtroppo non possiedo foto di Franco. Per autarti a capire di chi stiamo parlando, ti posso dire che quasi tutti gli anni dal Belgio viene in ferie Fausto Migaleddu, il fratello. La sorella grande Luisa, morta anche lei e sepolta nello stesso cimitero, era sposata con Giulio Sale, noto Giulio Campinu, per anni valido portiere della squadra di calcio del nostro paese. Un'altra sua sorella, Pierina, sposata con Cente Ghisu, anche lui di Chiaramonti, vive ad Alghero. Li vedo spesso e la prossima volta chiederò loro di procurarmi qualche foto di Franco.

Una bellissima storia
1 Venerdì 22 Maggio 2020 14:46
mario pinna

Una bellissima storia. Essendo molto più piccolo di te e non conoscendo Franco Migaleddu sarebbe bello che posti qualche foto sua e vostra in compagnia.


Grazie e saluti da Mario Pinna.


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Giriamo la richiesta a Tore, ben sapendo che non potrà soddisfare la tua richiesta. A quel tempo, farsi una fotografia era un lusso che pochi, molto pochi, si potevano permettere. (c.p.)


 


 

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