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Assalto alla carrozza postale - 1a parte PDF Stampa E-mail
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Giovedì 21 Gennaio 2021 10:37

Nel Maggio 1946, alcuni malfattori attaccarono la carrozza che trasportava la corrispondenza e i plichi speciali dalla stazione ferroviaria di Martis a Chiaramonti e viceversa, uccidendo uno dei passeggeri

di Carlo Patatu

R

ecuide sos pizzinnos, chi ch’est in giru sa banda![1]

Tia Maria Pedruzza, la nostra dirimpettaia tutta ossa e rughe, scura in volto e con voce alterata, irruppe in cucina. Era mezzogiorno o giù di lì. Esile e minuta, la cara e simpatica vecchietta si era guadagnata l’appellativo affettuoso di Ziganta[2]; che però essa non gradiva. Cosa insolita, era scarmigliata e senza il fazzoletto sul capo. I suoi occhi piccoli, lucidi e neri, si aprivano spiritati sotto i sopraccigli, uno alto e uno basso.

Era il Maggio 1946. Il giorno quindici, mi pare. Mia madre armeggiava intorno ai fornelli. Ancor prima di rendersi conto di quel che andava dicendo la vecchia, d’istinto volse lo sguardo oltre la finestra: le mie sorelle Giovanna e Franca giocavano in cortile. Tore all’asilo; Ida, Iolanda e io a scuola. Tutto a posto, dunque. I bambini non correvano pericoli. La fine delle lezioni era prevista per le tredici. E siccome c’era tempo per decidere sul da farsi, tolse veloce sa falditta[3] e uscì. Non vedeva l’ora di sapere cos’era accaduto.

Il tam tam aveva fatto il giro del paese in un baleno. La gente lasciava le case e si riversava per le strade, alla ricerca di notizie certe. Per capire cos’era successo. Doveva trattarsi di un fatto grave. C’era un via vai di donne e uomini. Soprattutto di donne che parlottavano fra loro, scambiandosi frasi a mezza voce e lasciandosi andare a esclamazioni di meraviglia o sconforto tipo “Gesummaria! Poveri noi! Cosa mai sarà capitato?”. E non mancando di levare le mani giunte al cielo, per meglio esprimere preoccupazione, ansia e stupore.

Ma, insomma, perché tanto clamore?

Correva voce che dei banditi avessero fermato e rapinato la carrozza postale. Ne sarebbe seguita una sparatoria con spargimento di sangue. Forse c’era scappato pure il morto. Il fattaccio doveva essere accaduto una mezz’ora prima. Sulla strada per Martis.

Avrebbero... sarebbe... una sparatoria... forse...

In breve, nulla di certo. In assenza di conferme, le supposizioni si accavallavano. Il paese era in subbuglio. Mancava soltanto che il parroco facesse suonare le campane, come per gl’incendi.

La carrozza postale, dunque.

Era, questa, un trabiccolo nero a quattro ruote di legno con i raggi pitturati di rosso. Il sedile a tre posti era una sorta di divanetto scomodo, circondato da una capote a fisarmonica, da tirare su in caso di pioggia o vento forte. Di fronte, la panchetta per un passeggero capace di adattarvisi. Sul davanti, la cassetta del cocchiere, con sulla destra la leva del freno e un cilindro di metallo per infilarci la frusta. Che, agitata sul cavallo, funzionava da acceleratore.

Si era nell’immediato dopoguerra e quel veicolo rappresentava l’unico mezzo in grado di assicurare un collegamento quotidiano fra Chiaramonti e la stazione ferroviaria di Martis. Con i rari passeggeri, la carrozza trasportava anche i sacchi della posta e, di tanto i tanto, plichi speciali assicurati contenenti danaro o altri valori. In tal caso, era d’obbligo la scorta dei carabinieri. Che prendevano posto sulla vettura con la carabina a portata di mano. La presenza dei militi la diceva lunga sul contenuto dei sacchi postali, in un determinato giorno. Doveva essere un segreto; ma la cosa era nota anche ai bambini.

A cassetta sedeva un personaggio curioso, molto popolare in paese. Si chiamava Giuseppe; ma per la gente era Garibaldi. Appellativo che non gli tornava sgradito; anzi pareva andarne pure orgoglioso. Battezzò col nome Fanfulla il suo cavallo, motore alquanto modesto di quella carrozza. Dovendo percorrere due volte al giorno i sette chilometri che separano Chiaramonti dalla stazione di Martis, quel ronzino conosceva la strada ormai a memoria. Sapeva, il vecchio Fanfulla, quando accelerare, rallentare il passo o fermarsi. Specie se d’inverno, lungo la strada, intravedeva qualcuno col fiasco in mano, pronto a offrire un bicchiere di vino ai passeggeri infreddoliti e a Garibaldi. Che non si tirava mai indietro.

Poiché a Martis s’incrociavano i treni provenienti da Sassari e da Tempio Pausania, strada facendo il nostro uomo scrutava con attenzione la campagna in direzione di Laerru, per localizzare la nuvola di fumo che segnalava il treno in arrivo dalla Gallura. Dopo averla individuata, rapportava quel punto alla distanza che Fanfulla doveva ancora percorrere per giungere in stazione. Quindi decideva se premere sull’acceleratore; o se lasciare che il quadrupede procedesse col passo consueto. È vero che Garibaldi poteva contare su una certa tolleranza del capostazione, che gli era amico; ma senza esagerare. Il povero Fanfulla, piuttosto spompato, non rispondeva sempre con prontezza agli stimoli della frusta. Che peraltro il suo padrone maneggiava con cautela, consapevole di non avere un altro motore di riserva.

Anche in quel giorno di Maggio il nostro carrozziere partì di buonora. Passò all’ufficio postale e ritirò il solito sacco di tela chiara con bande rossicce, legato stretto all’imboccatura e sigillato con tanto di piombo e ceralacca. E poiché era previsto l’arrivo di un plico importante, aveva la scorta dei carabinieri. Che allora non disponevano di un automezzo proprio. Accertatosi che i due militi si erano messi comodi, Garibaldi diede la voce a Fanfulla. Che s’incamminò docilmente in direzione di Martis.

All’andata, il percorso era favorevole. Un paio di chilometri in discesa fino a Giuanne Zegu; poi un altro in leggera salita; il resto pianeggiante o in lieve pendenza fino alla stazione. Più faticoso al ritorno. Per giunta, la statale 132 era ancora bianca e cosparsa di buche. L’impegno che attendeva Fanfulla non era da sottovalutare. Garibaldi lo sapeva; ma non lo dava a intendere. Ai passeggeri preferiva infondere serenità e, soprattutto, la certezza di fare un buon viaggio. Senza inconvenienti, se possibile.

Alla stazione, il carrozziere consegnò il sacco, ne ritirò altri due ed ebbe una sorpresa gradita: l’arrivo di un amico d’infanzia. Giulio[4] si chiamava. Coi gradi di capotreno, faceva la spola pressoché tutti i giorni fra Sassari e Palau. Quel caro compagno di gioventù si era stabilito in città da qualche tempo. Però veniva spesso in paese a far visita alla madre anziana e alle quattro sorelle, che gestivano una sorta di bazar polveroso e disordinato; ma ben fornito.

Giulio era un signore distinto e dai modi cortesi. Non mancava mai di usare un trattamento di favore ai compaesani che gli capitava d’incontrare in treno. Anche concedendogli di viaggiare in prima classe col biglietto per la seconda; e pertanto di sedere sulle morbide poltrone di velluto rosso, invece che sui sedili di legno duro della classe popolare.

1 - continua

Cfr. CARLO PATATU, Scuola Chiesa e Fantasmi, ed. Gallizzi, Sassari 2007, pagg. 99-105



[1] Richiamate a casa i bambini, c’è in giro una banda (di malfattori)!

[2] Maria Pietruccia Truddaiu (1876-1963), nota Ziganta (gigante) proprio perché di statura minuta.

[3] Il grembiule.

[4] Giulio Murruzzulu (1895-1946).

Ultimo aggiornamento Venerdì 22 Gennaio 2021 19:08
 

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