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L’albero di mandorle PDF Stampa E-mail
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Mercoledì 24 Giugno 2020 09:52

Racconto di Salvatore Patatu


L

’uscita di casa, per andare al lavoro tutte le mattine, non è mai stata un’operazione gradevole per nessuno. Ed io non facevo certamente eccezione. Dovevo tuffarmi in mezzo al traffico nell’imbuto del Ponte di Rosello, dove si giocava a chi poteva arrivare per primo. Tutto questo fino a quando l’amministrazione comunale ci ha dato la possibilità di scegliere un percorso alternativo, realizzando un’opera iniziata dieci anni prima.

Questa nuova strada, che unisce due punti nevralgici della città, alleggerisce di molto il traffico, in quanto consente alle macchine in transito, provenienti da Castelsardo e dirette alla S.S. 131, di evitare le vie del centro, intasate da camion e da macchine furibonde, dai cui scarichi fuoriescono vagonate di ossido di carbonio, misto a bestemmie, che rimbalzano sull'asfalto come cioccolatini Perugina.

La strada si chiama via Giovanni XXIII, ma i sassaresi, seguendo le loro abitudini cionfraiole, l'hanno subito battezzata La Bretella. Due terzi della strada consistono in un poderoso ponte, che salta i binari del trenino proveniente da Sorso e quelli della cosiddetta metropolitana di superficie, in arte Sirio. I sette pilastri, che reggono tutta l’impalcatura delle travi in cemento armato, portano il ponte a un'altezza ragguardevole; per cui, il nastro d'asfalto sale di livello e ridiscende dall’altra parte, per tuffarsi dentro un rigoglioso frutteto, di cui hanno dovuto sacrificare un certo quantitativo di alberi di pesche, di albicocche, di mandorle e di susine limoninca, caratteristiche della nostra zona.

A metà della discesa, la strada prende a destra con un’ampia curva e, alla fine di questa, arriva nuovamente al livello di campagna. Per invitare gli autisti a rallentare, vi hanno sistemato un segnale verticale di pericolo. Contiguo al palo di questo segnale, il ciuffo di un albero si è ribellato alla condanna a morte, sfidando le leggi della tecnologia e, con la complicità delle leggi della natura e della sopravvivenza, in pochi mesi, è diventato un alberello col tronco dritto, grazie alla crescita parallela all'amico paletto. Dopo un paio di anni, come è naturale per tutte le creature viventi, è diventato albero a tutti gli effetti, superando di molto l’altezza del palo e inglobandolo nei suoi affettuosi rami, che per buona parte dell'anno lo proteggono tra le fronde.

All’inizio dell’anno scolastico, però, l’alberello è completamente spoglio e il poeta avrebbe detto che i suoi rami “di nere trame segnano il sereno!"

Questa raffigurazione poetica era completamente in sintonia con la volontà che aveva mio figlio di studiare e di andare a scuola, perché ci voleva sant’Antonio col tamburo per buttarlo giù dal letto, la mattina, e san Cristoforo col bastone per farlo sedere in macchina. Sempre borbottando e lamentandosi; se la prendeva col professore di latino che era un babbeo, quello d’italiano un soggetto e quello di matematica un emerito citrullo.

Ma i problemi dell’uscita mattutina non finivano con lui, in quanto, dopo averlo accompagnato, entravo nella mia scuola e constatavo che i miei alunni, alla prima ora di lezione, erano in perfetto accordo con mio figlio e coi rami dell’alberello della Bretella, che sembrava destinato a non produrre più alcun frutto. Fino all'inizio delle vacanze natalizie, nemmeno il presepe, le formaggelle di zia Ida, le copulete di zia Iolanda e i papassini di zia Tonina hanno potuto fare nulla per migliorare, almeno in termini di aspettative, la volontà di mio figlio, quella dei miei studenti e i rami scartocciati e nerastri dell’alberello della Bretella.

Verso la metà del mese di gennaio, però, passata la Befana, anche senza la presenza dei dolci natalizi e del presepe, qualche mio alunno diede segnali di risveglio dalla sonnolenza abituale, portando il libro di testo, sottolineando i passi più importanti e chiedendo ripetutamente delucidazioni. E anche mio figlio iniziò a elogiare il lavoro di qualche professore, ad alzarsi dal letto col solo aiuto di santa Rita, senza tamburo e a sedersi in macchina, senza l'intervento di san Cristoforo e del suo enorme bastone.

Una mattina, passando davanti all’albero, notai un paio di sparuti fiorellini affacciarsi timidamente su alcune piccole fronde dei suoi rami più alti, che cominciavano a tingere di rosa le trame di pece spalancate nel sereno del cielo, sorridente anch'esso. In pochi giorni, quell’albero, che sembrava morto e stramorto, cominciò con decisione a germogliare fiori colorati, che sembravano ricami realizzati dalle mani delicate delle suore celestine di via Roth. In pochi giorni, l’albero era completamente fiorito e il segnale di pericolo restò felicemente prigioniero di tanta bellezza.

Nel frattempo, a scuola, stavamo per concludere il quadrimestre e i mie alunni facevano a gara per farsi interrogare. Mio figlio andava a letto tardi per continuare a studiare e si alzava presto per ripassare la lezione. Entrava in macchina prima di me, col libro tra le mani, e mi aspettava con gli occhi puntati sulle pagine, ripetendo a bassa voce la lezione, come faceva zia Maddalena, quando si appollaiava davanti alla porta d’ingresso della sua casa, masticando avemarie e gloriapater col rosario tra le mani.

Ma guarda un po’!” Mi venne da pensare. “E chi se l’aspettava un miglioramento simile? Questa è opera della natura, in quanto l’albero ha migliorato insieme agli umani”.

Si rallegra ogni core.

Sì dolce, sì gradita

Quand'è, com'or, la vita?

Avrebbe detto Leopardi.

Passato il quadrimestre, mi aspettavo un’inversione di tendenza, non dell’albero, perché il suo destino è quello di portare a compimento il suo dovere, trasformando in frutti i fiori appena sbocciati, ma dei miei alunni e di mio figlio, in quanto pensavo che, superato lo spavento della pagella, tutto sarebbe tornato come prima. E invece mi sbagliavo, perché quei ragazzi, durante le vacanze di Pasqua dovevano andare a Parigi in viaggio d’istruzione e avevano tutto l'interesse a dimostrare buona volontà e partecipazione, per convincere i loro genitori a sganciare i soldi per l'invitante viaggio. Io avevo promesso a mio figlio che, se avesse continuato a studiare, lo avrei portato con la mia classe, in quanto la sua scuola, per quell'anno scolastico, non aveva organizzato il consueto viaggio d'istruzione.

Sembrava che tutti i miei alunni si fossero coalizzati con mio figlio. Continuarono a studiare senza sosta e il miglioramento della loro situazione fu così grande, che la professoressa d’italiano, redigendo il verbale della riunione del consiglio di classe, ebbe a scrivere: “La classe si è destata decisamente dal torpore invernale e sta dimostrando potenzialità sorprendenti. Si tratta di fiori appena sbocciati, ma in abbondanza, che diventeranno sicuramente copiosi frutti alla fine dell’anno e agli esami di maturità”.

Proprio come quella pianta: “Fiori che diventeranno frutti, con grande soddisfazione degli insegnanti e dei genitori”, pensai passando sulla Bretella e guardando l’albero completamente coperto di fiori rosa, che cominciavano ad assumere tonalità verdognole per dar luogo alle foglie.

Partimmo per Parigi con gli alunni e con mio figlio e, nel giro di una settimana, girammo in lungo e in largo la capitale francese nei suoi aspetti più caratteristici, non tralasciando di dedicare un'intera giornata agli intrattenimenti offerti da Eurodisney, che aveva aperto la sua attività pochi giorni prima. In questo straordinario parco di divertimenti, i miei alunni si sbizzarrirono fino a organizzare uno spettacolo a sé, esibendosi con un numero di alta scuola: complessino e balletto folkloristico davanti a centinaia di turisti divertiti. Anche Cartastraccia, (cosi i compagni chiamavano Gianluca, che era il meno partecipe ai lavori della classe) aveva dimostrato doti intellettive e interesse fino ad allora decisamente impensati!

Tornati a Sassari dopo Pasqua, notai che l’albero della Bretella aveva portato avanti il suo lavoro di trasformazione e sembrava che la mano di un pittore famoso lo avesse rivestito con un abito d’un verde intenso.

A mano a mano che passavano i giorni, da quei fiori rosei, non spuntavano solo foglioline verdi di speranza, ma si affacciavano teneri bernoccoletti di frutti, che lasciavano sperare un abbondante raccolto, sul confine tra la strada bretella e la campagna di nessuno, a disposizione di chi voleva prenderli.

E così arrivammo agli esami di maturità, dove quasi tutti gli alunni e anche mio figlio, raccolsero frutti, in termini di buoni voti, a tal punto che mi meravigliai io stesso. Solo il povero Cartastraccia restò impigliato nelle maglie della ripetenza. Inserito nuovamente nell’ambiente scolastico, tornò ad assumere il suo ruolo di alunno indolente e sfaticato, quale era prima della partenza.

E l’albero?

Aveva quasi portato a termine il suo ciclo coi rami carichi di frutti, anche se qualcuno era vuoto o verminoso, perché i Cartastraccia sono presenti anche tra i frutti delle piante.

Presa la maturità, mio figlio e alcuni dei miei alunni si iscrissero all’Università. Ma la maggioranza tentò la via del lavoro. Il sopravvenire dell’estate mi fece perdere i rapporti con molti dei miei alunni neodiplomati, ma tenevo sempre i contatti col mio albero di mandorle, che continuavo a vedere quotidianamente. Tutte le volte che gli passavo vicino, notavo che i suoi frutti erano diventati grossi e maturi come i diplomi dei miei allievi ed era occorso un anno intero di lavoro, di impegno e di studi, delusioni e speranze per portare il tutto a compimento.

Il primo di settembre iniziò il nuovo anno scolastico ed io tornai a scuola, pronto a ricominciare il lavoro di sempre, col consueto impegno e con le solite speranze.

Una mattina, uno degli alunni dell’anno precedente, diplomato di fresco (era uno dei più diligenti), venne a trovarmi. Parlammo con gioia di Parigi e degli esami, discutemmo allegramente, ricordando episodi simpatici accaduti durante l'anno. Improvvisamente, con un velo di malinconica tristezza, mi confidò che non si era iscritto all’Università, perché non se lo poteva permettere. Doveva aiutare la famiglia, in quanto aveva dei fratelli ancora in tenera età e bisognava occuparsi di loro. Purtroppo, per quanto si fosse dato da fare, non era riuscito a trovare un lavoro.

“Ho studiato da matti!”, mi disse. “Sono stato tra i migliori, ma tutto è stato vano!” Concluse con palese delusione e una punta di arrabbiatura.

Tentai di incoraggiarlo con parole dettate dall’esperienza, ma che non portano a niente, dicendogli che tempo buono non dura, ma neanche tempo brutto, senza credere molto io stesso in ciò che dicevo. La situazione era davvero preoccupante. Il mio studente aveva ragione.

Quello stesso giorno, rientrando a casa, passai davanti all’albero, che, già da qualche giorno, aveva cominciato a tingere di nere trame il sereno del cielo. Era pronto a ricominciare il suo ciclo naturale, come i miei nuovi allievi. Ma aveva addosso ancora tutti i frutti dell’anno agricolo appena trascorso. Nessuno ebbe interesse a coglierli. Riflettei a lungo sulla sua situazione e pensai che quell'albero, in tutto e per tutto, rappresentava la metafora della vita dello studente. Partito da una situazione piuttosto cupa e preoccupante, da trame secche e disperate, aveva cominciato a fiorire, producendo foglie e frutti e portandoli a compimento, nonostante la sconfortante situazione. Ma nessuno aveva colto il suo prodotto, che rimaneva attaccato ai suoi rami, nonostante chiunque potesse facilmente usufruirne. Quelle mandorle erano destinate a marcire nell’albero, rendendo inutile e vano tutto lo sforzo compiuto in un anno agricolo dalla pianta. Proprio come il diploma del mio ex alunno. Riflettendo profondamente sulla situazione, mi vennero in mente le parole che mi diceva sempre monsignor Dedola, il parroco del mio paese, quando ero chierichetto: “Aiutati che Dio ti aiuta!”

Pensai che se io avessi colto i frutti di quell’albero abbandonato, rendendoli in qualche modo utili alla comunità, per ogni frutto colto e mangiato, un mio alunno diplomato avrebbe trovato lavoro. Certo! La metafora non può essere che questa!

Uscii prontamente da casa e mi recai alla Bretella. Parcheggiai la macchina poco distante dall’albero e, con una lunga canna cominciai a scuotere i rami, facendo cadere le mandorle, che salterellavano festosamente toccando il suolo, tanta era la gioia che provavano nel rendersi utili. I rami, spelacchiati come il cuculo in primavera, senza il peso dei frutti maturati, avrebbero affrontato meglio le fatiche e i tormenti dell’imminente inverno. Ne colsi una certa quantità, in modo che potessero servire a far trovare lavoro, non solo ai miei ex alunni, ma anche a quelli del collega Giuseppe Gana, che in molte occasioni era venuto in gita scolastica con me, per accompagnare i suoi allievi.

Rientrai a casa tutto soddisfatto e, senza indugiare oltre, presi un martello, schiacciai la mandorla più grossa, la misi in bocca e, avidamente, cominciai a masticarla. Accidenti a lui! Era un albero di mandorle amare!

Ma, la notte successiva, sognai mia madre, che, con le mandorle amare, confezionava degli invitanti amaretti…

Nota: Il racconto è stato premiato a Cagliari in un concorso intitolato Racconti di Sardegna e pubblicato in un libro dallo stesso titolo. La premiazione, già fissata per il 7 marzo 2020, a causa della pandemia da Covid-19 è stata rinviata a data da destinarsi.

 

Le foto sono dell'autore, che ringraziamo.

Ultimo aggiornamento Giovedì 25 Giugno 2020 10:47
 

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