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Venerdì 01 Gennaio 2021 00:00

di Carlo Patatu

S

ul lettino del suo ambulatorio (del dott. Catta n.d.a.) siamo passati un po' tutti. A raccontargli i nostri mali. A volte reali, talaltra presunti. A visita finita, ti accompagnava alla porta. Come si usa fare a casa con gli ospiti.

Se necessario, ci visitava e curava a domicilio. Senza che per questo muovesse obiezioni di sorta o manifestasse contrarietà. Ci confortava non poco, ancor prima delle terapie che prescriveva, il suo sorriso. Che induceva all’ottimismo e alla speranza. Di guarire presto e bene, naturalmente. Sono convinto che più d’uno dei suoi pazienti se ne sia andato all’altro mondo senza subire il travaglio terribile e umiliante della disperazione, con l’aspettativa di andare incontro a una convalescenza sicura.

Quell’uomo non era facile ad arrendersi. Nemmeno quando la situazione gli appariva disperata. Armato di pinze, abile, veloce e deciso estraeva con maestria molari, incisivi e canini. Con o senza l’uso di anestetico. Più senza che con. Cuciva determinato con ago e filo ferite anche profonde. Eseguiva piccoli interventi chirurgici, ingessava arti fratturati. Insomma, quando poteva fare qualcosa di utile senza ricorrere al pronto soccorso dell’ospedale cittadino, non si tirava indietro. Roba d’altri tempi.

Il tutto senza mai (dico mai) chiedere una lira di compenso ad alcuno. Si tenga conto che la riforma sanitaria era ancora nel grembo di Giove. Perciò non erano pochi i pazienti privi di una qualsiasi copertura assicurativa. Come i disoccupati, che, eccezion fatta per i poveri dell'elenco comunale, dovevano pagare di tasca propria visite mediche, farmaci e perfino le degenze ospedaliere. Ebbene dottor Catta mai ebbe a presentare a costoro nemmeno l’ombra d’una parcella. Gli erano più che sufficienti, diceva sorridendo, lo stipendio del Comune e gli onorari delle mutue.

Ricordo che, in occasione della nevicata storica del Febbraio 1956, il paese restò isolato per alcune settimane. Il rifornimento di taluni generi alimentari fu assicurato grazie a un collegamento di fortuna con la stazione ferroviaria di Ploaghe. Il Comune vi provvide chiedendo in prestito il trattore cingolato di un’azienda agricola. Le strade interne, del tutto impraticabili per gli automezzi, erano difficilmente percorribili anche a piedi. Soprattutto per gente come noi isolani, abituati a starcene al sole come le lucertole e a considerare la nevicata come evento del tutto eccezionale. E, dopo qualche giorno, addirittura sgradito.

Ebbene, nella circostanza il meccanico Battista Falchi gli costruì in fretta e furia un paio di sottoscarpe in metallo dotate di ramponi d'acciaio. Come usano gli scalatori. Con quel supporto rudimentale, Su Duttòre assicurò ai propri pazienti allettati il conforto gradito quanto insperato della consueta visita domiciliare mattutina. A dispetto del ghiaccio che pareva resistere all’infinito. E che, per oltre un mese, trasformò in luoghi disagevoli vie e piazze, costringendo a casa i più. Mi pare di vederlo mentre si arrampica su per Sa Pigadòrza[i], con incedere lento ma sicuro, diretto a visitare i malati. Che erano in cima ai suoi pensieri. Sempre.

Quell'uomo straordinario, che pareva possedere salute da vendere, ancora pieno di energia fu tradito da un cuore capriccioso. Che gli si arrestò d'improvviso un mattino di primavera del 1976. A Dicembre avrebbe compiuto 64 anni. Interpretando i suoi sentimenti di attaccamento e di amore per il paese, i familiari gli edificarono la tomba nel nostro cimitero. Su Duttòre riposa qui. Insieme alla moglie. Con noi per sempre. Di recente, il Comune gli ha intitolato una sala de su Municìpiu ‘ezzu[ii], quella che un tempo fu il suo ambulatorio.

Con quell’uomo, in pratica, si chiuse il ciclo dei medici condotti. Dopo la sua scomparsa, nell’ambulatorio comunale se ne alternarono altri due o tre. Per qualche anno e con incarico temporaneo. Nel frattempo è intervenuta la legge che, rivoluzionando il Servizio Sanitario Nazionale, ha messo una pietra tombale sulle condotte mediche comunali, veterinarie e ostetriche. È vero che oggi il diritto a essere curati gratuitamente è esteso a tutti i cittadini. Senza distinzioni di sorta. Con o senza un lavoro. Ricchi e poveri. I medici di base, con un carico prestabilito di pazienti, operano per un numero determinato di ore e per cinque giorni feriali nell’arco della settimana. Di Sabato, Domenica e festivi interviene la guardia medica.

Ora tutto è più razionale, meglio organizzato, più scientifico direi. Ne hanno guadagnato sicuramente la salute pubblica e l’aspettativa di vita, che si è allungata non poco negli ultimi decenni. Con grave nocumento per gli istituti previdenziali, i cui conti, come sappiamo, non tornano più. Oggi i medici, specie i più giovani, appaiono motivati, capaci e professionalmente preparati. Ma il loro rapporto col paziente, fatte le debite e doverose eccezioni, ha subito una mutazione epocale. La figura del vecchio medico condotto si è estinta per lasciare il posto a quella di un funzionario. Che in genere fa orario di sportello e guarda al paziente con fare talvolta distratto e finanche frettoloso. Formula diagnosi e dispensa ricette anche per telefono. Forse che in futuro, per curarci, dovremo bazzicare un ambulatorio virtuale con profilo su Skype o su Facebook? Mah! Tutto può accadere. Chi vivrà vedrà.


6 – fine


Cfr.: CARLO PATATU, Il paese che non c’è più, ed. EsseGi, Perfugas, pagg. 93-111.



[i] Via Monte Grappa.

[ii] La vecchia Casa comunale da poco restaurata.

Ultimo aggiornamento Giovedì 31 Dicembre 2020 12:09
 

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