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Su Duttore - 2a parte PDF Stampa E-mail
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Martedì 22 Dicembre 2020 18:12

di Carlo Patatu

A

quel tempo, l'ambulatorio pubblico funzionava in una stanza al piano terreno della vecchia Casa comunale, in Piàtta[i]. Dal portone, posto a valle dell’ingresso principale dell’edificio, si accedeva direttamente a uno stanzone anonimo, diviso in due parti da un tramezzo rustico di mattoni, a separare la sala visite da quella d'aspetto. Quest’ultima arredata in modo spartano con due sole panche di legno rozze, prive di spalliera e appoggiate alla parete.

 

In assenza di un atrio, quell’ambiente affacciava direttamente sulla strada ed era meta costante di robuste folate di vento. Che da queste parti è di casa in ogni stagione. Insomma, il luogo ideale per prendersi un bel colpo d’aria e ammalarsi, invece che per essere curati. Entrambi i locali erano scarsamente illuminati, disadorni e per nulla accoglienti. Umidi e freddi, odoravano di muffa e medicinali. Un misto di alcool, lisoformio e tintura di iodio. In quei locali freddi e grigi l’ambulatorio funzionò sino alla metà degli anni Sessanta. E cioè fino a quando la Regione non finanziò la costruzione dell'edificio di via San Giovanni, ora sede della guardia medica.

Fu Su Duttorèddu a curare le interminabili, ricorrenti e defatiganti febbri malariche che mi afflissero nei primi anni di vita. Tant’è che mia madre, disperata, mi raccomandò a Sant’Antonio. Al quale lei attribuì la mia implorata guarigione. Fu il dottor Grixoni a prescrivermi tante punture da indurmi a odiare a vita aghi e siringhe. Ma furono proprio quelle iniezioni a salvarmi da morte certa. Fu ancora lui a praticarmi le dolorose vaccinazioni obbligatorie servendosi di un ago che a me pareva enorme, sicuramente spuntato e che non mancava mai di farmi piangere di dolore.

Non m’era per niente di conforto sapere di non essere solo a patire quella vera e propria tortura di marca medievale. Inflittami crudelmente e a ripetizione grazie alla complicità di mia madre e delle suore-insegnanti dell’asilo infantile, le quali tenevano bordone al medico immobilizzando la vittima di turno, che urlava e recalcitrava inutilmente. E che, se non contenuta con la forza, mai avrebbe accettato di sottoporsi a quel supplizio. Peccato che non avessero ancora inventato Telefono azzurro. D’altronde, devo riconoscere che senza quegli interventi sgraditi e mal sopportati non sarei qui.

Su Duttorèddu era fra i pochi, in paese, a godere il privilegio della lettura ordinaria del giornale. Comprava L'Isola, uno dei due quotidiani che si stampavano a Sassari. L'altro era La Nuova Sardegna. Che però ebbe più d'una disavventura, durante il Ventennio, per i suoi orientamenti marcatamente liberali e antifascisti. Tendenze che non riscuotevano le simpatie dei gerarchi in camicia nera. Tant’è che costoro ebbero partita vinta e, dopo una lunga serie di sequestri e interventi censori devastanti, nel 1926 ne decretarono la chiusura. La Nuova riprese le pubblicazioni solo a guerra abbondantemente conclusa[ii]. L’Isola, pur defascistizzato dopo l’avvento del governo Badoglio, chiuse bottega nel 1946.

Chiaramonti non aveva ancora un'edicola. I due quotidiani sassaresi, che giungevano in paese in numero esiguo di copie, li si poteva acquistare nel buttighìnu[iii] di Antòni Lumbàrdu, noto Brillante. Che vendeva pure Il Giornale d'Italia e Il Telegrafo. Nel salone di Paulantòni Pinna il barbiere[iv] si potevano comprare Il Corriere della Sera, Il Corriere dei Piccoli, La Domenica del Corriere e Il Tempo di Roma.

Ma Su Duttorèddu il giornale non lo comprava in paese. Gli arrivava in abbonamento per posta. Il che gli consentiva un certo risparmio sul costo ordinario. Ma, invece di attendere che il portalettere (Andrìa Carvòne prima e suo figlio Lucchèddu[v] poi) glielo recapitasse a domicilio, andava di persona a ritirarselo all'ufficio postale. Tutti i giorni, subito dopo l'arrivo da Martis della carrozza postale di Garibaldi[vi]. E, a guerra finita, della Satas[vii] da Sassari.

Dedicava alla lettura del quotidiano qualche ritaglio della mattinata e le primissime ore del dopo pranzo. Quindi, per un tacito accordo, il giornale passava all'orologiaio-fotografo Antonino Falchi[viii], suo cugino. Che non si lasciava sfuggire nemmeno una virgola delle quattro o sei pagine che ordinariamente lo componevano. Leggeva avidamente e mandava a memoria ogni cosa. E ricordava tutto. Quanto a parsimonia, i due se l’intendevano alla perfezione. Avevano lo stesso Dna. Un solo abbonamento per due famiglie, dunque. Come ai tempi del telefono in duplex[ix].

Ricordo che, sia pure spiando di nascosto i discorsi che gli adulti facevano in libertà quando credevano di essere soli, riuscii a captare più d'una critica severa nei confronti di quel medico. Più spesso biasimato, non so se a torto o a ragione, per essere alquanto restio nel disporre il ricovero di malati in ospedale. Da quell’orecchio pareva non sentirci proprio.

Certuni sostenevano che, tutto sommato, era meglio così; in tal modo consentiva ai propri pazienti di andarsene all'altro mondo direttamente dal letto di casa, circondati e confortati dall’affetto e dalle attenzioni di familiari e parenti, invece che, disperati e in desolata solitudine, da un lettino anonimo d'ospedale. Per giunta ammucchiati in stanzoni di un grigiore desolante.

In più d’un’occasione, ma soltanto a pensionamento avvenuto, l’allora custode del cimitero Pedrantòni[x] Satta, incrociandolo in visita al camposanto, lo salutava rispettosamente e dicendogli con fare scherzoso: “Su dutto’, cùstu quàdru est tòttu ròba sùa!...[xi]. Poiché l’umorismo non era il suo forte, Su Duttorèddu non gradiva granché la battuta di quel brav’uomo. Ma, da persona per bene qual era, non se la prese mai. Abbozzava un sorriso che si vedeva forzato e tirava diritto. Fino a raggiungere l’artistica e monumentale tomba di famiglia.

A proposito di ricoveri in ospedale, i soliti maligni, che non mancavano nemmeno a quel tempo, preferivano accreditare l'ipotesi che, essendo le degenze ospedaliere per la maggior parte a carico del Comune, mostrandosi restio a disporle se non in casi disperati Su Duttorèddu giocasse al risparmio. Al fine di prevenire possibili e conseguenti ritocchi al focatico[xii]. Che, dato il suo status di ricco proprietario terriero, lo avrebbe colpito in misura maggiore rispetto alla media dei compaesani. Com'era giusto che fosse, del resto. Ma la cosa, pare ovvio, non gli tornava gradita. Per niente.


2 – continua

Cfr.: CARLO PATATU, Il paese che non c’è più, ed. EsseGi, Perfugas, pagg. 93-111.



[i] Via Vittorio Emanuele II.

[ii] Fondato il 9 agosto 1891 da un gruppo di intellettuali e politici democratico-progressisti, tra cui Enrico Berlinguer (nonno di quello che fu segretario del PCI), Pietro Satta Branca, Antonio Stara, Giuseppe Castiglia. Divenne quotidiano il 17 marzo 1892. Durante il regime fascista assunse una marcata linea politica antifascista, che portò a 17 sequestri del giornale fino alla sua chiusura nel 1926. Le pubblicazioni ripresero nel 1947. Il giornale è tuttora in edicola.

[iii] Bettola, osteria.

[iv] Cfr. S’arvèri, pag 000.

[v] Andrea e Luca Carboni.

[vi] Cfr. CARLO PATATU, Scuola Chiesa e Fantasmi, ed. Gallizzi, Sassari 2007, pp. 99-108.

[vii] Acronimo di Società Anonima Trasporti Automobilistici Sardegna, che noi ragazzi, con grande scorno per autisti e fattorini, in Siamo Abituati Trasportare Asini Sassaresi. Nel dopoguerra, la SATAS fu ceduta alla SITA (Società Italiana Trasporti Automobilistici) con sede in Firenze. Successivamente le autolinee SITA della provincia di Sassari passarono alla SCIA, poi assorbita dall’ARST (Azienda Regionale Sarda Trasporti) tuttora vigente. Ebbene, finita la guerra, la Satas subentrò a Garibaldi e alle Strade Ferrate Sarde nel trasporto dei plichi postali.

[viii] Cfr. CARLO PATATU, Scuola Chiesa e Fantasmi, ed. Gallizzi, Sassari 2007, pp. 163-176.

[ix] Fino agli anni Cinquanta-Sessanta si poteva sottoscrivere un abbonamento in due, pagando ovviamente la metà del canone; ma quando parlava al telefono uno non poteva farlo l’altro.

[x] Pietro Antonio.

[xi] “Dotto’, questo settore è interamente frutto dell’opera sua!...”.

[xii] L’imposta di famiglia, eliminata con la riforma fiscale del 1973 e sostituita dall’Irpef.

Ultimo aggiornamento Martedì 22 Dicembre 2020 18:32
 

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