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Basta un po' d'ironia per diventare ricco PDF Stampa E-mail
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Venerdì 31 Luglio 2020 22:33

di Salvatore Patatu


 

L

’altro giorno ho deciso di andare a fare una passeggiata nel centro storico di Sassari, in cerca delle viuzze che attraversavo quando, ragazzino biddìnculu, ero venuto a Sassari per sostenere l’esame di ammissione alla Scuola Media; un esame estremamente selettivo, in cui, a giugno, bocciavano il 90% dei candidati.

Per uno sciopero a tempo indeterminato dei professori (fatto rarissimo sia a quei tempi, sia adesso), dovetti stare a Sassari una quindicina di giorni. Abitavo in via dell’Insinuazione 17, a due passi dalla trafficata casa sita in via Esperson al n. 22. Questa casa fu chiusa a seguito della legge Merlin e mai più riaperta, neanche come semplice abitazione. Probabilmente i sassaresi, attaccati alle tradizioni, hanno ancora paura di antichi fantasmi che aleggiano nelle pareti.

Ma oltre a questo, sono cambiate troppe altre cose nella Sassari Beccia di adesso. In pratica, quel variopinto micromondo di allora non esiste più: niente negozietti caratteristici dove si vendeva di tutto, niente botteghe artigiane di tappezzieri, falegnami, maniscalchi ecc. Solo case abbandonate e cadenti, oppure abitate da extracomunitari, che niente hanno a che vedere con la Sassari risulana e zappadorina di ziu Cesaru, Rosilde Bertolotti, Pompeo Calvia, Agniru Canu ...

Ma i pochi sassaresi che ancora vi abitano, hanno conservato l’antica abitudine alla cionfra e all’autoironia. Sul muro di una misera abitazione di via delle Monache Cappuccine c’è una mattonella colorata, dove sta scritto: “Se è vero che la ricchezza non dà la felicità, figuriamoci la miseria”.

Un modo bellissimo di ribadire il concetto sintetizzato nell’antico proverbio che la ricchezza non dà la felicità, per ottenere la quale bastano poche cose e accontentarsi di ciò che si possiede. Più difficile, invece, è diventare ricco. Eppure io ho trovato il modo di diventarlo, seppure per breve tempo.

Nella casa dove abito, dalla cucina si esce in un modesto giardino di 40 metri quadri. Ma questa non è certamente una ricchezza, dirà qualcuno. Eppure, per diventarlo, basta pochissimo. Mi metto a lavorarci per tagliare le erbacce e, improvvisamente, il mio giardinetto si trasforma in un tancato di quaranta ettari. E questa illusione dura più di una settimana.

Nei giorni scorsi, mi è venuta la voglia di diventare latifondista, ho cominciato i lavori e il mio giardino mi si è presentato così:

È tutto avena fatua e bambagina,

trifoglio, lappola con bardana,

pungitopo, papavero e aspraggina,

nasturzio e armoracia rusticana.


Calcetrèppola e coda di volpino

Canapuccia, asfodelo e lupinella,

loglio, correggila e carciofino

stramorino, malvina e bambagella.


Fior d’oro, giallo, erba cardellina,

verbasco, borrana e teriaca,

masticogna, vescicaria e canapina;

carota finocchietto e cardo vacca;


erba spinosa, ginestra, veccione,

favagello, scaracchio con scagliola.

Cipollaccio di campo con crescione,

campanula cataria e calendòla.


Lingua di cane, Iperico e cumino

Issopo, ortica, farfaraccio.

Mentuccia, raperonzolo, Crespino

centinodio, centocchio e cavolaccio.[1]


Per una settimana ho lavorato sodo, sostenuto dalla contentezza di essere diventato ricco, e sono riuscito a debellare le suddette erbacce. Ma, insieme a loro, è svanita anche la mia ricchezza di latifondista. Il giardino è tornato a misurare quaranta metri quadrati.

 



[1] La poesia è una traduzione liberissima di parte della poesia "Sa cantone de sas ervas” di un poeta di Martis, Nicola Pintus, vissuto a cavallo dei secoli 1800-1900.

 

Ultimo aggiornamento Venerdì 31 Luglio 2020 22:43
 

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