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Mercoledì 27 Gennaio 2021 00:00

Celebriamo oggi il “Giorno della Memoria”, nel 76° anniversario della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz, luogo di orrori e di morte

di Carlo Patatu

N

ella mattinata del 27 Gennaio 1945, le truppe dell’Armata Rossa Sovietica, dirette a Berlino in marcia ormai vittoriosa, liberarono il campo di sterminio polacco di Oświęcim, in tedesco Auschwitz.

In precedenza avevano già occupato i lager di Belzec, Sobibor e Treblinka, sempre in Polonia. Ad Auschwitz, dov’erano passati quasi un milione e mezzo di prigionieri, in grande maggioranza ebrei, ne trovarono poche migliaia, ridotti ormai a fantasmi. Una decina di giorni prima, il campo era stato evacuato, costringendo tutti i prigionieri in grado di reggersi in piedi a compiere la cosiddetta “marcia della morte”, il cui percorso risultò disseminato dei cadaveri di chi non ce l’aveva fatta.

Lo spettacolo che si presentò ai soldati russi in quella mattinata del 27 Gennaio di 76 anni fa fu terrificante. Vi trovarono ancora vivi soltanto poche migliaia di prigionieri, emaciati e sofferenti, insieme a molte testimonianze degli orrori e degli assassinii di massa che vi erano stati compiuti, sebbene i tedeschi, prima di ritirarsi, avessero distrutto la maggior parte dei magazzini. Ciononostante i sovietici poterono requisire molti oggetti personali delle vittime e scoprire, fra l’altro, centinaia di migliaia di abiti maschili, ottocentomila vesti femminili e oltre seimila chilogrammi di capelli!

Un orrore. E pensare che c’è ancora chi s’intestardisce a negare questa verità storica ampiamente documentata.

Una ventina d’anni fa, ebbi modo di visitare il lager di Dachau, poco distante da Monaco di Baviera, e piansi di fronte alle cataste di occhiali, di scarpe, di capelli umani, vestiti e fotografie che, fatte dagli stessi aguzzini del campo, testimoniavano inequivocabilmente brutture, crudeltà, atrocità, mostruosità ed efferatezze che avevano connotato quei luoghi di morte.

A riprova di ciò, riporto quanto quanto Liliana Segre, scampata alla morte ad Auschwitz e senatrice a vita, dichiarò in un’intervista rilasciata alla “Stampa” il 23 ottobre 2018:

Nei campi di sterminio rimasi sola e non rividi più mio padre. Chi è stato ad Auschwitz ha sentito per anni l'odore di carne bruciata: non te lo togli più di dosso. E poi rimani sempre quel numero”.

Il mio pensiero va anche al compaesano Giovanni Gavino Tolis, finanziere e partigiano, Medaglia d'Oro al Valore Civile, fu deportato a Mauthausen-Gusen, dove morì di stenti a soli 25 anni. Fu passato poi per il forno crematorio.

Come si fa a dimenticare tutto ciò?

 

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