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Venerdì 30 Ottobre 2020 16:46

Come si ricordavano, negli anni a cavallo della Seconda Guerra Mondiale, i defunti nella ricorrenza di Ognissanti – Pochi fiori, qualche lumicino e tante preghiere

di Carlo Patatu

A

s’immùrti immùrti, quando Halloween era una parola sconosciuta.

Da bambino, nel pomeriggio della vigilia di Ognissanti, con i miei compagni di giochi battevo le strade del paese. Una per una, coscienziosamente e con un sacchetto in spalla; in genere una federa di guanciale. Si bussava alle porte scandendo in coro: "A s'immùrti immùrti!", contrazione del motto "pro sos mòrtos bòstros[i]". Che, grosso modo, stava a significare: in suffragio dei vostri defunti. In altri paesi dicevano (dicono) "Su mòrtu mòrtu"[ii]. In breve: offriteci qualcosa in memoria dei cari estinti e a sollievo della loro anima.

Un po’ tutti si aspettavano quella visita. Non senza borbottare, talvolta; ma rispondendo ugualmente solleciti all’invito. Senza farsi pregare ulteriormente, chi apriva l’uscio offriva fichi secchi, noci, mandorle e castagne. Più raramente dolci casarecci: pabassìnos[iii], gallèttas[iv], còzzulos de pistìddu[v]. Ci scappava pure qualche moneta da una sesìna[vi] o giù di lì. Ma ricevere in regalo del denaro era del tutto eccezionale. Di soldi non se ne vedevano molti in giro. La mancia non era d’uso, da queste parti.

Insaccati i doni, un saluto frettoloso e via! A proseguire il giro. Fino al calar del sole. Rientravamo a casa per la divisione del raccolto, con i sacchetti gonfi di quel ben di dio. Così ci pareva, in tempi di povertà generalizzata e privazioni diffuse.

Durante la guerra, ma anche negli anni immediatamente successivi, la consuetudine di andare per le case alla vigilia de Sos Sàntos[vii] era molto sentita. E puntualmente rispettata. Per i bambini, poi, era una festa. In una stagione in cui caramelle, gelati, pasticcini e cioccolato li si vedeva soltanto illustrati sui libri di scuola e sul “Corriere dei Piccoli”, poche càrigas (fichi secchi), qualche prunàlda (prugna secca), chìmbe mèndulas e tres nùghes (cinque mandorle e tre noci) erano quanto di meglio si potesse desiderare. Un lusso.

Il pellegrinaggio al cimitero, a piangere e a pregare sulle tombe dei cari, lo si compiva (lo si compie) soprattutto nel pomeriggio del 1. Novembre. Il custode (su becchinu) provvedeva per tempo a zappare i campi con le sepolture, eliminandone le erbacce e mettendo bene in evidenza i tumuli contrassegnati da croci di legno pitturate alla buona cun colòres sèrios[viii] (con smalto bianco quelle dedicate ai bambini in su quàdru ‘e sos pizzìnnos[ix]) e da quelle, allora non numerose, in marmo di Carrara con tanto di medaglioni in porcellana con le foto. Il camposanto, che nel resto dell’anno si presentava ricoperto da una rigogliosa vegetazione spontanea, già sul finire di Ottobre appariva pulito e ordinato, con sas caminèras,[x] allora sabbiose, diligentemente pettinate col rastrello.

I visitatori, in genere col volto atteggiato a mestizia, affollavano campi e viali per compiere il malinconico pellegrinaggio, spostandosi da una sepoltura all’altra, leggendone i nomi incisi su targhe marmoree e (dov’era possibile) quelli malamente trascritti con lapis copiativo su modeste croci di legno. Talvolta malferme perché corrose dall’umidità e dal tarlo.

I ragazzotti[xi], invece, facevano tutt’altro. Si divertivano a prendere di mira le coetanee con lanci sgraditi di mazzacàne, la bacca del cipresso. Un modo piuttosto rustico e grossolano per richiamare la loro attenzione. Di fatto, la cosa sortiva l’effetto contrario. Ciononostante, a noi maschietti piaceva insistere con quel gioco bislacco, per niente simpatico. E che, per giunta, non tornava neppure gradito alle destinatarie.

In paese non c'erano serre. E nemmeno fiorai. Per l’occasione ci si arrangiava cogliendo soprattutto fiori di campo. Erano in pochi ad avere il giardino in casa. Ecco perché il camposanto, più che di addobbi floreali, lo si disseminava di lumini di cera. Che, all'imbrunire, conferivano a quell'oasi di pace eterna un aspetto sinistro. Inquietante. Le fiammelle tremule, per chi come me era cresciuto col terrore dei fantasmi, altro non erano se non la metafora dei morti che, al calare delle tenebre, fuoriuscivano dai sepolcri per librarsi in aria. A compiere la rituale odissea notturna. Per volare chissà dove. E chissà perché. Nessuno me lo sapeva spiegare in modo convincente. Eppure io ci credevo lo stesso.

Ma il ricordo per me più angosciante resta legato alla vigilia del 2 Novembre. Si cenava per tradizione con un piatto di ciciònes (i tipici gnocchetti sardi). Fatti in casa, conditi con ragù di carne suina e formaggio pecorino prodotto da nonno Pulina. Nella circostanza, mia madre apparecchiava un coperto in più. Collocandovi accanto posate, bicchiere e tovagliolo. Eravamo in otto; ma al desco serale del 1. Novembre i posti a tavola erano solitamente nove. A cena finita, quel piatto in più non veniva sparecchiato; ma rimaneva al proprio posto. Ricolmo di ciciònes ben conditi. I defunti (i nostri, quelli di famiglia, assicurava mia madre) sarebbero venuti a farci visita più tardi e avrebbero cenato al nostro desco. Come quand’erano in vita. Lo avrebbero fatto a mezzanotte in punto. Così voleva la tradizione.

Andato a letto, tardavo a prendere sonno, atterrito dall’idea che un qualche fantasma potesse attraversare agilmente i muri di casa per sedersi a tavola. Magari passandomi accanto, fino a lambirmi la fronte con una carezza. Trattandosi di fantasmi di famiglia, ero più che sicuro che non mi avrebbero fatto alcun male. Perché mai? Eppure, standomene al buio e nel silenzio della notte, all’epoca pressoché assoluto, sussultavo al solo udire un qualche tramestio o un qualsiasi rumore proveniente dal cortile attiguo. Fino a quando il sonno, provvidenziale e profondo, s’incaricava di dare un calcio a ogni mia paura e inquietudine.

Manco a dirlo, il mattino seguente quel piatto di ciciònes era ancora lì. Intatto. Posate sempre lucide, tovagliolo ugualmente pulito e ben riposto. Nulla indicava che qualcuno vi avesse posto mano. I nostri morti non avevano gradito? O forse avevano preferito un’altra tavola meglio imbandita? Non capivo. Poco male. In ogni caso, insisteva nel rassicurarci mia madre, quel che contava era il pensiero. E poi la consuetudine andava rispettata. Immancabilmente.

Divenuto giovincello, ormai smaliziato e col permesso di rientrare a casa tardi, non sapevo resistere alla tentazione di far fuori quei ciciònes succulenti e saporiti destinati, chissà?, alle anime sante di nonni, bisnonni, zii e quant’altri della famiglia erano già passati a miglior vita. Con la complicità, qualche anno appresso, di mio fratello Tore. Che, nel frattempo, era cresciuto e aveva capito anche lui come stavano le cose.

E così l’alba del 2 Novembre continuava a rischiarare quel piatto solitario sul tavolo di cucina; ma ripulito a dovere del contenuto. Sapeva bene nostra madre quali "anime" avevano fatto fuori i suoi ciciònes saporiti. Ma non le importava gran che. Era dell'idea che, come per la preghiera, valeva soprattutto l'intenzione.

E lei l’intenzione ce la metteva tutta. Sempre.

Cfr. CARLO PATATU, Il paese che non c’è più, Grafiche EsseGi, Perfugas 2016, pagg. 269-281



[i] Per l’anima dei vostri morti.

[ii] Per il morto morto.

[iii] Papassine.

[iv] Gallette, biscotti fatti in casa.

[v] Dolcini fatti con pasta e sapa d’uva.

[vi] Un centesimo di lira.

[vii] Ognissanti.

[viii] Con colori discreti.

[ix] Un apposito campo dedicato ai bambini e che ora non c’è più.

[x] I viali che delimitavano i campi.

[xi] Sos pizzìnos puzònes, e cioè i monelli.

Ultimo aggiornamento Venerdì 30 Ottobre 2020 17:14
 

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