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La mia scuola dell’infanzia - 3a e ultima parte PDF Stampa E-mail
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Lunedì 23 Novembre 2020 23:43

di Carlo Patatu

C

ompiuti i sei anni, feci il mio ingresso nella scuola elementare. Ma questa nuova esperienza, da me sognata a lungo, s’interruppe presto; dopo qualche giorno appena.

Tifo e malaria mi colsero congiuntamente, costringendomi a una degenza che si protrasse fino alle vacanze natalizie. Con grande apprensione dei miei genitori che, così mi raccontarono in seguito, furono sul punto di non credere più nella guarigione.

Invece montagne di chinino e alcune centinaia d’iniezioni produssero il miracolo. L’olio di fegato di merluzzo, ingurgitato forzatamente e controvoglia mattina e sera (una vera schifezza), fece il resto. In breve, a Gennaio ero guarito; pronto a riprendere il mio posto sul banco scolastico rimasto vuoto per quasi tre mesi. Ma la delusione fu cocente quando, presentatomi a scuola accompagnato da mia madre, la maestra disse, senza vergognarsene, che per quell’anno non c’era niente da fare. Il resto della classe era ormai avanti nel programma. Tutti gli alunni avevano già imparato a leggere e scrivere.

Arrivederci all’anno prossimo, dunque.

Mia madre, sebbene contrariata, non riuscì a replicare come avrebbe voluto e dovuto. Si limitò a riportarmi all’asilo, dove chiese a suor Reverenda la cortesia di riaccogliermi, anche se fuori età. Non voleva che me ne stessi in giro a bighellonare e a far nulla, in attesa del nuovo anno scolastico. Quella suora, che aveva per i bambini tanta sensibilità quanta ne mancava alla maestra che mi aveva chiuso la porta in faccia, rispose subito di sì. Ma non solo. Rasserenò mia madre e me dicendo che avrebbe provveduto lei stessa a insegnarmi a leggere, scrivere e far di conto. Insomma a prepararmi per sostenere, da privatista, l’esame di ammissione alla seconda.

Fu così che non perdetti l’anno.

Chiuso per tre ore al giorno nell’ufficio della superiora, incominciai col fare le aste, come usava allora; poi passai a compitare, leggere, ripetere, scrivere e contare. Ma quella maestra straordinaria fece di più. Contestualmente, m’insegnò a leggere le note sul pentagramma e a trasferirne il valore sulla tastiera dell’armonium. Sia in chiave di violino che di basso. In breve, non soltanto superai facilmente l’esame per il passaggio in seconda; ma imparai anche a eseguire qualche brano musicale. Di quelli facili facili. E non senza difficoltà, dovendo, a un tempo, leggere lo spartito, premere il tasto giusto dello strumento e agire sui pedali per dare fiato all’armonium. Provai sensazioni meravigliose. Delle quali mi sento ancora in debito nei confronti di quella donna stupenda; le cui mani, agili ed eleganti, d’inverno erano sempre protette da mezzi guanti di lana nera; di quelli che lasciano libere le sole dita. Suor Reverenda soffriva di geloni e doveva riguardarsi.

Una mattina di Giugno, mentre lei e io eravamo impegnati nella correzione di un lavoro da me svolto a casa, udimmo provenire dalla strada un certo trambusto, un vociare concitato e confuso in una lingua che non mi suonava familiare. Prontamente ci affacciammo alla finestra e vedemmo due carri armati enormi, bloccati proprio davanti al portone dell’asilo. Tutt’intorno, un gruppo di militari accaldati che tentavano di comunicare qualcosa a una donna che abitava nella casa di fronte. Quei giovanotti si esprimevano con modi spicci e toni per nulla cortesi (così mi parve all’impronta).

La suora si rese conto subito che erano tedeschi. Ma l’altra donna, poverina, non capiva e non sapeva a che santo votarsi: aveva la paura dipinta in volto. Per di più, quei soldati erano armati fino ai denti, il che di certo non poteva indurre all’ottimismo e al buonumore. La suora, che aveva colto al volo il senso esatto della situazione, si rivolse a quegli uomini nella loro lingua. Ai militari s’illuminò il volto. Le risposero con garbo, dicendole che avevano sete e che desideravano avere un po’ d’acqua da bere, prima di riprendere la strada per Santa Teresa di Gallura, dove si sarebbero imbarcati per la Corsica. Suor Reverenda rasserenò la donna, ormai terrorizzata, e la invitò a dare da bere a quegli assetati. Cosa che fece lestamente anch’essa, dando fondo alle riserve faticosamente accumulate dalla nostra Giorgia. I soldati bevettero con avidità, riempirono le borracce e, prima di andarsene, lasciarono un po’ di gallette e del cioccolato. In segno di gratitudine.

Cara la mia suor Reverenda! Partì da Chiaramonti nel 1947 insieme alle consorelle, richiamate a Gorizia dalla casa madre. Tornò in paese, con suor Gemma e suor Carmela, un anno dopo. Per votare alle elezioni politiche. Tutte e tre risultavano iscritte ancora nelle liste elettorali di questo comune.

La gente, che aveva pianto alla loro partenza, le riaccolse con manifestazioni di gioia, durante quel breve soggiorno chiaramontese. Il paese aveva apprezzato molto la loro opera. Che, naturalmente, aveva prodotto nella nostra comunità ricadute di segno positivo. Con noi bambini erano state severe; forse più del dovuto, in qualche occasione. Ma, a pareggiare i conti, sull’altro piatto della bilancia stavano l’amore immenso e la disponibilità infinita che esse profusero a piene mani nei confronti dei bambini e delle rispettive famiglie. Su quel piatto della bilancia c’era pure la loro gratitudine, che espressero sempre con generosità e in modo palese per le poche cose che ricevevano da noi. E che, con umiltà e sapienza, facevano apparire quanto fossero preziose e gradite, quelle poche cose.

3 - fine

Cfr. CARLO PATATU, Scuola Chiesa e Fantasmi, ed. Gallizzi, Sassari 2007, pagg. 37-44.

Ultimo aggiornamento Lunedì 23 Novembre 2020 23:57
 

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