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Natale, ricordi d’infanzia PDF Stampa E-mail
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Venerdì 25 Dicembre 2020 13:53

di Carlo Patatu

N

atale 2020 - Stamattina, di buonora, mi ha telefonato il mio amico e compaesano Angelino Tedde. Per farmi gli auguri. Ovviamente, essendo entrambi ultraottuagenari, il discorso s’è incanalato subito nell’alveo dei ricordi. Di quelli più lontani nel tempo e che più nitidi riaffiorano alla mente.

Che ricordi hai del Natale di quand’eri bambino?

Che ricordi ho? Tanti, naturalmente. Ma i più belli, per me, restano quelli legati alla preparazione del presepio. Che io non mancavo mai di allestire in casa e di quello che, da chierichetto zelante, collaboravo a realizzare in Cheja Manna, sull’altare maggiore.

A casa, mia madre mi metteva a disposizione sa banca a fogliu; e cioè un tavolo con piano doppio che, all’occorrenza, si apriva a libro. Per prima cosa, andavo con qualche amico alla ricerca del muschio per il mio presepe e per quello di chiesa. Il più bello e soffice lo trovavo in Sa Pala Brutta, nella parte alta del boschetto che, sul lato destro per chi va a Codinas, sovrasta il viale Marconi, subito dopo l’autorimessa comunale.

Inizialmente non disponevo di statuette a rappresentare la Sacra Famiglia, i pastori, le greggi e le casette. In tempo di guerra non se ne trovava. Aiutato dalle mie sorelle, ritagliavo immagini da vecchi libri e, dopo averle incollate con pasta di farina a un supporto di cartone, le infilavo fra un pezzo e l’altro di muschio per tenerle in piedi. Ma quella posizione durava poco perché l’umidità del muschio rammolliva il cartone, rendendone del tutto precario l’equilibrio.

Passata la guerra ed essendo studente di scuola media, mia madre mi concedeva, di anno in anno, di arricchire la dotazione di statuette di gesso che, diversamente dalle immagini di cartone, avevano anche il pregio della stabilità. Inoltre, col passare del tempo e con l’esperienza acquisita, riuscivo a creare paesaggi sempre diversi, grazie all’uso sapiente di pezzi di sughero, che simulavano egregiamente bene le rocce e le montagnole.

Le strade, inizialmente tracciate con la farina, furono poi realizzate con sabbia di cava. I ruscelli e i laghetti, prima rappresentati con la carta stagnola, furono sostituiti in seguito con acqua vera. Con una mini pompa elettrica riuscii a produrre una cascatella che finiva in un laghetto, dal quale poi veniva risucchiata e riportata alla sorgente. Utilizzando un vecchio trasformatore di corrente regalatomi da mio padre, per l’illuminazione dei casolari potevo utilizzare le mini lampade delle pile a 12 volts.

Mia madre e mie sorelle, che erano molto orgogliose della mia opera, non finivano di decantare la bellezza del presepe, per cui a casa c’era la processione per ammirarlo. Tutti i visitatori osservavano, si raccoglievano in preghiera, dopo di che, complimenti a non finire per l’autore e chi gli aveva dato una mano.

Naturalmente, mia madre non faceva a meno di sottolineare che i corsi d’acqua erano di acqua vera. Anzi, per non lasciare dubbi, invitava i visitatori ad affondare il dito nel laghetto. Il che accadeva a ogni visita. Tant’è che qualcuno poco accorto finì per scompaginare l’impianto, rovinando il mio lavoro.

Allora, per evitare che ciò si ripetesse, raccomandai a mia madre e alle mie sorelle di astenersi dall’invitare le persona a bagnarsi il dito con l’acqua del presepe. Raccomandazione vana, per cui dovetti ricorrere a un rimedio estremo: collegai il capo di un cavo con la corrente elettrica al corso d’acqua.

La prima a farne le spese fu tia Giolziedda, un’anziana nostra parente, molto devota e pia, la quale si attardava addirittura a recitare il rosario davanti al mio presepe. Accogliendo l’invito di mia madre, infilò il dito nell’acqua del laghetto e, sentita la scarica elettrica (allora di 160 V.), lo ritirò con mossa fulminea accompagnandolo con un sonoro “Cazzu diaulu!” che sorprese non poco i presenti, data la riservatezza e la buona creanza di chi s‘era lasciata scappare quella parolaccia.

La poveretta, mortificata a non finire, confessò contrita al parroco, la sera stessa, quel “peccato mortale” e, per penitenza, continuò a recitare tutte le sere il rosario davanti al mio presepe. Fino all’Epifania.

Ultimo aggiornamento Venerdì 25 Dicembre 2020 15:26
 

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