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Su telefono ‘e Giaju – 1a parte PDF Stampa E-mail
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Martedì 12 Gennaio 2021 16:59

Quando l’apparecchio radio era appannaggio di poche famiglie benestanti e il telefono un bene ancora sconosciuto, parlare a distanza con gli altri era impossibile – Ma, con qualche espediente geniale ci si arrangiava ugualmente

di Carlo Patatu

D

ei nonni, conobbi solo quello materno. L’altro, di cui porto il nome, era già passato a miglior vita quand’io nacqui. Pertanto riversai su nonno Pulina[1] l’affetto che il mio cuore di bambino poteva esprimere per entrambi.

D’altra parte, non fu nemmeno difficile amare teneramente quell’uomo, che nei miei confronti manifestava a piene mani, non soltanto affetto paterno e calore umano, ma considerazione, stima e tanto, tanto rispetto.

Io godevo del privilegio di essere il maggiore dei nipoti. Per di più maschio. E poi avevo avuto anche la fortuna, perché di fortuna si trattava a quel tempo, di proseguire gli studi oltre le elementari. Il che, di norma, non era previsto né consentito a gente della mia estrazione sociale e familiare. La caparbietà di mia madre e gli incoraggiamenti del maestro Brau[2] avevano avuto buon gioco sulle perplessità di mio padre. Che temeva di non farcela a mantenere un figlio in città. Altri cinque glie n’erano nati dopo di me[3]. Tutti sani, vivaci e con un appetito niente male.

Per la verità, una possibilità c’era per studiare gratis, o quasi: entrare in seminario. Con o senza vocazione. Verso questa strada tentò con insistenza di spingermi mia madre. Peraltro senza successo. Alcuni anni di onorata carriera di chierichetto mi avevano aiutato a fare una scoperta importante: i preti sono uomini come gli altri. Allora stavano su un piedestallo privilegiato, è vero. Rivestiti di paramenti luccicanti, da un pulpito autorevole si rivolgevano ai fedeli, che ascoltavano in silenzio e a capo chino. Più spesso senza comprendere nemmeno quel che il predicatore andava dicendo. Ma, rientrati in sagrestia e smesse le vesti prestigiose, quei sacerdoti solevano manifestare debolezze risibili, cattiverie imperdonabili e certa boria che mi pareva sempre fuori luogo. Ciò accadeva anche alla presenza di un bambino qual ero io, allora. Ritenendomi essi (a torto) incapace di comprendere e di farmi un’idea su ciò che vedevo e sentivo.

Ecco perché ebbi il coraggio di rispondere picche alle ripetute e perfino asfissianti insistenze di mia madre. E anche alle profferte di nonno Pulina. Che giurava di regalarmi un calice d’oro per la celebrazione della prima messa. In breve, ebbi l’opportunità di andare avanti negli studi; ma dribblando il seminario.

Mio nonno era pastore. Possedeva un centinaio di pecore, un giogo di buoi, una cavalla bianca listata in fronte (candelada, in sardo) e un asino, con l’immancabile corollario di maiali, galline e cani. Era proprietario di un podere lungo la strada che conduce alle chiese campestri di Santa Maria Maddalena e Santa Giusta. Piluchi si chiamava quel posto magico. Disponeva, il nonno, di un alloggio anche in paese. In via Lamarmora, più nota come via dei Pozzi. Il perché di tale nome è facilmente intuibile. Ma sia lui che nonna Murgia[4] reputavano più utile e conveniente vivere in campagna.

A Piluchi avevano realizzato quello che oggi si direbbe il centro aziendale. Una stanza da letto col pavimento di mattoni con disegni a fiori multicolori e la volta in canniccio ricoperto d’intonaco; una cucina soggiorno molto ampia e col forno; ma priva di camino e di volta. Le tegole poggiate su un telaio di canne nude permettevano al fumo di disperdersi agevolmente oltre il tetto; ma anche alla brina di filtrare fin sul pavimento in terra battuta, gelando ogni cosa, nelle rigide notti invernali.

Di fronte alla casa, sul lato opposto di uno spiazzo accidentato, c’era una pinnetta di forma conica. Una dozzina di tronchi d’olivastro, convergenti verso l’alto e ricoperti di felci, avevano come base un muretto circolare di pietre e fango, appena interrotto da un pertugio alto poco più di un metro e cinquanta. A fungere da porta-finestra. Nei miei ricordi, quella pinnetta era il posto più bello del mondo. Ci si stava bene: caldo d’inverno e fresco d’estate. Presentava però qualche inconveniente: la luce che filtrava all’interno era scarsa, mentre il fumo del focolare, in assenza di una canna fumaria, la faceva da padrone, non potendo disperdersi oltre le felci. Quanto alla penombra che di solito vi regnava, poco male. Non c’era l’esigenza di leggere in quel posto. Almeno durante le ore diurne. Per mio nonno, che era analfabeta, nemmeno in quelle notturne. Nonna Murgia, invece, la sera sonnecchiava davanti al fuoco, alla luce fioca della lampada a olio, col rosario sul grembo, gli occhialini sulla punta del naso e il libro delle orazioni aperto fra le mani.

Per difendersi dal fumo occorreva sdraiarsi per terra, su un materassino di felci, morbido e confortevole. Il fumo, che saturava presto il cono della pinnetta, poteva defluire agevolmente verso l’esterno soltanto attraverso la porta d’ingresso. Pertanto infastidiva non poco chi stava in piedi o seduto su uno dei tanti sgabelli di sughero, gli occhi immancabilmente in lacrime. Per contro, standosene sdraiati non si pativa alcunché. Anzi.

Con la sua cavalla bianca, il nonno veniva in paese almeno una volta la settimana. Per fare la spesa e per soddisfare altre esigenze. Non sapendo leggere, teneva a mente la lista scarna delle compere che la nonna gli raccomandava di fare. Immancabilmente, in quelle circostanze era ospite a casa nostra. Pranzava con noi e rientrava in campagna nel pomeriggio, non mancando di visitare gli amici, presso i casolari posti lungo il percorso: Giuanne Zegu, Lariga, Nicu, Maltigina, Sa Serra, Iscanneddu[5].

Col pretesto di scambiare quattro chiacchiere per attenuare la monotonia del viaggio, accettava di buon grado l’invito a sostare un po’ e a brindare con uno o più bicchieri di vino, che quelle persone compite non mancavano mai di offrire all’ospite. Quindi rimontava in sella e via fino al casolare successivo. In breve, una specie di via crucis; che però non gli tornava sgradita. Tant’è che finiva sempre col giungere alla propria pinnetta a notte inoltrata. E, manco a dirlo, piuttosto alticcio. Con grande disappunto di mia nonna, che non faceva a meno di cantargliele. Ma senza risultati apprezzabili. L’uomo era fatto così.

1 – continua

Cfr.: CARLO PATATU, Scuola Chiesa e Fantasmi, ed. Gallizzi, Sassari 2007, pagg. 47-52.



[1] Salvatore Pulina, originario di Ploaghe (1882-1958).

[2] Cfr. Su Mastru, pagina 79

[3] I miei genitori Giovanni Patatu (1908-1995) e Francesca Pulina nota Ciccia (1908-1990) diedero alla luce sette figli: Lucia (1934) morì quand’era ancora in fasce, Carlo (1936), Ida (1937), Iolanda (1939), Tore (1941), Franca (1943) e Giovanna (1945).

[4] Paolina Murgia (1887-1952).

[5] Località attraversate dalla strada che si percorreva a cavallo per giungere a Piluchi.

Ultimo aggiornamento Giovedì 14 Gennaio 2021 13:16
 

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