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2 Giugno 1882: Garibaldi muore a Caprera PDF Stampa E-mail
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Lunedì 01 Giugno 2020 00:00

Nello stesso giorno, ma nell’anno 1946, un referendum popolare cancellava per sempre l’istituto monarchico in Italia e come forma di governo sceglieva la Repubblica


D

omani celebreremo due ricorrenze molto significative per la storia patria: il 138° anniversario della morte di Giuseppe Garibaldi e il 74° della nascita della Repubblica Italiana, voluta col Referendum popolare del 2 Giugno 1946. Ricordo che a Chiaramonti, in controtendenza a quanto accadde in Sardegna, prevalse la scelta per la Repubblica.

Poiché in altre sedi più autorevoli di questa, e con ben altro registro, sarà ricordata la nascita dell’era repubblicana, mi limito a ricordare il “Biondo eroe sepolto a Caprera”. Mi piace farlo riportando l’incipit del discorso che Giosuè Carducci, sollecitato da una manifestazione popolare, improvvisò il 4 giugno 1882 nel teatro Brunetti di Bologna.

Essendo l’orazione del Carducci lunga e articolata, sottopongo all’attenzione dei lettori la sola parte introduttiva. (c.p.)

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Questi vostri plausi, o signori, mi ripungono a pentirmi della promessa di parlare. Anche stamane ho ricevuto un terzo telegramma di sollecitazione a comporre versi su la morte del Generale.

Io non so di aver finora dato prove di cuore così misero e duro, che altri mi possa tenere per pronto a mettere insieme delle sillabe quando un tanto dolore colpisce la Patria e me, quando io ho qui sempre dinanzi agli occhi della mente e quasi a quelli del corpo il cadavere dell’uomo che ho più adorato fra i vivi.

[…] No, non applaudite, vi prego; quando anche il vostro plauso sonasse non altro che assentimento alle cose forse non vili che sono per dirvi e venerazione all’eroe che piangiamo. Non applaudite, vi prego. Non disturbate i sacri silenzi della morte. Pensate che il Generale giace immoto, cereo, disfatto, là tra i funebri lumi della stanza di Caprera.

Piangiamo e lamentiamo i fati della Patria.

La rivelazione di gloria che apparì alla nostra fanciullezza, l’epopea della nostra gioventù, la visione ideale degli anni virili, sono disparite e chiuse per sempre. La parte migliore del viver nostro è finita.

La bionda testa con la chioma di leone e il fulgore d’arcangelo, che passò, risvegliando le vittorie romane e gittando lo sgomento e lo stupore negli stranieri, lungo i laghi lombardi e sotto le mura aureliane, quella testa giace immobile e fredda sul capezzale di morte.

Quella inclita destra che resse il timone della nave Piemonte pe’l mare siciliano alla conquista dei nuovi destini d’Italia, quella destra invitta che a Milazzo abbatte da presso i nemici col valor securo d’un paladino, è in dissoluzione.

Sono chiusi e spenti in eterno gli occhi del liberatore che dai monti di Gibilrossa fissarono Palermo, gli occhi del dittatore che sul Volturno fermarono la vittoria e costituiron l’Italia.

La voce, quella fiera voce e soave che a Varese e a Santa Maria gridò “Avanti, avanti sempre, figliuoli! Avanti, co’ calci de’ fucili!” e dalle rocce del Trentino espugnate rispose “Obbedisco”, quella voce è muta nei secoli. Non batte più quel nobile cuore che non disperò in Aspromonte, né si franse in Mentana.

Giuseppe Garibaldi giace sotto il fato supremo. E il sole risplende intanto su l’Alpi italiane che non sono più nostre, sul mare che non è più il mare nostro. La sua potenza si è dipartita da noi; e a noi non resta che la sua gloria e il sublime compiacimento di averlo avuto coetaneo […].

Ultimo aggiornamento Domenica 31 Maggio 2020 11:06
 

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