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Su Vicariu[1] – 1a parte PDF Stampa E-mail
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Venerdì 29 Gennaio 2021 18:28

Negli anni Quaranta del Novecento, il vecchio parroco Pietro Dedola a,,inistrava con rigore la parrocchia, curava con impegno le numerose confraternite e recava conforto al dolore dei familiari di chi passava a miglior vita; ma quando toccò a lui…

di Carlo Patatu

N

ominato parroco di Chiaramonti nella primavera del 1931[2], proveniva da Usini; ma era originario di Tissi. Il suo nome era Pietro; però le gente gli si rivolgeva chiamandolo rispettosamente dottor Dedola.

Laureato in sacra teologia, mostrava di tenere molto a quel titolo. Era un aristocratico cui piaceva vestire con cura. Specie quando indossava i paramenti per dir messa. Manifestava una preferenza spiccata per le persone altolocate, mentre non dissimulava certo fastidio per quelle grossolane e ignoranti. Che, in questo paese, allora erano in larga maggioranza.

Manifestava un’avversione particolare per comunisti e socialisti; specie dopo la bolla di scomunica sottoscritta da Pio XII alla fine degli anni Quaranta[3], le cui disposizioni egli faceva rispettare puntualmente e alla lettera. Niente sacramenti, né benedizione delle case per quei senza Dio. Piuttosto irascibile, perdeva facilmente la calma; ma, quando l’aveva riacquistata, era capace di profondersi in mille scuse. Anche con noi bambini, se si rendeva conto di averci recato offesa ingiustamente. Per i suoi parrocchiani, quando ne parlavano in terza persona, era Su Vicariu. Invece i ragazzi della mia generazione lo chiamavano affettuosamente padrino Dedola, avendoci tenuti quasi tutti a battesimo.

Insieme a lui, avevano preso possesso della casa parrocchiale il fratello Francesco[4], la cognata Giovanna e tre graziose nipoti, Nina, Monica e Mariuccia. Che i giovani del paese tentarono a lungo e invano di corteggiare. L’ombra vigile e onnipresente dello zio prete copriva inesorabilmente gli spazi esigui di cui quelle signorine dall’aria e dal portamento distinti potevano disporre. Per loro non c’era alternativa all’assistere mattina e sera alle funzioni religiose, al frequentare attivamente la sede dell’Azione Cattolica e all’esercitarsi, sotto la direzione severa di suor Giuseppina[5], nel canto gregoriano da eseguire durante la messa e le cerimonie solenni. Inoltre c’era l’impegno dello studio che, a quel tempo, non era uno scherzo. Due di esse conseguirono la maturità magistrale e si dedicarono all’insegnamento; la terza, la più carina, scelse la via del monastero e prese i voti. A seguito di una delusione sentimentale, si mormorava in giro.

Di tanto in tanto, giungeva in paese a fargli visita, e ci si tratteneva solitamente per qualche settimana, un’altra nipote, figlia di un secondo fratello. Nina si chiamava. E, per distinguerla da una delle tre che vivevano stabilmente con lui (avendo nome e cognome identici), in famiglia la chiamavano affettuosamente Nina ‘e Tissi[6]. Tant’è che, anche da noi, era conosciuta con quell’appellativo familiare. La ragazza era particolarmente bella ed elegante: l’espressione del volto indulgeva alla malinconia; i capelli neri e ricciuti erano raccolti in crocchia sulla nuca, fermati con forcine d’osso. Gli occhi, chiari e molto espressivi, brillavano sul volto diafano. Anch’essa, naturalmente, era al centro delle attenzioni dei giovani chiaramontesi. Anzi, lo era di più proprio perché ospite occasionale. Ma la ragazza era timida e morigerata. Come le cugine. Pertanto non pareva mostrare interesse per gli sguardi appassionati e pieni di desiderio che i ragazzi le rivolgevano quando entrava in chiesa o ne usciva. Soprattutto nei giorni di festa. E, se pure quelle attenzioni potevano provocarle un qualche turbamento interiore, mai essa diede l’impressione di manifestarlo.

Insieme al prete e ai suoi familiari, si era insediato in quella casa anche un vecchio sagrestano. Originario di Usini, li aveva seguiti nel trasferimento. In pratica, faceva parte della famiglia. A tutti gli effetti. La gente lo chiamava Cicciu Ferru[7] e non se ne comprendeva il motivo se non riferendosi al suo carattere, bonario e determinato a un tempo. A volte persino roccioso. Cicciu Ferru custodiva gelosamente le chiavi della chiesa; aveva il compito delicato di aprirne e chiuderne il portone mattina e sera, di suonare le campane alle ore stabilite e secondo le modalità previste dalla tradizione, oltre che dal severo calendario liturgico. Naturalmente assisteva a tutte le funzioni sacre e seguiva fedele il parroco durante funerali e processioni, indossando una vecchia tonaca nera e una cotta candida dal pizzo largo. Come un diacono.

Orbene, Su Vicariu era sempre impegnato nell’assolvere i doveri connessi alla propria missione: celebrava la messa, somministrava i sacramenti, curava con attenzione particolare le associazioni religiose e le confraternite. Che, all’epoca, erano una mezza dozzina e contavano numerosi iscritti. Fra l’altro, portava conforto a malati e moribondi, andando a visitarli a domicilio. Si preoccupava anche di consolare i familiari di chi passava a miglior vita. La sua partecipazione, in quei frangenti, era particolarmente attesa e apprezzata.

1 – continua

Cfr.: CARLO PATATU, Scuola Chiesa e Fantasmi, ed. Gallizzi, Sassari 2007, pagg. 55-60.



[1] Il parroco.

[2] Pietro Dedola (1878-1953) fu parroco di Chiaramonti dal Marzo 1931 all’Aprile 1951; cfr. GRUPPO GIOVANILE PARROCCHIALE, Chiaramonti, il territorio e la sua storia, Chiaramonti 1988.

[3] Il relativo decreto del Santo Uffizio reca la data del 1. Luglio 1949.

[4] Francesco Luigi Dedola (1880-1957), all’epoca maresciallo dei carabinieri in pensione, nel 1920 aveva sposato Giovanna Biddau di Olmedo e aveva avuto tre figlie: Nina, Monica (entrambe insegnanti elementari) e  Mariuccia, che prese i voti col nome di suor Geltrude.

[5] Cfr. Suor Reverenda, pagina 20.

[6] Giovanna Maria Dedola (1921-1946).

[7] Alla lettera, Ciccio ferro.

Ultimo aggiornamento Venerdì 29 Gennaio 2021 18:38
 

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