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1943: i militari a Chiaramonti – 1a parte PDF Stampa E-mail
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Giovedì 10 Dicembre 2020 13:35

Accantonati nello stabile malridotto di Cunventu e in altre abitazioni, un centinaio di soldati e un plotone di Carabinieri trascorsero in paese alcuni mesi, in pace e armonia con la comunità locale. Nella circostanza perse la vita per un incidente un giovane ufficiale dell’Arma

di Carlo Patatu

L

a guerra, da queste parti, si era materializzata nel 1943, con la presenza di qualche centinaio di soldati (forse una compagnia) e di un plotone di carabinieri. Erano appena rientrati dalla Corsica e, in attesa che si chiarisse la situazione venutasi a creare dopo l’otto Settembre, avevano ricevuto l’ordine di acquartierarsi a Chiaramonti.

Si erano accantonati a Cunventu[1], a San Giovanni[2] e presso alcune abitazioni private. La sala mensa fu allestita nella chiesa del Rosario, con la sagrestia a servire da dispensa. Quattro soldati cuochi preparavano il rancio in un magazzino poco distante, utilizzando vecchie cucine da campo alimentate a legna. Il menù, a sentire gli interessati, era molto povero e poco vario.

Oltre agli immancabili rigatoni al sugo (conditi con appena una spolveratina di formaggio), ricorreva di frequente una specie di brodaglia di dado e verdure, accompagnata da gallette stantie e, di tanto in tanto, da un po’ di carne in scatola dal sapore non proprio gradevole. Per il resto, quei baldi giovani integravano la dieta governativa razzolando qua e là per le campagne e confidando nel buon cuore della popolazione. Che non mancò di fornire una prova concreta dell’ospitalità tradizionale. Come in altre circostanze.

All’epoca, i miei genitori avevano preso in affitto l’appartamento della signorina Vittorina Falchi[3], insegnante di chimica al liceo classico di Cagliari, dove si era trasferita stabilmente. Il lungo corridoio di casa mia si apriva da un lato sulla via Lamarmora e dall’altro su un cortile interno molto spazioso. Da qui si accedeva a una stalla, che chiamavamo garagiu[4] e che aveva pure un altro ingresso dalla via Rosario. Proprio di fronte alla chiesa che, come ho già detto, fu adibita a mensa militare.

Data la sua ubicazione, quella stalla ci fu requisita dal podestà e utilizzata come alloggio per i cuochi. Quattro brande sgangherate con altrettanti pagliericci ricoperti da un paio di coltri lise, alcune mensole, qualche sgabello e gli zaini personali costituivano l’arredo minimo che aveva consentito al comandante della guarnigione di elevare quella stalla al rango di camerata. Della destinazione originaria, quel locale disadorno continuava a conservare le ragnatele, un fascio di canne secche e l’incancellabile lezzo del nostro maiale di allevamento, sloggiato d’imperio e trasferito frettolosamente altrove.

Dei soldati cuochi ricordo soprattutto Caramella e Barbetta (nomignolo affibbiatogli dai compagni per via del pizzo). Tutti e quattro erano allegri, sempre disponibili a fare amicizia. In quei ragazzoni mia madre vedeva riflessa l’immagine di suo fratello Giommaria[5], giovane carabiniere spedito in guerra sul fronte russo. Non tornò più a casa quello zio: per ironia della sorte, fu ucciso dagli ex alleati tedeschi. In Italia e un paio di mesi prima che cessassero le ostilità.

Mia madre non si stancava mai di chiedere a quei militari se avessero bisogno di qualcosa. E Dio solo sa quante ne mancassero di cose a quei giovani soldati, stanti la precarietà della loro condizione e la sofferta lontananza dalle rispettive famiglie. Stettero da noi per qualche tempo e si adoperarono per mostrare riconoscenza nei nostri confronti. In qualche modo, noi riuscivamo a manifestare a quei militari un po’ del calore domestico che le circostanze gli avevano fatto venire meno. Sottraendo qualcosa dalle loro razioni giornaliere (peraltro modeste), essi ci mettevano da parte un po’ di gallette rinsecchite e dal sapore stantio; ma che divoravamo ugualmente con gusto e avidità. Avevano il fascino della novità.

, che da borghese faceva il sarto, si offrì di confezionare per me l’abito bianco per la prima comunione. Riuscì bene nell’intento riciclando con maestria una divisa da marinaio che mio padre, allora richiamato alle armi alla Maddalena, si era procurato in qualche modo ed era riuscito a portare fortunosamente a casa. Come fosse un cimelio. E così, nel Giugno 1944, insieme a mia sorella Ida, mi presentai in chiesa alla cerimonia in giacchetta, pantaloni lunghi (i primi della mia vita) e scarpe da tennis. Tutto in bianco; una vera sciccheria. Onore al merito di quel soldato geniale, di cui perdemmo per sempre ogni traccia, dopo la sua partenza.

Quando quei giovani militari dovettero smobilitare perché trasferiti altrove, ci salutarono con affetto e commozione. Ormai facevano parte della nostra famiglia. Prima di partire, ci regalarono alcune scatolette di carne e di marmellata. Non perché ne avessimo bisogno, ebbero a sottolineare con garbo; ma perché intendevano manifestarci la loro gratitudine con un segno tangibile. Con noi, dissero, si erano trovati come a casa loro. Dopo che ci ebbero abbracciati con calore e non senza mostrare una punta di rossore in viso, si lasciarono andare a una confessione, fatta a mezza voce e con molto imbarazzo: le tre galline che avevano disertato il pollaio (mancavano all’appello da qualche settimana) e che mia madre continuava a cercare inutilmente e con affanno per tutto il vicinato, se l’erano mangiate loro. Per festeggiare un compleanno. Ammisero di provare vergogna per quel gesto poco onorevole; ma così erano andate le cose. Una risata fragorosa e collettiva fu la risposta a quella confessione straordinaria e inaspettata. Un altro abbraccio e tutto finì lì.

In paese, la presenza dei soldati aveva galvanizzato sas bajanas, e cioè le signorine. Si davano tutte un gran da fare per ben figurare in presenza dei giovani forestieri, che parlavano con accenti strani e per noi inconsueti. Più che un esercito di soldati, quei militari apparivano ai loro occhi come una legione di principi azzurri. Per il disbrigo delle commissioni ordinarie, esse uscivano di casa solo dopo essersi agghindate e pettinate a dovere, i capelli raccolti in crocchia o disciolti sulle spalle; ma anche annodati in trecce lunghissime che, scendendo a cascata sulle spalle, andavano poi a sfiorare i seni turgidi e invitanti. Alcune ragazze ebbero con le divise delle storie che si conclusero felicemente sull’altare; per altre, quelle storie s’interruppero con la smobilitazione. Le protagoniste sfortunate versarono lacrime amare per qualche tempo; poi si rassegnarono. Come accadeva un po’ dovunque, del resto.

Agli ufficiali si guardava con interesse e attenzione particolari. Specie se scapoli. Il fascino esercitato dai galloni era irresistibile, allora. Essendo dei privilegiati, costoro trovarono ospitalità presso famiglie benestanti, che disponevano di case spaziose e con qualche stanza in più del necessario. Ricordo la bella figura del tenente medico De Paoli, sempre disponibile a curare anche i civili. Gratuitamente, s’intende. A riprova di ciò, posso dire di comare Agnesina Migaleddu[6], cara compagna di scuola e di giochi, che si procurò la frattura del setto nasale cadendo rovinosamente mentre giocava nel cortile di casa nostra. Ebbene, fu proprio quel tenente medico a soccorrerla e curarla in maniera adeguata. Pur coi poveri mezzi di cui disponeva quel dottore gentiluomo.

1 - continua


Cfr.: CARLO PATATU, Scuola Chiesa e Fantasmi, ed. Gallizzi, Sassari 2007, pagg. 139-147



[1] Il vecchio convento dei carmelitani, edificato intorno al 1600. All’epoca versava già in uno stato di semi abbandono. Fu abbattuto dall’amministrazione comunale negli anni Sessanta del Novecento, con un provvedimento sicuramente non meditato a sufficienza. Al suo posto, è stato realizzato un piazzale squallido a servire da parcheggio in occasione dei funerali e delle partite di calcio. Della struttura originaria resta soltanto la chiesa, dedicata alla Madonna del Carmelo e restaurata di recente. Accanto alla chiesa, negli anni Ottanta dell’Ottocento, il Comune costruì il nuovo cimitero, attesa l’inadeguatezza di quello antico (zimidoriu) già in funzione accanto alla vecchia parrocchiale di San Matteo, di cui restano ancora i ruderi a Su monte ‘e cheja.

[2] Altra chiesa campestre che, a seguito dell’espansione urbanistica avviatasi dopo la fine della seconda guerra mondiale, fu interclusa nel centro abitato; diede il nome al quartiere di cui fa parte e nel quale sorge la casa comunale.

[3] Nata a Chiaramonti nell’anno 1898, morì a Sassari nel 1973; riposa nel nostro cimitero.

[4] Sardizzazione della parola francese garage.

[5] Giovanni Maria Pulina (1909-1945).

[6] Ora vive a Milano.

Ultimo aggiornamento Giovedì 10 Dicembre 2020 14:03
 

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