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1943: i militari a Chiaramonti – 2a e ultima parte PDF Stampa E-mail
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Lunedì 14 Dicembre 2020 11:26
Accantonati nello stabile malridotto di Cunventu e in altre abitazioni, un centinaio di soldati e un plotone di Carabinieri trascorsero in paese alcuni mesi, in pace e armonia con la comunità locale. Nella circostanza perse la vita per un incidente un giovane ufficiale dell’Arma

di Carlo Patatu

M

a l’idolo principe delle signorinette era un tenente dei carabinieri. Si chiamava Renato Mercorio, napoletano di venticinque anni, occhi azzurri, capelli biondi e ricciuti.

Sebbene il giovane ufficiale non ne avesse fatto cenno ad alcuno, più tardi si seppe che apparteneva a una famiglia molto in vista nella sua città. Il padre Gianbattista era un famoso avvocato cassazionista; la madre, nobildonna Francesca Palladino, era figlia del senatore del Regno Giovanni Palladino, illustre scienziato fisiologo e rettore dell’Università di Napoli.

Durante il suo soggiorno a Chiaramonti, il tenente indossava e portava sempre con eleganza la sua divisa prestigiosa dagli alamari d’argento e le doppie bande rosse ai pantaloni, a significare che era carabiniere a cavallo. Col suo incedere solenne e distinto, si faceva vedere in giro accompagnato usualmente da un sottufficiale. Non mancava di rivolgere sguardi maliziosi e frasi galanti alle ragazze che gli capitava d’incrociare. Per contro, queste se lo mangiavano con gli occhi. Non parlavano d’altro, fra di loro. Il tenente di qua, il tenente di là. Lui, naturalmente, stava al gioco. Gli piaceva essere al centro dell’attenzione e non faceva nulla per nasconderlo. Appena le esigenze del servizio glielo consentivano, lasciava la caserma e si concedeva agli sguardi dolci e sognanti delle giovinette. Con alcune delle quali aveva fatto conoscenza, se proprio non aveva stretto amicizia o altro.

A completare il quadro, c’è da dire che il tenente Mercorio era ancor più ammirato (ma questa volta anche dagli uomini) quando faceva le sue sortite a cavallo. La stazione carabinieri aveva in dotazione una mezza dozzina di cavalcature. Ottime bestie dal pelo sempre lucido, pronte a scattare quanto lo erano nel rispondere docili ai richiami del cavaliere; scalpitavano per le strade con passo da parata e con gli zoccoli ferrati che spandevano scintille picchiando sul selciato. I finimenti erano neri e lucidi, con borchie e staffe che brillavano al sole. Le selle monumentali avevano sui lati due borse capaci, rivestite di pelle di montone di colore scuro. Da una di queste spuntava il calcio del moschetto, infilato con la canna rivolta verso il basso.

I carabinieri a cavallo, tutti di alta scuola, montavano in arcione con eleganza straordinaria: il busto eretto, le briglie nella mano destra tenute salde all’altezza del torace e il berretto assicurato dal soggolo stretto sotto il mento. Lo sguardo fisso innanzi a sé, quei militari passavano per la strada senza guardare la gente. Sembravano appartenere a un altro pianeta. Per noi bambini il passaggio dei carabinieri a cavallo rappresentava un pericolo da cui guardarsi. Per via delle bestie, facili a imbizzarrirsi. Al contrario, le ragazze non finivano mai di manifestare ammirazione e stupore per il portamento dei cavalieri e per la fierezza dei cavalli. Ma di più per quelli che per questi. Ebbene, il tenente Mercorio, proprio perché ufficiale e di bell’aspetto, vantava una marcia in più nei confronti degli altri carabinieri. A cavallo o a piedi che fossero.

Delle sei cavalcature in forza alla nostra caserma, ce n’era una particolarmente bizzarra. Di quelle difficili da montare e da governare. Si diceva che ci fossero soltanto uno o due carabinieri capaci di ridurre alla ragione quel destriero gagliardo e bizzoso. Erano stati in molti a tentare di montargli in arcione; ma i più si erano arresi e avevano desistito. D’altra parte, non era nemmeno ipotizzabile che un carabiniere a cavallo potesse esporsi al rischio di essere disarcionato in pubblico. Ne andava di mezzo la reputazione. Personale e dell’Arma.

Ma il tenente Mercorio era fatto di un’altra pasta. Non poteva (non doveva) permettersi di fallire laddove un suo subordinato aveva avuto successo. Ecco perché un giorno prese la decisione di uscire di pattuglia montando proprio quel cavallo bizzarro. Il comandante della stazione[1], persona a modo e con una certa esperienza in materia, prese il coraggio a due mani e sommessamente si permise di raccomandargli prudenza. Meglio lasciar correre; quel cavallo non faceva per lui.

Ma il tenente non gli diede ascolto. Si diresse verso la stalla e diede mano a sella e finimenti; quindi uscì nel cortile e montò agile in arcione. Appena infilati i piedi nelle staffe, diede di sprone con autorevolezza. Il cavallo reagì d’istinto e s’impennò. Un richiamo deciso e la cavalcatura rimise le zampe anteriori a terra; ma continuava a scalpitare, sbavando e tenendo il muso basso, inclinato verso il petto robusto. Pareva imbronciato. Forse aveva avvertito che quel cavaliere era uomo di carattere e meritava rispetto. Altri due carabinieri montarono in sella e gli si affiancarono.

Composta la pattuglia, il tenente diede la voce al piantone, che aprì lesto il grande cancello di ferro e via sulla strada. I cavalli uscirono scalpitando come al solito e si avviarono verso Littu[2], diretti a Codinas[3]. Erano all’incirca le tre di un pomeriggio autunnale. Dopo pochi minuti, i militari confluirono allineati nello stradale che porta a Ozieri. Superata la curva su cui ora si affaccia l’autorimessa del Comune, la pattuglia proseguì con passo spedito, già in vista dei pini del dottor Grixoni[4]. Sulla destra, un boschetto di querce annose dai tronchi rivestiti di muschio perché perennemente in ombra; sulla sinistra la scarpata ripida di Frassos che si apre a Puttugonzu[5], per poi allargarsi in una più ampia vallata fino a Perfugas. A delimitare la strada sotto il boschetto, una cunetta sovrastata da un muro di contenimento; a sinistra un muraglione col parapetto robusto sormontato da conci di trachite scura.

La pattuglia si trovava proprio in quel punto, quando l’approssimarsi di un cavallo condotto da un pastore fece imbizzarrire i quadrupedi dei tre carabinieri. Quello montato dal tenente s’impennò di scatto, disarcionando subito il cavaliere. Che cadde a terra rovinosamente, andando a sbattere con la testa sul muraglione. Si rialzò subito il tenente e, per prima cosa, si levò la giubba per scuoterla dalla polvere. Poi rimontò in sella e rientrò in caserma. Qui ricevette le prime cure dal medico militare De Paoli, accorso d’urgenza.

A prima vista, la situazione non si presentava grave. Non furono rilevate ferite; né l’ufficiale lamentava fratture o altro. Tant’è che si rasserenò presto e riprese a conversare amabilmente coi presenti. Ai quali propose addirittura di giocare a carte. Tutto pareva essersi risolto nel migliore dei modi. Ma non era così. Qualche ora dopo, il tenente Renato Mercorio si accasciò d’improvviso e spirò. Mancava poco alle ventidue di Martedì 19 Ottobre 1943.

E dire che, appena qualche settimana avanti, quel giovane era sopravvissuto fortunosamente a un violento attacco aereo nemico, sferrato sulle Bocche di Bonifacio contro la nave che, dalla Corsica, lo riportava in patria con altri militari. In tempi di ansie e di paure per le bombe, per le cannonate e per i proiettili vaganti, a quel ragazzo toccò in sorte di andarsene all’altro mondo per via di un incidente banale. Lontano dal fronte e da casa.

La notizia della sua morte fece il giro del paese in un baleno. Furono in molti a radunarsi in piazza di chiesa e davanti alla caserma dei carabinieri. Una moltitudine di persone angosciate, impazienti di conoscere ogni particolare di quella che la popolazione viveva come una tragedia corale. Su Tenente[6] aveva perso la vita in circostanze e con modalità che la ragione collettiva si rifiutava di accettare. Per di più, nell’ora estrema, quel ragazzo non aveva avuto nemmeno il conforto dei familiari. Che vivevano a Napoli.

I funerali furono celebrati in forma solenne. Come si conveniva al grado e alla giovane età di quel carabiniere. La messa fu officiata in parrocchia dal cappellano militare, assistito da due soldati. Facevano da corona al feretro, allineati in prima fila, una schiera di ufficiali, fra i quali ne spiccava uno di grado elevato e col monocolo; forse era un generale. Costui salì i gradini del presbiterio a conclusione della messa, per commemorare quel ragazzo sfortunato.

Ricordo che, ascoltando il suo discorso, pronunciato con parole forti e accento commosso, i fedeli che affollavano la chiesa erano in lacrime. Piangevano tutti, civili e militari. Anche i carabinieri impettiti del picchetto d’onore. La salma del tenente fu accompagnata da una folla strabocchevole al cimitero di Cunventu, dove riposò per qualche anno. La signora Adelaide Casu Solinas[7] si era offerta di dare ospitalità a quel giovane carabiniere nella tomba di famiglia, fino a quando i suoi genitori non avessero deciso di riportarlo a casa. Il che avvenne qualche tempo dopo, a guerra finita.

Una mano pietosa, armata di scalpello, provvide a incidere una croce sul muraglione de Sa pala brutta[8], a indicare il punto esatto in cui l’ufficiale Mercorio era rimasto vittima dell’incidente fatale. Accanto a quella croce, per tanti anni non mancarono i fiori, che mani ignote deponevano per onorare la memoria di un ragazzo bello e sventurato. E non mancarono nemmeno le preghiere, che ogni passante recitava immancabilmente, giunto in quei pressi.

Molti anni più tardi[9], l’Anas provvide ad asfaltare lo stradale e ne allargò la carreggiata. Il vecchio muraglione fu demolito e rimpiazzato da una ringhiera di ferro robusta e brutta, dipinta a strisce bianche e nere. Sostituita a sua volta, negli anni Ottanta, da un altro parapetto ancora più brutto. E così scomparve per sempre la croce che ricordava la tragica fine del giovane tenente Renato Mercorio. Il cui ricordo, a dispetto degli anni passati, continua a restare vivo nella memoria dei chiaramontesi della mia generazione. E, mi auguro, anche di quelle future.

3 - Fine

Cfr.: CARLO PATATU, Scuola Chiesa e Fantasmi, ed. Gallizzi, Sassari 2007, pagg. 139-147



[1] Il brigadiere Angelo Bignami (John per gli amici), che a Chiaramonti si era fidanzato con l’ostetrica condotta Clelia Losetti, originaria di Gorizia.

[2] Oggi via Eleonora d’Arborea.

[3] Più noto come La Croce, a quel tempo era aperta campagna.

[4] Cfr. Don Christòvulu, pagina 93.

[5] Frassos e Puttugonzu, toponimi di frutteti e orti posti a Nord dell’abitato.

[6] Il Tenente; così era conosciuto in paese.

[7] (1904-1988).

[8] Cfr. Su Mastru, pagina 79.

[9] Nei primi anni Sessanta del Novecento.

Ultimo aggiornamento Lunedì 14 Dicembre 2020 12:17
 

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