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E anche a Chiaramonti la luce fu PDF Stampa E-mail
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Martedì 27 Ottobre 2020 19:39

Una mezza dozzina d’anni dopo la fine della Grande Guerra (1914-18) fecero capolino anche in paese lampadine elettriche, che mandarono in pensione i lumi a olio e le candele steariche

di Carlo Patatu

L

’energia elettrica arrivò a Chiaramonti verso la metà degli anni Venti del Novecento.

Si provvide subito a illuminare le strade, sia pure con una luce fioca fioca; quanta ne producevano le lampade da venticinque candele (oggi si dice watt), collocate basse su mensole murate alle facciate delle case.

Le utenze domestiche, nella stragrande maggioranza, funzionavano a forfait; e cioè senza il contatore. Pagando una quota fissa mensile, l’utente aveva l’illuminazione elettrica in casa durante le sole ore notturne. Più o meno dal tramonto del sole fino all’alba. All’accensione e allo spegnimento provvedeva manualmente mio padre, elettricista dell’azienda Budroni&Rottigni, azionando mattina e sera un interruttore rudimentale a coltello installato nella cabina di trasformazione, costruita appena a valle de Su monte ‘e cheja. A breve distanza da quella che era la casa dei Madau.

La quota mensile per la fornitura della corrente elettrica a forfait era rapportata alla potenza richiesta. Chi pagava per venticinque candele poteva utilizzare una sola lampadina di quella potenza. Se di lampadine ne aveva diverse dislocate in più ambienti, poteva tenerne accesa soltanto una per volta. In breve, doveva spegnerla in camera da letto prima di accenderla in cucina. Se, poniamo, il contratto di fornitura prevedeva cento candele, si poteva accenderne una sola di pari potenza, oppure due da cinquanta; o quattro da venticinque.

Agli abusi immancabili, che nei primi tempi furono scoperti e sanzionati severamente solo dietro segnalazione riservata (dei vicini ficcanaso), i gestori del servizio rimediarono poi installando nelle case un limitatore. Che entrava in azione se la potenza utilizzata superava quella contrattuale. In presenza di violazioni da parte di qualche furbastro, quell’aggeggio infernale provocava l’interruzione a singhiozzo dell’energia elettrica. E così le lampadine si accendevano e si spegnevano in continuazione. Tant’è che dopo pochi minuti finivano con l’andare fuori uso. Fulminate irrimediabilmente. Ai malcapitati toccava restare al buio fino a quando non le sostituivano con altre nuove di zecca. Che avevano comunque vita breve. La qualità dei filamenti a carbone non era delle migliori.

Le utenze a contatore funzionavano un po’ come adesso; ma si trattava di un lusso che soltanto le famiglie più agiate, o con salario fisso di un certo peso, potevano permettersi. Ecco perché, in quegli anni, era usuale trascorrere le lunghe serate invernali standosene in casa, seduti a cerchio intorno al focolare e lasciando alla sola fiamma del caminetto il compito di fornire un minimo di luce tremula, che proiettava sulle pareti ombre inquietanti. Quanto bastava per evocare fantasmi e provocare paure irrazionali.

L’accensione della lampada elettrica, dopo cena, era riservata di solito alla camera da letto in cui riposavano i bambini in tenera età. Una luce accesa, diceva mia nonna, allontana il demonio dai giacigli dei neonati.


Cfr. CARLO PATATU, Scuola Chiesa e Fantasmi, ed. Gallizzi, Sassari 2007, pagg. 25-26.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 28 Ottobre 2020 21:11
 

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