Home » Cronache del passato » Andamus a iscultare - 1a parte

Immagini del paese

Chiaramonti panorama 5.JPG

Statistiche

Tot. visite contenuti : 9509534

Notizie del giorno

 
Andamus a iscultare - 1a parte PDF Stampa E-mail
Valutazione attuale: / 2
ScarsoOttimo 
Mercoledì 02 Dicembre 2020 18:27

Non c’erano ancora le intercettazioni telefoniche; ma qui ci si spiava ugualmente. Con un metodo primitivo ma efficace. Che consentiva di acquisire informazioni, soddisfare e, all’occorrenza, affidarsi addirittura alla cabala.

di Carlo Patatu

A

jò coma', andàmus a iscultàre [1]. L'invito, per quanto strambo possa apparire al giorno d’oggi, era invece d'uso comune ai tempi della mia infanzia. In genere erano le donne a proporlo.

Ma c’è da dire che nemmeno gli uomini disdegnavano di praticare quella consuetudine; ma guardandosi bene dall’ammetterlo in pubblico. Avevano più d’una ragione di vergognarsene, essendo tale usanza considerata da tutti “roba ‘e feminas[ii]. Un vezzo marcatamente femminile. L’uomo stava (doveva stare) un gradino più in alto. La stagione delle pari opportunità era ancora di là da venire.

Ecco perché, calate le tenebre, gruppuscoli di due o tre persone si aggiravano furtivi per i vicoli del centro storico. Quelle ombre si muovevano guardinghe, con fare circospetto e passo felpato, pronte a sostare, in silenzio e a orìja paràda[iii], nei pressi d’una finestra o d’un portone. A origliare. Il buio, che regnava pressoché assoluto nei carruggi e negli angoli riposti dell’abitato, favoriva il procedere circospetto di quelle specie di fantasmi, che si materializzavano ora qua ora là; per poi spostarsi, lesti ma con movenze sempre ovattate, da un uscio all’altro. Da una finestra all’altra delle case circostanti. Ovviamente se con affaccio dal piano terra.

Siffatta abitudine, che ora pare strampalata anche a me che l’ho vissuta, in passato era molto diffusa. Nessuno se ne meravigliava. Né la considerava sconveniente. Faceva parte delle consuetudini locali; e pertanto della normalità. Un calendario non scritto, ma a tutti noto, ne collocava lo svolgimento nelle serate dei primi tre giorni di Dicembre (su mèse 'e Nadàle[iv]). Subito dopo cena. Il buio delle strade ormai deserte, appena interrotto qua e là da rari coni luminosi prodotti dalla luce avara e tremula dei lampioni dell'illuminazione pubblica, assicurava riservatezza e anonimato a chi non sapeva resistere alla smania irrefrenabile di ficcare il naso, o meglio le orecchie, in casa d'altri.

Le donne, giovani o anziane che fossero, s’infagottavano in uno scialle di lana. Che nascondeva provvidenzialmente volto e forme di quelle pettegole impiccione. Quanto agli uomini, "su cappottìnu de furèsi cun su cugùddu”, il classico giaccone nero di orbace col cappuccio calato sulla fronte, li difendeva con efficacia da una possibile quanto improbabile identificazione. Era essenziale non farsi riconoscere dai rari passanti che, sia pure eccezionalmente, poteva accadere d'incrociare dopo l'imbrunire. A quell’ora la gente, per lo più, se ne stava rintanata in casa. Godendosi il tepore del focolare e al sicuro fra le mura domestiche, con l’uscio chiuso a doppia mandata, i chiavistelli bloccati a dovere e, dove c’era, la stanga robusta messa di traverso al portone. A quel tempo, specie durante la brutta stagione non era igienicosalutare andarsene in giro nelle ore notturne. E non soltanto per il freddo. Le occasioni d'incorrere in brutti incontri o di assistere casualmente a qualche fattaccio non erano infrequenti. Pertanto, le si doveva mettere nel conto. Meglio evitarle, se possibile.

Poiché la radio rappresentava un bene ancora inaccessibile ai più e della televisione non si conosceva nemmeno il nome, le lunghe e noiose serate invernali le si trascorreva in famiglia. Al caldo e in santa pace. Seduti accanto al camino scoppiettante o in cerchio attorno al braciere. Un paio di nostre vicine, anziane e sole, dopo cena venivano di frequente a passare qualche ora in nostra compagnia. In attesa che il sonno tentatore prendesse il sopravvento.

D'inverno era d’uso cenare presto; ci sedevamo a tavola che era ancora giorno. Pertanto, di tempo da dedicare al dopo cena non ne mancava. Anzi, talvolta ce n'era pure troppo. Il passatempo preferito consisteva nello stare insieme. A raccontare e a raccontarsi. Talvolta, specie quando mancava la luce elettrica per via di un temporale, si giocava a tombola. A lume di candela era più facile combinare qualche imbroglio. Anche se la posta era sempre molto, molto modesta. Le puntate erano mucchietti di fave, lenticchie o fagioli. Le nostre fiches[v]. I numeri già estratti li coprivamo sul tabellone con pezzettini di carta, che uno starnuto provvidenziale, emesso al momento opportuno, mandava all’aria in men che non si dicesse. Col conseguente spegnimento della fiammella esile della candela stearica. Ciò accadeva immancabilmente quando ci rendevamo conto che nonno Pulina, pur non essendo esperto, era sul punto di fare tombola. Lui, che era un furbacchione di vecchia scuola, si rendeva conto subito delle nostre magagne, innocenti ma non troppo. Eppure stava ugualmente al gioco, facendo finta di niente. Quel caro e indimenticabile vecchio, più che dalla vincita eventuale, si sentiva ripagato dalla gioia che leggeva sul volto dei nipoti impertinenti e presuntuosi, che credevano (ah! l’ingenuità) di avergliela data a bere. Senza contare che era sempre lui a finanziare le nostre poste. Quindi si riprendeva da capo.

1 – continua.

 

Cfr.: CARLO PATATU, Il paese che non c'è più, ed. Grafiche Essegi, Perfugas 2016, pagg. 143-153



[i] Orsù, comare, andiamo a origliare!

[ii] Cose da donne.

[iii] Con le orecchie tese.

[iv] Il mese di Natale.

[v] Gettoni.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 02 Dicembre 2020 18:43
 

Aggiungi un commento

Il tuo nome:
Indirizzo email:
Titolo:
Commento (è consentito l'uso di codice HTML):