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Su Duttore – 5a parte PDF Stampa E-mail
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Mercoledì 30 Dicembre 2020 11:12

di Carlo Patatu

M

i pare ancora di vederlo, mattiniero d'abitudine, in giro per le consuete visite domiciliari. Con l'immancabile borsone strapieno di farmaci e strumenti del mestiere.

Corporatura massiccia, figura imponente, volto paffuto e rubizzo, baffi impeccabili, labbra sempre schiuse al sorriso luminoso e rassicurante. Da cui i pazienti traevano giovamento più che dalle ricette che prescriveva. In breve, una bella persona. Questa l'immagine che la memoria mi riporta di Stefano Catta, classe 1912, originario di Sennori, medico condotto a Chiaramonti per quasi un trentennio.

Arrivò in paese, proveniente da Buddusò, sul finire degli anni Quaranta del Novecento. Con sua moglie Ninniella Spanu, le figlie Pierfranca, Gabriella e Giuseppina prese dimora in su palàtu 'e su generàle[i]. Più tardi si trasferì in un appartamento di piazza San Giovanni (oggi della Costituzione). Infine nella bella casa con ampio giardino che fece costruire a Conchèdda, in via Dante Alighieri.

A metà degli anni Sessanta ci fu il trasloco dell'ambulatorio comunale nella via San Giovanni, in un edificio nuovo di zecca. Che non era (non è) bello; e nemmeno comodo. Ma, raffrontato al vecchio locale di Piàtta, pareva una reggia. Tutto è relativo. Non esistendo ancora il servizio di guardia medica, come ho già detto Su Duttòre restava a disposizione della comunità giorno e notte. Per la fruizione dei riposi settimanali e per altre esigenze, ne concordava l'alternanza col collega della condotta di Martis.

Dottor Catta s'inserì presto e bene in paese. Non essendovi in lui nemmeno l'ombra dell'alterigia di chi lo aveva preceduto, partecipava volentieri agli eventi pubblici e privati. Fu testimone in tanti matrimoni (regolarmente invitato a tutti) e fece da padrino a una larga schiera di figliocci. Di compari e comari ne contava una moltitudine.

Sempre accompagnato da sua moglie, interveniva ai mitici veglioni che, durante il Carnevale chiaramontese, si organizzavano al Cinema Fontana[ii]. Niente orchestrina per quei balli: costava troppo e, dati i tempi, gestori e clienti quel lusso non se lo potevano permettere. Pertanto i ballerini si dovevano accontentare dei dischi a 78 giri. Che, più spesso vecchi e graffiati, diffondevano ritmi e melodie accompagnati da fruscii non proprio gradevoli. Dottor Catta, appassionato di musica in genere e di canzoni italiane in particolare, nella circostanza si offriva di prestare ai gestori della sala (fra i quali per qualche tempo ci fu anche mio padre) i dischi della propria collezione. Ricca, aggiornata e conservata a dovere.

L’altoparlante diffondeva allora un suono finalmente pulito e si ballava seguendo i ritmi di un programma musicale più vasto e vario, con i motivi più in voga. Spopolavano gli inossidabili valzer di Strauss (Il bel Danubio blu, Rose del Sud, Storielle del bosco viennese), i tanghi argentini (A media luz di Edgardo Donato, La cumparsita di Gerardo Matos Rodriguez, Caminito di Juan de Dios Filiberto, etc.), le canzoni sincopate e travolgenti di Natalino Otto, le voci melodiche di Achille Togliani, Nilla Pizzi, Luciano Tajoli, Claudio Villa e quelle sempre festose del simpatico Duo Fasano; facevano da contrappunto la fisarmonica indiavolata di Gorny Kramer, le orchestre di Cinico Angelini, Armando Fragna, Pippo Barzizza. Tutti big in auge negli anni Cinquanta.

Grazie all'effetto traino de Su Duttòre, intervenivano a quei veglioni pure i cosiddetti signori del paese. Sempre restii a uscire di notte. Ma un po’ anche a mescolarsi con la gente comune. Mi riferisco, in particolare, al dottor Giulio Falchi, Nicolino Madau, il cav. Nino Brandano, Mario e Pina Rottigni, Angelino Budroni e qualche altro. Mai visti prima in una sala pubblica. Ciò accadeva con grave rammarico del parroco. Per il quale, signori o no, la sala da ballo era un luogo di perdizione. Pertanto il frequentarla era da considerarsi atto riprovevole. Un peccato mortale. Punto.

Passato il carnevale, al cinema Fontana riprendevano le proiezioni settimanali dei films; la stessa pellicola la si programmava il sabato e la domenica. Una sola rappresentazione per ciascuna serata, con inizio alle nove precise. Dopo cena. Capitava, talvolta, che l'avvio dello spettacolo subisse un qualche ritardo, peraltro lieve. Alle rimostranze del pubblico che, spazientito per l’attesa, protestava senza ritegno al grido di "...orario!... orario!...", il gestore, piuttosto contrariato, replicava puntualmente: "Ma ìte cherìdes? Non si pòdet cominzàre: ancòra no est bènnidu Su Duttòre! L'han'hàere giamàdu pro càlchi bisògnu. Unu pàgu 'e pascèscia; ìte diàulu!" (Ma che volete? Non si può dare inizio alla proiezione: non è ancora arrivato il Dottore! L'avranno chiamato per qualche urgenza. Un po' di comprensione; e che diamine!). Avviare il film con un’assenza così importante? Neanche a pensarci! Su Duttòre meritava rispetto. Almeno quanto lui ne aveva per gli altri.


5 – continua


Cfr.: CARLO PATATU, Il paese che non c’è più, ed. EsseGi, Perfugas, pagg. 93-111.



[i] Ereditato dalle sorelle Murruzzulu, quell’edificio è passato di mano più volte; oggi è di proprietà di una coppia inglese, che ama trascorrere qui diversi periodi, nel corso dell’anno.

[ii] Ora sala Marrone.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 30 Dicembre 2020 11:28
 

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