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La mia Scuola dell’Infanzia - Prima parte PDF Stampa E-mail
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Mercoledì 18 Novembre 2020 12:20

di Carlo Patatu

L

a nuova sede dell’asilo infantile, già fondato dal canonico Cristoforo Grixoni negli anni Venti del Novecento[1], fu inaugurata nel mese di Ottobre 1938. La gestione fu affidata a tre religiose provenienti da Gorizia: suor Maria Giuseppina Marucchi (la madre superiora), suor Paola Brecelli (l’insegnante) e suor Armela (la cuoca fac totum)[2].

Prive di mezzi e povere come noi, quelle donne pie vivevano con dignità la loro miseria, confidando più nel buon cuore della gente che nelle rette degli alunni. Che pure erano numerosi; mai inferiori alla sessantina, ma per lo più poveri in canna. Il canonico amministrava l’asilo con fare sparagnino e si mostrava più spesso sordo alle richieste delle suore, sempre pressanti e volte a migliorare l’accoglienza dei bambini piuttosto che a soddisfare le esigenze personali delle monache. Esigenze che venivano sempre in seconda battuta. Le religiose conducevano vita spartana, ma decorosa.

L’edificio che accoglieva l’asilo[3] aveva l’ingresso principale che si apriva sullo stradale (ora viale Brigata Sassari) e immetteva in un androne con tre gradini ampi e rivestiti di marmo bianco. Sulla destra, una grande aula per le attività didattiche, impreziosita da tre bei ritratti di benefattori[4], opere del celebre pittore Mario Paglietti[5] e che non si sa bene dove siano andate a finire. Sulla parte sinistra dell’androne si affacciavano la cappella e l’ufficio della madre superiora con una saletta attigua che ospitava la biblioteca; vi era pure una porta che introduceva a un corridoio che, adibito a spogliatoio e dotato di due file di attaccapanni, conduceva all’unico servizio igienico di quel piano.

Un servizio sui generis, consistente in un ripiano alto circa mezzo metro e ricoperto da una lastra di marmo bianco, con un foro circolare tappato da un coperchio di legno a incastro. Poiché quel pertugio comunicava direttamente col pozzo nero sottostante, lascio immaginare a chi legge la puzza che aleggiava in quella stanzetta. La finestra, per evitare pericoli ai bambini, restava forzatamente chiusa.

Per noi maschietti, fare pipì tenendoci a distanza di sicurezza e col naso più lontano possibile da quella sorgente generosa di ammoniaca, non era difficile: bastava dirigere con accortezza il getto, allora vigoroso, nella direzione giusta. Ma per le bambine la cosa era diversa. Per ragioni evidenti, esse dovevano operare standosene accosciate proprio sulla verticale del cratere di quella specie di vulcano. Il quale non cessava mai di eruttare miasmi, che lasciavano il segno. Infatti, chi entrava in quel bagno ne usciva sempre con gli occhi gonfi di lacrime. Potenza dell’ammoniaca!

Come nelle altre case del paese, di acqua corrente non ce n’era. Né per le pulizie, né per bere. A soddisfare la nostra sete provvedeva Giorgia Piras[6], la giovane che andava su e giù tutto il giorno fino a Funtana Noa[7] a prendere l’acqua. Che trasportava servendosi di un pentolone tenuto abilmente in equilibrio col tedile[8] poggiato sul capo. Tanta fatica (era anche cardiopatica) in cambio di poche lire al mese. Quanta acqua ebbe a trasportare per noi quella ragazza. Povera Giorgia!

Di quella scuola dell’infanzia fui alunno della prima ora. Non avevo ancora compiuto i tre anni previsti; ma vi fui accolto eccezionalmente perché, essendo l’unico in grado di esprimersi in italiano[9], facevo da interprete ai miei compagni. Che si esprimevano soltanto in sardo. Del quale le suore, almeno all’inizio, non capivano un’acca.

Suor Paola fu la mia prima maestra, poi sostituita da suor Salesia, che fu richiamata a Gorizia nel 1942; al suo posto giunse suor Gemma. Ma la maestra che segnò la mia esistenza (poi dirò il perché) fu la madre superiora, che noi bambini chiamavano affettuosamente suor Reverenda. In realtà, si chiamava Maria Giuseppina; ma siccome tutti (mia madre, le suore, il canonico, il parroco) le si rivolgevano chiamandola rispettosamente Reverenda, nel nostro immaginario di bambini si fece strada l’idea che quello fosse il suo vero nome di battesimo. Soltanto da adulto mi resi conto dell’abbaglio.

Si diceva che suor Reverenda vantasse dei quarti di nobiltà. Ma lei non ne parlava mai; pertanto nessuno sapeva alcunché di preciso sul suo casato e la sua famiglia. Era persona tanto distinta quanto autorevole e riservata. È un fatto che, fra la gente del paese, fosse irresistibile la curiosità di saperne di più; ma ci si doveva accontentare di quel poco che si sapeva. D’altra parte, chi mai avrebbe osato porle domande indiscrete? Quella monaca incuteva soggezione e meritava rispetto. Sia da parte nostra che delle consorelle.

Esprimendosi con voce vellutata, parlava correntemente l’italiano e il tedesco. Diversamente da suor Gemma, non imparò mai il sardo. Suonava con maestria il violino e il pianoforte. E poiché di pianoforte all’asilo non ce n’era, essa si accontentava dell’armonium a pedali che, collocato nell’aula su di una predella di legno, era ricoperto da un drappo di velluto rosso. Col busto eretto e lo sguardo rivolto allo spartito, la superiora ne scorreva agilmente la tastiera bianca e nera con le mani affusolate. Noi ascoltavamo rapiti.

Insegnava canto e dava lezioni sia di armonium che di violino; ma solo a chi aveva la pazienza e la costanza di eseguire per ore e ore gli esercizi (piuttosto noiosi) che essa assegnava, accompagnandoli con un sorriso sempre disarmante. Era paziente e severa. Esigente anche; e molto. Ricordo che ci rimproverava di continuo. “Voi sardi, diceva, pronunciate la o che sembra una u”. Pertanto, al fine di correggere quella nostra inclinazione naturale, raccomandava di emettere la vocale incriminata tenendo la bocca aperta a cerchio, quanto bastava per infilarci l’indice e il medio appaiati. Con nostra grande soddisfazione, preso atto dell’impegno profuso nei vocalizzi, un bel giorno disse tutta contenta che eravamo stati bravi e che avevamo corretto (finalmente) quello che lei riteneva un errore di pronuncia. Non grave, per la verità.

1 - continua

Cfr. CARLO PATATU, Scuola Chiesa e Fantasmi, ed. Gallizzi, Sassari 2007, pagg. 37-40.



[1] Cfr. Don Christovulu, pagina 93.

[2] Cfr. CRISTINA URGIAS, L’educazione cattolica dell’infanzia a Chiaramonti 1921-1970, ed. Associazione culturale Alcide De Gasperi, Sassari 2004.

[3] Successivamente vi fu allogata la scuola materna statale; ora ospita la sala del consiglio comunale, un centro di aggregazione, l’ufficio dei servizi sociali e l’informagiovani.

[4] Nicolò Ferralis (1853-1927), sua moglie Andreuccia Madau, scomparsa a 82 anni e Battistina Obino Ferralis (1870-1903).

[5] Il pittore Mario Paglietti nacque a Porto Torres il 18.03.1865 e vi morì nel Giugno 1943.

[6] Giorgia Piras (1925-1948).

[7] Alla lettera, fonte nuova, che distava dall’asilo alcune centinaia di metri.

[8] Il cèrcine, una sorta di piccolo salvagente di forma circolare, realizzato con tela imbottita di stracci a mo’ di salame e che si poneva tra la pentola e il capo.

[9] Grazie a una mia zia materna, Pia Dal Col Pulina (1908-2005), che fu ostetrica condotta a Chiaramonti negli anni Trenta; proveniva da Digoman, una frazione del Comune di Voltago, in provincia di Belluno. Fu per me come una seconda mamma e m’insegnò a parlare l’italiano; essa capiva bene il sardo ma lo parlava appena, storpiandolo.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 18 Novembre 2020 12:28
 

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