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Il bando pubblico – 1a parte PDF Stampa E-mail
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Mercoledì 03 Febbraio 2021 00:00

Preceduto da uno squillo di tromba, negli anni Quaranta del Novecento il banditore diffondeva a voce piena per le strade del paese quelli che oggi, in televisione, sono  i messaggi pubblicitari o consigli per gli acquisti

di Carlo Patatu

S

e è vero che la pubblicità è l’anima del commercio, la funzione del banditore pubblico ambulante, presente e attivo in paese fino agli anni Cinquanta, era di quelle deputate a svolgere un compito essenziale, indispensabile per la vita di un centro isolato qual era Chiaramonti negli anni a cavallo della seconda Guerra Mondiale.

L’esigenza di diffondere fra la popolazione avvisi e comunicati vari con una certa tempestività (si fa per dire) poteva essere soddisfatta soltanto dalla figura mitica del banditore. Che, mi piace sottolinearlo, assunse la valenza di gestore di un vero e proprio servizio di utilità pubblica.

Ecco perché, in quasi tutti i comuni del circondario, non era infrequente imbattersi in un personaggio che, armato di una piccola tromba di ottone lucido, esercitava il mestiere di banditore. Confidando nella potenza della propria voce (non sempre all’altezza della situazione, per la verità), in paese quel personaggio aveva scelto di mettersi a disposizione dei commercianti, del proprietario del cinema e di quant’altri, amministrazione comunale compresa, avessero qualcosa da portare a conoscenza della comunità. Preceduto da uno o due squilli di una trombetta da capostazione e dopo una breve pausa che rendeva più stimolante l’attesa dell’annuncio, su bandidore[1] scandiva, a voce alta e in sardo, il messaggio che aveva avuto l’incarico di pubblicizzare.

In genere, si trattava di far sapere alle donne di casa che l’ortolano aveva messo in vendita della verdura fresca fresca, appena arrivata dalla campagna, bell’e pronta per farne insalate gustose e minestroni saporiti. O che tia Giuanna aveva appena rinnovato la già ricca dotazione di roba ‘e prammos[2]. Oppure che presso le macellerie di tiu Federicu o di tiu Pedru si poteva acquistare buona carne di pecora, grassa e appetitosa. Mai il banditore si spingeva fino a dire che la carne era anche tenera. D’altra parte, nessuno ci avrebbe creduto. La macellazione del bestiame per il consumo domestico coinvolgeva soprattutto le pecore di scarto. Che erano abbondantemente stagionate. Pertanto, la loro carne era più spesso coriacea e difficile da masticare. In compenso, il brodo era eccellente. Minestra e carne lessa erano, d’abitudine, il nostro pasto domenicale. Non era usuale avere a tavola un primo e un secondo piatto, lusso riservato soltanto alle famiglie benestanti e, per noi, nelle grandi occasioni.

Le macellerie, a quel tempo, erano luoghi poco frequentati. In un paese a prevalente economia agro-pastorale come il mio, era d’uso rifornirsi di carne direttamente dal pastore. Gli allevatori macellavano in proprio pecore e maiali grandi e piccoli (consuetudine che vige tuttora). Ma chi non poteva farsi carico di acquistare dal pastore almeno mezza pecora o, se intera, di poterla spartire con amici e parenti, doveva rivolgersi ai macellai. Che, per consuetudine, abbattevano il bestiame soprattutto nei giorni di Sabato, per venderne le carni nello stesso pomeriggio e nella mattinata della Domenica. Essendo ancora sconosciuto il frigorifero, la carne doveva essere consumata nel giro di un paio giorni al massimo. Sempre che il tempo si mantenesse fresco. D’estate, per ragioni che non sto a spiegare, era d’obbligo metterla subito in padella o al forno. Tutt’al più la si poteva conservare, ma per una sola notte, esponendola sul davanzale della finestra (a serenare[3], si diceva). Non prima di avere preso adeguate precauzioni, per evitare che fossero cani e gatti a banchettare con quel ben di Dio. Oppure qualche burlone di passaggio. Che non mancava mai.

Di banditori pubblici ebbi modo di conoscerne una mezza dozzina, nell’arco di una quindicina d’anni. In certi periodi, ce ne furono addirittura due che prestavano servizio contemporaneamente. Uno dei due banditori, in realtà, era di troppo. Sia in rapporto alle dimensioni del paese (Chiaramonti contava circa tremila abitanti) che per il numero esiguo dei bandi da diffondere. Al massimo due o tre al giorno, se andava bene. Si dava pure il caso che i due personaggi finissero col farsi una concorrenza spietata, senza esclusione di colpi. In prima battuta, essi tentavano di denigrarsi a vicenda, propalando maldicenze e pettegolezzi. Ciascuno dei due si adoperava a mettere in giro chiacchiere malevole, volte a sminuire la professionalità del concorrente. Poi, vista l’inutilità di quel primo tentativo, la strada obbligata era quella di a giocare al ribasso, operando sconti sulle tariffe praticate usualmente. Prendi tre e paghi due. I committenti, infastiditi da un comprensibile imbarazzo, finivano con l’affidare la diffusione del bando, alternativamente, ora all’uno ora all’altro. Non senza provocare musi lunghi e a qualche battibecco.


1 – continua


Cfr.: CARLO PATATU, Scuola Chiesa e Fantasmi, ed. Gallizzi, Sassari 2007, pagg. 63-70.



[1] Il banditore.

[2] Tessuti, telerie etc.

[3] A beneficiare del fresco della notte.

Ultimo aggiornamento Martedì 02 Febbraio 2021 20:36
 

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