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Su Duttore - 1a parte PDF Stampa E-mail
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Lunedì 21 Dicembre 2020 00:00

La figura del medico condotto non esiste più, bandita dalla riforma del 1978, che ha modificato i rapporti tra medico di base e pazienti. È quasi scomparso quel rapporto umano che giovava al malato più del farmaco

di Carlo Patatu

P

er noi Su Duttòre[i] è da sempre il medico di famiglia. Il professionista che, per vicissitudini tristi o liete, entra nelle nostre case. In tutte, prima o poi. Nessuna esclusa. E delle quali finisce col conoscere gli angoli più riposti.

Come pure viene messo a parte dei nostri malesseri. Del fisico e dello spirito. Visibili e no. Delle nostre fisime e finanche delle nostre miserie. Confidente e confessore a un tempo. In breve, è un personaggio di rilievo. Che, da queste parti e non di rado, assurgeva al ruolo di figura carismatica. Conquistando così un prestigio difficilmente riscontrabile in altre autorità o figure professionali.

Prima che la riforma sanitaria del 1978 lo abolisse, nei piccoli centri come questo Su Duttòre era il medico condotto. Che, pur essendo alle dipendenze dell'amministrazione civica a tutti gli effetti, era vincolato alle  di ordine tecnico del medico provinciale; ma spettava al Comune farsi carico del suo stipendio e mettergli a disposizione la struttura per le visite ambulatoriali; a disciplinargli congedi, riposi settimanali e ferie estive.

L’essere dipendente comunale gl’imponeva di curare gratuitamente i cittadini iscritti nell’elenco dei poveri del paese e di praticare ad adulti e bambini le vaccinazioni di legge, tenendo costantemente aggiornato l’apposito schedario. A compensarlo per tutti gli altri pazienti provvedevano le numerose sigle degli istituti allora vigenti (Inam, Enpas, Inadel, Casse Mutue Artigiani, Commercianti, Coltivatori Diretti, Enasarco, etc.), poi spazzate via dalla legge di riforma.

Il medico condotto era obbligato a risiedere effettivamente nel comune di titolarità. Onere allora rispettato regolarmente e alla lettera. Doveva vivere fra noi e con noi dividere ogni momento della vita comunitaria. Insomma, fatta eccezione per la giornata di riposo settimanale, aveva l’onere di garantire in toto la propria disponibilità, pronto a rispondere a ogni richiesta d’intervento. Giorno e notte.

Quotidianamente e di buonora, faceva puntuale il giro del paese, a visitare casa per casa malati e anziani che non potevano andare da lui. Quindi si tappava in ambulatorio, dove trascorreva il resto della mattinata a ricevere, ascoltare e visitare i pazienti, formulare diagnosi, prescrivere terapie, disporre ricoveri, consigliare visite specialistiche e quant’altro scienza e coscienza gli suggerivano di fare per soddisfare le variegate esigenze degli ammalati (o presunti tali) che ogni giorno affollavano la sala d’attesa dell’ambulatorio.

Su Duttòre della mia famiglia, quand'ero bambino, era il nobile don Gavino Grixoni (1881-1970). Cui però nessuno, in paese, si sognava di rivolgersi col titolo nobiliare che l’albero genealogico gli aveva assegnato in dote. Ma scegliendo quello più pragmaticamente importante (e forse a lui più gradito) legato alla professione medica: Su Duttòre, appunto. Ma così lo si chiamava soltanto in sua presenza. Parlandone fra noi (grandi e piccoli) era più noto come Su Duttoreddu[ii].

Di certo con quel diminutivo non si voleva fare alcuna allusione alle sue capacità professionali; che, per quanto ne so, non si discostarono dalla media dei colleghi che lo avevano preceduto. È certo invece che lo si volesse distinguere da suo padre, il nobile dottor Francesco Grixoni (1835-1906). Anch'esso medico condotto a Chiaramonti negli anni a cavallo fra l'Ottocento e il Novecento. E che, sia detto per inciso, venuto da fuori sposò qui la benestante Vittoria Falchi (1852-1910), sorella dei più noti dottor Giorgio[iii], professor Francesco, Battista e Nicolò, figli di Cristoforo e di Maria Madau. Nell’immaginario collettivo, la forte personalità del padre continuava a far premio su quella del figlio. Da qui Su Duttorèddu.

Di corporatura solida e statura medio-bassa, lo ricordo vestito ordinariamente di scuro, l'immancabile sigaro toscano in bocca e il bastone con manico a "u" appeso all'avambraccio sinistro. Per copricapo un cappello di panno a falde larghe. Ugualmente scuro, ma sbiadito, tendente al marroncino. D'inverno indossava il solito pastrano nero di lana grezza, dai risvolti di pelliccia consunta dall’uso prolungato, scolorita e alquanto spelacchiata. Era tanto ricco quanto parsimonioso, qualità che lo accomunava al fratello canonico don Christòvulu[iv] (1874-1957) e a quella pia donna che era la sorella donna Cicìna (1876-1975), tutta casa e chiesa. La cura dell'abbigliamento, era evidente, non stava in cima ai pensieri suoi; ma nemmeno dei familiari.

Taluni attribuivano quell’abitudine di vestire indumenti dal colore tenebroso all'essere rimasto vedovo ancor giovane. Sua moglie donna Marianna Sussarello, bellissima, originaria di Sassari e anch'essa di stirpe illustre[v], morì dando alla luce il primo e unico figlio, Francesco noto Franco. Che, laureatosi in medicina, diventerà direttore della clinica Dermatologica e Dermosifilopatica dell'Ospedale Civile di Sassari. Dove, negli anni a cavallo della seconda guerra mondiale e fino al suo collocamento a riposo, riceveva con cordialità e cortesia straordinarie i compaesani che andavano a trovarlo per qualche necessità di natura sanitaria. Anche se non di stretta pertinenza del reparto che dirigeva. Non chiese mai una lira ai tanti chiaramontesi che gli si rivolsero con fiducia, ottenendo da lui prestazioni anche rilevanti e prolungate nel tempo. A chi gli chiedeva:

- Quanto le devo, professo’?

- Mi saluti papà! - rispondeva sorridente nel tendere la mano.

1 - continua

Cfr.: CARLO PATATU, Il paese che non c’è più, ed. EsseGi, Perfugas, pagg. 93-111.



[i] Il medico.

[ii] Alla lettera, il dottorino.

[iii] Cfr. CARLO PATATU, Chiaramonti - Le cronache di Giorgio Falchi, ed. Studium adp, Sassari 2004.

[iv] Cfr. CARLO PATATU, Scuola Chiesa e Fantasmi, ed. Gallizzi, Sassari 2007, pp. 151-162.

[v] La famiglia Sussarello, originaria di Sassari, ottenne la nobiltà nel 1539 grazie a Nicolao de Quesada del ramo principale (sec. XVI - XVII), coniugato con la donzella Giovanna Maria Sussarello. Francisco de Quesada del ramo principale (sec. XVI - XVI), coniugato con donna Caterina Sussarello. Antonio Carlo de Quesada dei Ribadeneyra (1740 - 1805), coniugato, in Ozieri nel 1769, con donna Antonia Sussarello Carta.

Ultimo aggiornamento Lunedì 21 Dicembre 2020 00:39
 

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