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Su Vicariu[1] – 2a e ultima parte PDF Stampa E-mail
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Domenica 31 Gennaio 2021 00:00

Negli anni Quaranta del Novecento, il vecchio parroco Pietro Dedola amministrava con rigore la parrocchia, curava con impegno le numerose confraternite e recava conforto al dolore dei familiari di chi passava a miglior vita; ma quando toccò a lui…

di Carlo Patatu

A

ppresa la notizia della scomparsa di un parrocchiano, padrino Dedola chiamava frettolosamente a raccolta un paio di chierichetti e, insieme al fedele Cicciu Ferru, si recava subito presso la casa colpita dal lutto.

Disponeva che i piccoli assistenti prendessero l’aspersorio d’argento con l’acqua benedetta e quattro candelieri di ottone lucido, da collocare intorno al feretro. Le agenzie di pompe funebri, da queste parti, non c’erano ancora. Pertanto era la chiesa a provvedere.

Il parroco giungeva sul posto pochi istanti dopo avere ricevuto la chiamata. Ovviamente trovava in quella casa una concitazione comprensibile; più persone, in genere familiari, parenti e vicini, si adoperavano a disporre quant’era necessario in quel frangente, in vista delle imminenti visite dei compaesani per le condoglianze di rito. Non era insolito udire alte grida di disperazione dei familiari. In particolare, faceva venire i brividi il dolore urlato delle madri e delle spose. Pianti e lamenti disperati per i morti dovevano udirsi da lontano, quasi a rendere palpabile, quasi visibile, l’intensità del dispiacere, dello strazio. Lo imponeva la consuetudine e ognuno vi si adeguava.

Impartita la rituale benedizione alla salma e recitate le orazioni (rigorosamente in latino), dopo un attimo di raccoglimento quel prete si dedicava a confortare i parenti e gli amici in lacrime. E qui Su Vicariu dava prova della propria bravura, oltre che di una sensibilità particolare. Attingendo all’esperienza e alla dottrina, cercava, per quanto gli era possibile, di fornire una ragione credibile dell’evento luttuoso, motivo di tanto dolore per i familiari angosciati. Che non si davano pace, oppressi dallo sconforto per la scomparsa del loro caro. Specie se giovane. O se lasciava orfani in tenera età.

“Dovete rassegnarvi alla volontà del Signore...”. Questa la frase che, di solito, gli veniva spontaneo di pronunciare in prima battuta. “Dio ha voluto così. E voi, pur nell’angoscia comprensibile, dovete chinare la fronte dinanzi al suo volere”. “E poi - proseguiva - non dimenticate che ora, lassù, c’è un’anima bella che prega per voi, per noi, per tutti; e che vigila soprattutto sulla vostra famiglia”. E così via di seguito, fino a quando quelle persone, sempre in lacrime, non mostravano almeno di attenuare le urla di dolore e di moderare i gesti, sovente scomposti, di disperazione.

Nell’omelia che pronunciava durante il rito funebre, il parroco non mancava mai di rivolgersi ai parenti del defunto con altre espressioni di conforto e d’incoraggiamento, volte ad aiutarli a superare una prova così dura. Più incisive perché meditate, quelle parole. Che facevano seguito puntualmente a un breve excursus di quella ch’era stata la vicenda terrena del caro estinto. Del quale, manco a dirlo, il prete parlava in termini sempre positivi e con accento sinceramente commosso. Secondo la consuetudine, i fedeli ascoltavano attenti e si commuovevano, apprezzando. Ma, talvolta, non potevano fare a meno di sottolineare, sottovoce come si conveniva nella circostanza, che il parroco, bontà sua, esagerava un po’ a dir bene di tutti. Pure di chi, per via di certi trascorsi non proprio edificanti, morendo non aveva poi lasciato rimpianti. Anzi! Ma tant’è.

Un brutto giorno, Nina ‘e Tissi s’ammalò gravemente. Di una malattia che, all’epoca, non lasciava speranza a chi ne era colpito: il mal sottile[2]. Dopo alcuni mesi trascorsi fra ansie e timori, alternati a rari momenti di speranza e illusione, la giovane morì. Era poco più che ventenne.

A Chiaramonti la notizia fu accolta con sentimenti d’incredulità e con commozione intensa. La partecipazione corale alle vicende comunitarie liete e tristi era (in parte lo è ancora) una pratica cui nessuno poteva sottrarsi. E poiché, a quel tempo, era disagevole raggiungere Tissi per il funerale della giovane Nina Dedola, i parrocchiani non mancarono di rendere testimonianza in loco, a Su Vicariu e ai suoi familiari, della propria partecipazione a quel lutto tanto grave.

E così, dopo lo svolgimento delle esequie della ragazza e il successivo rientro dei suoi parenti a Chiaramonti, furono in molti a recarsi nella sagrestia della chiesa e presso la casa parrocchiale per dare conforto al vecchio prete. E siccome i più non sapevano di greco e di latino (per la verità erano in molti a sapere poco anche d’italiano), quelle persone semplici ripetevano al parroco le stesse frasi che, in circostanze analoghe, si erano sentite rivolgere proprio da lui, con calore e trasporto.

Di fronte alla domanda, che il parroco rivolgeva prima di tutto a se stesso e che poi continuava a ripetere con accento disperato ai suoi visitatori: “Ma pruite propriu a mie custu dolore mannu![3], quei parrocchiani non potevano esimersi dal tentare, sia pure in modo maldestro e con un certo imbarazzo, di confortarlo. Più o meno com’egli aveva fatto con loro.

“Ma perché lei è un ministro di Dio - gli dicevano sommessamente -. Nostro Signore ha voluto mettere alla prova la sua forza d’animo, la sua pazienza”.

Al che, quello continuava a ripetere: “Ma pruite Gesu Christu m’hat fattu custu! Propriu a mie![4]”. E quelli a replicare, di rimando, commossi e con le lacrime agli occhi:

“Perché lei é un sacerdote; pertanto ha una ragione in più per farsi coraggio e superare questa prova dolorosa. L’anima santa di sua nipote ora prega per lei e per noi. In cielo”.

Niente da fare. Il prete non si dava pace. Continuava a piangere senza tregua, tenendo un fazzoletto candido fra le mani, chiedendosi e ripetendo ossessivamente fino alla noia: “Ma pruite propriu a mie![5] Perché proprio a me!”.

Un vecchio contadino, dal volto asciutto e segnato dalla fatica dura dei campi, se ne stava discreto in disparte. In un angolo della stanza, gli occhi umidi e in mano un fazzoletto rosso con disegni bianchi e neri. Di quelli enormi che i messajos[6] usavano cingersi al collo per assorbire il sudore. Visibilmente infastidito dalla interminabile litania del parroco, non seppe trattenersi e, a un certo punto, sbottò ad alta voce: “Ma e tando, custu dolore, a mie lu deviat dare Gesu Christu![7]”.

Silenzio di tomba.

Gli sguardi dei presenti s’incrociarono furtivi, manifestando imbarazzo, disagio, stupore. Riprovazione anche, verso chi aveva osato bacchettare pubblicamente su Vicariu in una circostanza così particolare. Ma, intanto, un tabù era stato violato. Qualcuno aveva osato dirgli, a muso duro, quel che pensava.

Padrino Dedola, di fronte allo sfogo improvviso e inatteso del vecchio zappatore, restò interdetto. Poi, a poco a poco, si riebbe. Ci rimuginò sopra e riuscì a comprendere lo spirito della sortita di quel parrocchiano maldestro, ma sincero. Quindi chinò il capo e, pur non riuscendo a frenare il pianto disperato, smise di lamentarsi a voce alta. E di chiedersi perché proprio a lui (anche a lui!) il Padreterno avesse osato destinare un dolore così grande.

Aveva imparato la lezione.

2 - fine

Cfr.: CARLO PATATU, Scuola Chiesa e Fantasmi, ed. Gallizzi, Sassari 2007, pagg. 55-60.



[1] Il parroco.

[2] La tisi, un male allora pressoché incurabile.

[3] Ma perché proprio a me questo grande dolore!

[4] Ma perché Gesù Cristo mi ha fatto. Proprio a me!

[5] Ma perché proprio a me!

[6] Gli agricoltori.

[7] Ma allora, a me avrebbe dovuto darlo, Gesù Cristo, questo dolore?

Ultimo aggiornamento Sabato 30 Gennaio 2021 18:21
 

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