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Su telefono ‘e Giaju – 2a e ultima parte PDF Stampa E-mail
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Giovedì 14 Gennaio 2021 13:07

Quando l’apparecchio radio era appannaggio di poche famiglie benestanti e il telefono un bene ancora sconosciuto, parlare a distanza con gli altri era impossibile – Ma, con qualche espediente geniale ci si arrangiava ugualmente

di Carlo Patatu

S

e c’era qualche novità da comunicargli, noi non ci prendevamo premura. Niente fretta. Si attendeva il suo ritorno in paese, la settimana successiva. Il telefono era un mezzo di cui avevamo sentito parlare soltanto a scuola, studiando la storia. Dov’era comparso, a un certo punto, il nome di Antonio Meucci, amico di Garibaldi in Sudamerica.

Ma, se si trattava di una comunicazione urgente, non restava che montare sul vecchio e collaudato cavallo di San Francesco, marciare per poco meno di un’ora e raggiungere Piluchi di persona al più presto, per riferire la nuova. Il che, oltre a risultare scomodo, non era sempre possibile. In tempo di guerra, gli uomini validi erano stati richiamati in massa al fronte; in paese erano rimasti gli anziani, le donne e i bambini. Che non era opportuno coinvolgere in missioni del genere. Le donne non potevano essere distratte dalle occupazioni domestiche; i bambini, poi, non davano sufficiente affidamento; gli anziani, infine, erano pressoché indisponibili, impegnati sempre e comunque a lavorare da qualche parte. Anche per conto dei giovani richiamati in guerra e a dispetto dell’età avanzata. La gente di campagna, in queste contrade, non aveva ancora conquistato il diritto alla pensione. Pertanto si doveva lavorare tutti i giorni, senza sosta e finché c’era fiato. Dall’alba al tramonto.

In tali frangenti, zio Mario[1], il più giovane dei fratelli di mia madre, mi aveva insegnato come usare una specie di telefono senza fili. Che, per funzionare, non richiedeva alcuna attrezzatura particolare; né aveva bisogno di energia elettrica. Erano sufficienti una voce possente e un fiato discreto; ma a patto che le condizioni meteorologiche fossero favorevoli. In presenza di pioggia o vento, quell’invenzione non valeva un bel niente. Inoltre un tale espediente non poteva avere successo dovunque. La morfologia dei luoghi doveva essere particolare. Altrimenti addio telefono senza fili.

Usciti dal paese, oltrepassato il cimitero e percorse alcune centinaia di metri lungo un sentiero pianeggiante in direzione di Pianu ‘e crabas, costeggiando Monte Ozastru si giunge in un punto in cui quel viottolo diviene impervio perché, d’improvviso, si tuffa a valle per giungere al ruscello Nicu e quindi a Piluchi. Quel luogo è noto come Punta Ederas. Chi vi passa può spaziare con lo sguardo sulle vallate sottostanti, fertili e punteggiate da tanti casolari verso Ovest. La pinnetta del nonno, col suo cono elegante, si stagliava nitida accanto alla casa in muratura, sull’estremità del costone di Piluchi. Nelle serate chiare, mentre il sole si accingeva a nascondersi dietro le colline di Osilo, sembrava quasi di poterla toccare con la mano.

Ebbene, quello era il luogo ideale che permetteva, pur con qualche insuccesso, di stabilire una sorta di collegamento telefonico col nonno. Stava là, insomma, la centrale fantastica di quel telefono straordinario. Fatta una inspirazione profonda, non prima di avere teso l’orecchio per accertarsi che non ci fossero rumori in giro, l’operatore di turno dava corso alla chiamata, rivolto a Piluchi con voce forte e chiara:

- Oooh Sevadooo![2]

Quindi una pausa di qualche minuto, in attesa di una risposta. Che mai giungeva al primo tentativo. Altra inspirazione seguita da altra chiamata. Cui faceva seguito sistematicamente altro silenzio. Ma il telefonista che chiamava non poteva (non doveva) demordere. Soprattutto se la notizia da trasmettere era importante e rivestiva carattere di urgenza. E così, dopo una lunga serie di prove, che talvolta arrivavano a sfiorare la dozzina, giungeva finalmente la risposta, tanto sospirata quanto gratificante:

- Ooooh!

Una volta stabilito il collegamento, si poteva procedere oltre, con la trasmissione del messaggio. Non senza difficoltà ulteriori e incomprensioni immancabili, da mettere sempre nel conto. L’importante era non avere fretta e prendersi tutto il tempo che ci voleva. Senza lasciarsi tentare da scorciatoie, peraltro non praticabili. D’altra parte, tutto si muoveva con lentezza arcaica, allora; la velocità era un valore sconosciuto. Il tempo, più che con l’orologio, lo si misurava col sole e col calendario. Insomma, all’ingrosso.

Fatta la comunicazione e avuta conferma di una buona ricezione, si poteva chiudere il collegamento con gli immancabili saluti e tornare a casa per dare conto che la missione era andata buon fine. Ma il dubbio era d’obbligo. Statisticamente, in quantità apprezzabile i messaggi giungevano al destinatario con significati non sempre coerenti col testo originario. Tuttavia ci si accontentava ugualmente. D’altronde, capita anche oggi d’incorrere in equivoci. Sia al telefono e con gli SMS; ma anche con la posta elettronica.

Mio nonno ebbe modo di conoscere il telefono, prima di lasciarci. Quello vero e con i fili, intendo dire. Ma non riuscì a darsi una ragione del funzionamento di quella macchina, per lui misteriosa, che consente a due persone lontane di parlarsi comodamente. Senza urlare. Se n’è andato con la beata ingenuità di chi ha vissuto e lavorato duramente, in condizioni oggi impensabili; senza porsi tanti problemi e senza patire le schiavitù moderne imposte dal cronometro, dal traffico e dai trilli non sempre gradevoli dei telefoni fissi e portatili.

A me è rimasto il ricordo dolce di quel luogo magico: Punta Ederas. Che mi piace rivedere, di tanto in tanto; e dove non ho fatto a meno di condurre i miei figli. Perché potessero gustare un po’ di quel mondo fantastico che rese felice la mia infanzia e che a loro (purtroppo, dico io) è stato in parte negato.


2 – fine


Cfr.: CARLO PATATU, Scuola Chiesa e Fantasmi, ed. Gallizzi, Sassari 2007, pagg. 47-52.



[1] Mario Pulina (1926-2003).

[2] Oh Salvatore!…

Ultimo aggiornamento Giovedì 14 Gennaio 2021 13:21
 

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